GEOLOGO MARIO PILEGGI

STUDIO GEOLOGIA AMBIENTALE


I dati aggiornati sulla qualità delle acque dei mari tirreno e jonio

Variazioni climatiche e mitigazione degli effetti eventi estremi - SPECIFICITA' IDROGEOMORFOLOGICHE

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alcuni url con dati:

JBlasa.com news
 

Il Telegiornale di Calabria
Camera dei Deputati
 

Calabriaonline
il Domani
 

Il flickr.com/photos



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    1. http://digilander.libero.it/pileggi/

      http://blog.libero.it/kalabria/

      http://es.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed346/pdfbt30.pdf

      http://es.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/btestiatti/4-07094.htm

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      http://www.jblasa.it/news-jblasa/articoli-2007/marzo-2007/art-09-marzo-2007.htm

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      http://www.ildomani.it/index.php?categoria=MA&id=32357&action=mostra_primopiano&primopiano=2

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      http://www.ildomani.it/index.php?categoria=HOMEPAGE&id=23496&action=mostra_primopiano&primopiano=1

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      http://www.finestresulmediterraneo.com/modules.php?name=News&file=article&sid=88

      http://www.finestresulmediterraneo.com/modules.php?name=News&file=article&sid=91

      http://www.uscatanzaro.net/modules.php?name=News&file=article&sid=6373

      http://www.associazioneilcampo.com/calabria/testo.asp?NumberSearch=114

      http://www.associazioneilcampo.com/admin/calabria/file/114.pdf

      http://www.calabrianostra.it/rifiuticalabria.htm

      http://www.telegiornaledicalabria.it/index.php?categoria=C&id=51752&action=mostra_primopiano

      http://www.uim.it/notiziariouimargentina2006/notiziarioottobre2.pdf

      http://www.geocities.com/TheTropics/Shores/8802/news_04/news_04_08_13.html

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      http://www.lametropolis.it/amicidellaterra/dibattito_prg.htm

      http://www.lametropolis.it/amicidellaterra/amicidellaterra1.htm

      http://www.lametropolis.it/amicidellaterra/rassegna_stampa_prg.htm

      http://www.lametropolis.it/rifiuti.htm

      http://www.lametropolis.it/amicidellaterra.htm

      http://www.balneari.it/iniziative/2003/falerna_12022003.htm

      http://www.amicidellaterrapollino.it/articolo.asp?ID=157

      http://www.amicidellaterra.net/PRESS/stato_salute_mare_calabria%202006.pdf

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      http://www.ntacalabria.it/notizie/calabria_materia_prima_servizi_reali_porcellana_quirinale.html

      http://www.bibliotecheinrete.it/news.jsp?ID=35

      http://www.lameziaweb.biz/articolo08.asp

      http://www.lameziaweb.biz/allegati%20prg/SVILUPPO%20SOSTENIBILE%20-%20DIBATTITO%20SUL%20P.%20R.G.doc

      http://www.mycatanzaro.it/html/pagina/87/id_10928/ultime_notizie.html

      http://www.uscatanzaro.net/modules.php?name=News&file=article&sid=6373

      http://www.dnanews.it/schede.asp?ID=26415

      http://www.calabrianostra.it/rifiuticalabria.htm

      UN GRANDE PATRIMONIO NON VALORIZZATO E SENZA TUTELA

      LE ACQUE POTABILI TRA LE MIGLIORI D’EUROPA

      INVECE DI MIGLIORARE SALUTE E CONDIZIONI ECONOMICHE DEI CALABRESI FAVORISCONO DISSESTI IDROGEOLOGICI

    2. .......importante esponente dell’ambasciata USA, richiama l’attenzione su aspetti d’interesse generale spesso trascurati non solo da chi preposto alla tutela della salute dei calabresi e allo sviluppo economico della Calabria.

      RITARDI E INADEGUATEZZE DELLA LEGISLAZIONE NAZIONALE

    3. 1) La normativa sulle acque destinate al consumo umano non è ritenuta adeguata a salvaguardare pienamente la salute. E si comprende il perché considerando ad esempio com’è fissata la CMA (Concentrazione Massima Ammissibile) dell’arsenico che se assunto in dosi anche molto basse ma per lunghi periodi, come altre sostanze nocive, può far insorgere malattie gravi. La nuova normativa, in vigore dal prossimo 26 dicembre, prevede come CMA d’arsenico nelle acque potabili una riduzione dagli attuali 50 microgrammi per litro a 10; per le acque minerali; la CMA sarà invece di 50 microgrammi per litro. In pratica la CMA ritenuta dannosa e da ridurre per le acque potabili è adottata per le minerali. E questo perché le acque minerali sono considerate “bevande” come ad esempio il vino o la gassosa e, quindi soggette ad una normativa meno restrittiva rispetto all’acqua potabile. L’incongruenza è giustificata dal fatto che le bevande non possano essere assunte nelle stesse quantità delle acque potabili. E così, ad esempio, per il vino la CMA di piombo è maggiore di quella prevista per l’acqua potabile perché si ritiene che se una persona assumesse due litri di vino il giorno, prima delle intossicazioni da piombo andrebbe incontro ad altre gravi controindicazioni per la salute. Ma c’è di più, risultati di apposite ricerche svedesi del 1979 confermati da altri studi tossicologici, epidemiologici e geochimici hanno dimostrano come l’arsenico poteva ingenerare l’insorgenza di neoplasie a partire da concentrazioni molto basse negli alimenti e nell’acqua potabile con quantità uguali o superiori a 10 microgrammi per litro di arsenico. Va inoltre considerato che negli stessi anni la CMA prevista dalle normative internazionali ed adottate da tutti i Paesi occidentali era di 50 microgrammi per litro e che solo nel 1993 l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha raccomandato l’adozione di CMA uguale a 10 µg/L. Questo ultimo valore, nel maggio del 2000 negli USA, non è stato ritenuto cautelativo ed è stato indicato di adottare il valore di 5 per l’immediato e di 3 come obiettivo finale, e decisi sostanziosi stanziamenti per avviare il risanamento finalizzato all’abbassamento del limite dell’arsenico a 5µg/L. La presenza nelle acque di sostanze come l’arsenico non è dovuta soltanto ad inquinamento antropico ed industriale. Alcune sostanze molto tossiche come ad esempio arsenico, mercurio, boro e fluoro possono essere disciolti naturalmente nell’acqua che circola in rocce come quelle vulcaniche alcali-potassiche del quaternario dell’Italia centrale, con vulcanismo attivo come nell’isola di Vulcano o caratterizzate da particolari processi idrotermali. Si consideri che la gran disponibilità d’acqua del lago di Vico nel Lazio non può essere utilizzata per scopi idropotabili perché presenta concentrazioni d’arsenico superiori a quelli indicati come ammissibili dall’Unione Europea.

      RITARDI E INADEGUATEZZE DELLA LEGISLAZIONE NAZIONALE

      L’IDENTITA’ DELLE ACQUE MINERALIZZATE NELLE ROCCE PIU’ ANTICHE E RARE DELLA CATENA APPENINICA D’ITALIA

    4. 2) L’acqua disponibile nella regione, oltre ad essere abbondante, è di ottima qualità e tra le migliori d’Italia e d’Europa. Per le caratteristiche geolitologiche delle rocce serbatoio e per la composizione dell’aria attraversata dalla pioggia prima d’infiltrarsi nel sottosuolo, l’acqua delle sorgenti calabresi presenta composizione chimica, biologica e temperatura ottimali dal punto di vista della potabilità. Grazie ai preziosi accumuli di minerali presenti nelle antichissime rocce costituite prevalentemente da Graniti, Scisti, Gneiss che non si trovano in nessun’altra regione di tutta la catena appenninica italiana la mineralizzazione delle acque calabresi è particolarissima. La gran diffusione di queste rocce, i processi geodinamici e la piovosità molto elevata (la Calabria è una delle regioni più piovose d’Italia) rendono il territorio calabrese ricco di suoli fertilissimi e di numerose sorgenti e falde d’acqua potabile ed anche termale di rilevante importanza e differente qualità. Sui processi di formazione, in generale, va considerato che una prima mineralizzazione avviene durante l’infiltrazione nei suoli che forniscono sali minerali e ioni derivanti dall’alterazione delle argille. Più in profondità, gli ammassi rocciosi entro cui circolano le acque possono essere schematicamente distinti in: rocce a composizione prevalentemente silicea chimicamente poco o pochissimo solubili, caratterizzati da permeabilità decrescente e fessure che tendono ad occludersi per il deposito di caolino ed argilla originati dall’alterazione dei feldespati; e rocce a composizione calcarea con elevata solubilità che aumenta con il grado di acidità delle acque meteoriche e permeabilità crescente. In particolare, il tipo di fessurazione e la localizzazione di Graniti, Scisti, Gneiss, Porfidi a composizione silicea della Sila, delle Serre, dell’Aspromonte favoriscono sistemi di filtrazione e adsorbimento con formazione di sorgenti di buona ed ottima qualità riguardo anche l’assenza d’inquinamenti chimici e microbici. Per quanto riguarda le rocce calcaree molto diffuse in altre regioni d’Italia, bisogna distinguere: le zone dove sono diffusi e rilevanti i fenomeni carsici con cavità, caverne, laghi e fiumi sotterranei, nelle quali, in genere, i fenomeni di autodepurazione risultano limitati e le acque tendono essere dure e terrose; e le zone dove invece le fessurazioni sono di limitata grandezza e in parte ostruite da detriti e sabbia che filtrano adeguatamente le stesse acque rendendole di buona qualità come, ad esempio, quelle della capitale. Nei terreni sedimentari presenti in corrispondenza delle tre grandi pianure di Sibari, S.Eufemia e Gioia Tauro e nelle fasce costiere della Calabria si alternano strati permeabili di ghiaie e sabbie a strati impermeabili all’acqua, come argille e limi, con più falde idriche di qualità e quantità variabile secondo i terreni attraversati e dal tempo di circolazione. Va anche considerato che la pioggia che alimenta le falde non è acqua distillata ma può contenere anche una grande varietà di sostanze, ioni e composti azotati derivanti, ad esempio da polveri portati dal vento, spray marini, gas e sublimazioni di solidi della crosta terrestre ed emesse da attività vulcaniche, prodotti metabolici immessi nell’atmosfera da organismi viventi, ecc. Ma oltre che dalla qualità dell’aria, l’identità chimico-fisica delle acque sotterranee dipende principalmente dalla composizione della roccia serbatoio e da altri fattori quali la permanenza nel sottosuolo, l’interazione fra acqua e roccia e l’eventuale mescolamento fra acque con diverse caratteristiche. In base alla quantità di sali minerali contenuta ed alla legislazione vigente le acque sono classificate in minimamente mineralizzate, oligominerali, minerali e ricche di sali minerali. Secondo il tipo di sostanza prevalente sono dette solfate, fluorate, calciche, bicarbonatiche, magnesiache, ecc. E gli effetti sulle persone possono variare moltissimo secondo le particolari condizioni fisiologiche di ogni individuo: il fluoro, ad esempio, utile per combattere la carie e l’osteoporosi se in eccesso può provocare intossicazioni, anche il sodio che è fondamentale nel biochimismo generale se presente in quantità elevate determina ritenzione idrica con conseguenze sull’apparato circolatorio. I diversi effetti prodotti dalle acque sui viventi sono noti e descritti fin dai tempi più remoti come ad esempio da Gaio Plinio Secondo nella Storia Naturale. Riferendosi alla diversa proprietà delle acque di due corsi d’acqua della Piana di Sibari ed in modo suggestivo, Plinio riferisce che: “ A Turii, secondo Teofrasto, il Crati conferisce biancore a buoi e pecore, il Sibari color nero; perfino le persone risentono di tale differenza di effetti: quelli che bevono dal Sibari, infatti, sono più scuri, più duri e di capelli ricci, quelli che bevono dal Crati chiari di carnagione, più molli e con la chioma lunga”.

      L’USO DISTORTO DELLE RISORSE IDRICHE ED I RISCHI CONNESSI ANCHE PER L’ASSENZA DI NORME REGIONALI

    5. 3) L’industrializzazione nel settore delle acque minerali segna il passo come in tanti altri settori. In Calabria s’imbottiglia poco sia rispetto al consumo e sia rispetto ai dati di produzione nel contesto italiano. Per rendersene conto basta fare il raffronto tra gli impianti presenti nel territorio calabrese e quelli esistenti in altre regioni con disponibilità di molto inferiori in qualità e quantità d’acqua; in Toscana ed in Emilia Romagna, ad esempio, con minore disponibilità di risorse idriche, esistono più del doppio degli impianti esistenti in Calabria. Paradossalmente, nella regione che può vantare le fonti più esclusive ed il massimo della qualità, si continua ad ignorare o a sottovalutare anche la tendenza in atto nei locali di ristoro di presentare con la carta dei vini anche la “Carta delle Acque”. La grande disponibilità di risorse idriche è documentata da varie ricerche come lo “Studio Organico Delle Risorse Idriche Della Calabria” ("Progetto Speciale 26"), che, oltre a rilevare la presenza di più di 10 mila pozzi, ha confermato l’esistenza di circa venti mila sorgenti metà delle quali con portata superiore a sei litri al minuto. La gran disponibilità di risorse idriche è documentata da varie ricerche come quelle del Progetto Speciale 26-Studio Organico Delle Risorse Idriche della Calabria che, oltre a rilevare la presenza di più di 10 mila pozzi, ha confermato l’esistenza di circa venti mila sorgenti con portata superiore a sei litri al minuto. E, ricordando le indagini per detto Studio, sono ancora vive nella memoria dello scrivente le numerose e ricche sorgenti d’acqua potabile dispersa caoticamente lungo i versanti e nelle vicinanze di centri abitati che d’estate soffrivano la sete e d’inverno franavano a pezzi verso valle per l’azione lubrificante nel sottosuolo della troppa acqua persa dalle reti idriche fatiscenti Oltre a limitare lo sviluppo ed a creare disagi nelle popolazioni, la mancata raccolta ed utilizzazione delle acque delle sorgenti collinari e montane ha favorito e favorisce i ben noti processi di degrado e dissesto idrogeologico delle valli calabresi. Nelle zone di pianura costiera l’irrazionale emungimento operato attraverso migliaia di trivellazioni, non essendo compatibile con i tempi di ricarica, sta riducendo le falde idriche con conseguente ed irreversibile avanzamento delle acque salmastre ed il costipamento delle rocce serbatoio, con il ben noto abbassamento del suolo al quale sono connessi i fenomeni di deperimento della copertura vegetale e l’arretramento dei litorali con l’invasione del mare. Processi di degrado, favoriti anche dal fatto che non si è provveduto a dotare la Calabria di norme regionali per la tutela e la valorizzazione delle risorse idriche e delle acque minerali, come invece si è fatto nelle altre regioni d’Italia. Considerare i tre aspetti sopra accennati accresce la consapevolezza dei cittadini sulle acque da bere e può far bene anche alla salute ed allo sviluppo economico della comunità calabrese.
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        CELEBRARE LA GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA PROMOSSA DALL’ONU PER VALORIZZARE LA GRANDE DISPONIBILITÀ DI RISORSE IDRICHE ED EVITARE L’INQUINAMENTO

        CELEBRARE LA GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA PROMOSSA DALL’ONU PER VALORIZZARE LA GRANDE DISPONIBILITÀ DI RISORSE IDRICHE ED EVITARE L’INQUINAMENTO Poche iniziative per la Giornata Mondiale dell’Acqua promossa dalle Nazioni Unite per il 22 marzo. A differenza di tanti altri luoghi del Pianeta, scarse o assenti le iniziative da parte d’Organizzazioni, Istituti ed Enti preposti e finanziati: per informare e educare tutti i cittadini affinché diventino soggetti attivi nel processo di gestione delle risorse idriche e di tutela dell'ambiente da cui l'acqua trae origine; per assicurare il riconoscimento generale dell'acqua come elemento prezioso e vitale da rispettare attraverso un uso sostenibile per l'ambiente; per promuovere la conoscenza dell'acqua come fattore essenziale per l'agricoltura e per una sana alimentazione. Sulla specificità acqua nel lametino innanzitutto due aspetti da non sottovalutare. Il primo è la grande disponibilità d’oro blu del lametino: l’acqua, infatti, ha sempre condizionato fortemente la vita, la scelta dei luoghi dove ubicare i centri abitati e le condizioni socio-economiche delle popolazioni che da millenni hanno abitato lo stesso territorio lametino. L’altro aspetto riguarda i rischi d’inquinamento e di depauperamento delle stesse risorse idriche a causa dei diversi fattori come, ad esempio, le discariche abusive disseminate sul territorio e ben documentate da alcuni servizi televisivi trasmessi nelle scorse settimane da City One e Viva VoceTV nelle scorse settimane. Le immagini dei luoghi e dei rifiuti mandate in onda dalle televisioni evidenziano una realtà gravida di rischi non solo e non tanto per le acque e lo stato di salute del mare. E questo perché i rifiuti presenti nelle stesse discariche poggiano sopra terreni alluvionali porosi e permeabili nei quali circola l’acqua che alimenta le falde idriche. In pratica, l’acqua che finisce sopra i rifiuti scioglie e si carica di tutte le sostanze nocive presenti nella discarica, poi penetra nei pori del terreno sottostante e scende accumulandosi nelle falde idriche. In seguito, attraverso i pozzi, la stessa acqua con il suo carico di sostanze nocive ritorna in superficie per essere utilizzata ad esempio per irrigare i campi o altri scopi. Per comprendere come e dove intervenire per evitare e, o provenire eventuali inquinamenti e, quindi, per stimolare comportamenti diffusi nella popolazione e utili per la tutela ed il razionale utilizzo dell’acqua, non bisogna trascurare di considerare altri aspetti legati alle cause ed effetti dell’inquinamento. La contaminazione delle acque destinate per il consumo umano non può avvenire soltanto durante il percorso compreso tra il momento in cui l’acqua cade sotto forma pioggia fino a quando raggiunge la zona in cui viene prelevata per essere utilizzata. Infatti, per quanto riguarda le acque potabili, l’inquinamento può inoltre avvenire sia durante il trattamento di potabilizzazione e disinfezione e sia dopo, cioè durante il percorso seguito nella rete di distribuzione dell’acquedotto fino a quando esce dai rubinetti. Per quanto riguarda i meno noti fenomeni di contaminazione legati ai processi di potabilizzazione e disinfezione delle acque va considerato che il cloro e l’ipoclorito di sodio utilizzati come disinfettanti, reagendo con le altre sostanze d’origine naturale (acidi umici ecc) o artificiale presenti nell’acqua stessa possono produrre pericolose sostanze tossiche. Alcune di queste sostanze dannose per la salute riscontrate in altre regioni d’Italia sono ad esempio i composti organici alogenati (trialometani, cloroformio, diclorobromometano), gli jododerivati il PCB, e altri polialogenati. Sulla pericolosità di dette sostanze è da considerare che i PCB sono stati indicati tossici per il fegato e possono provocare malattie come le neuropatie periferiche e l’insorgenza di cloracne. Altre forme d’inquinamento possono verificarsi durante il percorso compreso tra l’opera di presa e, o la zona di trattamento e l’uscita dai rubinetti. Nel ribadire la necessità di favorire il diffondersi nella popolazione di comportamenti idonei ad evitare sprechi e,o eventuali inquinamenti, appare utile riproporre alcuni interessanti dati contenuti nel “programma triennale 1989-91 per la tutela ambientale” delle “ proposte programmatiche della provincia di Catanzaro”. Nella pagina diciannove di detto programma per la tutela dell’Ambiente della provincia si legge: “nella provincia di Catanzaro interventi nel settore in oggetto, assumono estrema rilevanza poiché l’attuale stato di salvaguardia delle risorse idriche e delle infrastrutture acquedottistiche e fognarie, risultano notevolmente distanti da uno stato di efficienza e razionalità. A fronte di un’evidente scarsa disponibilità di risorse finanziarie, le problematiche da approfondire sono invece molto estese e complesse. Da una ricognizione sommaria scaturisce che: -sono evidenti i sintomi di inquinamento delle acque fluviali e costiere da sorgenti inquinamenti di origine civile; -stato di fatiscenza delle reti acquedottistiche (con 40% di perdite sul flusso erogato) che abbatte fortemente il livello del servizio; - basso livello di quantità delle acque costiere con molte aree dove i limiti di balnebilità imposti delle normative sono superati; -rischio di inquinamento delle falde subalvee usate per prelievi a fini potabili. Il rischio è causato dalla diffusione di discaricare incontrollate e dall’ inquinamento del suolo; - insufficienza e obsolescenza della rete fognari; - forti carenze gestionali degli impianti depurativi, compresso quelli basati su tecnologia semplificate; - assoluta inadeguatezza dello stato di conoscenza delle risorse idriche, dei fabbisogni e delle risorse vulnerabili dal punto di vista ambientale; - bassissimo grado di funzionalità degli impianti di depurazione dovuto soprattutto a carenze di manutenzione; - estremo frazionamento degli impianti depurativi; - incontrollato smaltimento dei fanghi attivi. Questi dati storici riferiti alla situazione di quindici anni fa non sembrano molto lontano dalla condizione attuale della provincia di Catanzaro. E, con la celebrazione della Giornata Mondiale dell’Acqua, sorge spontanea la domanda: in che modo e con quali mezzi la provincia intende affrontare e risolvere i problemi delle risorse idriche sopra elencati ? Sulla a rilevanza del patrimonio idrico da tutelare e valorizzare nel comune di Lamezia Terme giova ricordare che nei 162 chilometri quadrati del territorio di Lamezia Terme i vari studi effettuati negli hanno permesso di rilevate ben 104 Sorgenti con portata maggiore a 6 litri al minuto, localizzate in prevalenza sulle zone collinari e montane oltre a preziose falde idriche in pianura. Oltre al gruppo delle preziose sorgenti di Caronte con acqua termale-sulfurea e portata di 47 litri al secondo, nel territorio comunale, sono state rilevate sorgenti di acqua oligominerale con portate di molte centinaia di litri al secondo. Per farsi un’idea della rilevanza della qualità e quantità d’acqua disponibile basta pensare che per garantire l’erogazione 24 ore al giorno in ogni casa a 75 mila abitanti necessitano circa 7 miliardi di acqua all’anno, cioè quasi la terza parte di quella disponibile dalle quattro sorgenti più importanti presenti nell’ambito del territorio comunale. Giova anche ricordare che l’Unione Europea ha definito le linee della politica comunitaria sulle acque affermando i seguenti principi: fondare la politica e le attività che riguardano il settore delle risorse idriche sul principio di precauzione; basare l’azione di tutela prioritariamente sulla prevenzione dell’inquinamento e su interventi alla fonte; far pagare i costi del risanamento a chi provoca l’inquinamento; integrare la politica di tutela delle acque con le altre politiche settoriali riguardanti la pianificazione territoriale e le politiche produttive, in particolare le politiche agricole; conseguire un’alto livello di protezione della salute umana; basare gli interventi su opportune valutazioni costi/benefici. Secondo l’unione Europea la grande sfida culturale e tecnologica che ci attende in questo campo, al fine di un uso sostenibile della risorsa, è quella del ripensare globalmente al sistema che ha portato alla realizzazione delle grandi reti urbane di distribuzione dell’acqua potabile e di collettamento e trattamento delle acque di pioggia e delle acque di scarico. In questo ambito andranno in particolare condotte ricerche per comparare sistemi centralizzati con sistemi decentrati, comprendendo anche il riutilizzo o lo smaltimento ottimale dei fanghi di depurazione. Bisogna poi mettere a punto tecnologie per un uso plurimo dell’acqua e per ridurre lo spreco, al fine di giungere ad un utilizzo sostenibile in agricoltura, nell’industria e nelle città. Certamente, al fine di ridurre l’inquinamento che grava sui bacini altamente antropizzati, non si può intervenire solo sul trattamento delle emissioni puntiformi, ma si devono mettere in campo strategie di intervento per contenere le emissioni diffuse. Si tratta quindi di orientare le ricerche sulla prevenzione dell’inquinamento dai siti potenzialmente contaminati, dai sedimenti, dalle discariche controllate, nonché - e soprattutto – sulla riduzione dell’inquinamento dovuto alle pratiche agricole intensive. La protezione dei corpi idrici dall’inquinamento comporta la necessità di migliorare sempre più i sistemi di monitoraggio, concentrando la ricerca sulla velocità di risposta, al fine di poter mettere in atto strategie di intervento adeguate alla necessità di minimizzare i rischi per l’ambiente e la popolazione. Questa problematica si applica sempre di più alla previsione anche quantitativa, al fine di ridurre i rischi di piene e di prevenire adeguatamente i fenomeni di prolungata siccità, entrambi rischi crescenti in particolare nell’area Mediterranea. Geologo Mario Pileggi Presidente “Amici della Terra” Lamezia Terme 1) LINK Alcuni dati contenuti nel Rapporto ONU “Acqua, una responsabilità condivisa” da considerare e confrontare con la realtà lametina: 1. Un miliardo e cento milioni di persone, più o meno un sesto della popolazione mondiale, non hanno accesso ad acqua sicura e 2 miliardi e 400 milioni, ossia il 40 per cento della popolazione del pianeta, non dispongono di impianti igienici adeguati. 2. Ogni giorno, circa 6.000 bambini muoiono per malattie causate da acqua inquinata, da impianti sanitari e da livelli di igiene inadeguati – come se 20 jumbo jet si schiantassero ogni giorno. 3. Si stima che acqua non potabile e impianti igienici inadeguati siano all’origine dell’80 per cento di tutte le malattie presenti nel mondo in via di sviluppo. 4. Donne e bambine tendono a soffrire maggiormente a causa della mancanza di impianti igienici. 5. Lo sciacquone della toilette in un paese occidentale impiega una quantità d’acqua equivalente a quella che, nel mondo in via di sviluppo, una persona media impiega per lavare, bere, pulire e cucinare nell’arco di un’intera giornata. 6. Nel corso del secolo scorso l’uso dell’acqua è aumentato del doppio rispetto al tasso di crescita della popolazione. Il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Asia meridionale soffrono di carenze idriche croniche. 7. Nei Paesi in via di sviluppo fino al 90 per cento delle acque reflue viene scaricato senza subire alcun genere di trattamento. 8. Il pompaggio intensivo delle acque freatiche per ricavare acqua da bere e per l’irrigazione ha fatto sì che in numerose regioni i livelli dell’acqua siano diminuiti di decine di metri, costringendo le persone a bere acqua di qualità scadente. 9. Nei Paesi in via di sviluppo le perdite di acqua causate da dispersioni, allacci illegali e sprechi ammontano a circa il 50 per cento dell’acqua da bere e al 60 per cento dell’acqua irrigua. 10. Nel corso degli anni ’90 le inondazioni hanno interessato più del 75 per cento di tutte le persone colpite da disastri naturali, causando più del 33 per cento del totale dei costi stimati per i disastri naturali. 2) LINK Le differenze dei requisiti richiesti dalla legislazione per l’acqua in bottiglia e quella degli acquedotti. Ma c’è di più: i calabresi che non possono bere l’acqua potabile che non arriva nei rubinetti sono costretti a comprare, ad un costo circa 500 volte superiore, l’acqua minerale in bottiglia regolamentata fino al 2003 da una legislazione ritenuta troppo permissiva anche dalla Unione europea. La normativa sulle acque destinate al consumo umano infatti non è ritenuta dalla comunità scientifica adeguata a salvaguardare pienamente la salute. E si comprende il perché considerando ad esempio com’è fissata la CMA (Concentrazione Massima Ammissibile) dell’arsenico che se assunto in dosi anche molto basse ma per lunghi periodi, come altre sostanze nocive, può far insorgere malattie gravi. La nuova normativa, in vigore da dicembre scorso, prevede come CMA d’arsenico: una riduzione da 50 a 10 microgrammi per litro per le acque potabili; e una riduzione da 200 a 50 microgrammi per litro per le acque minerali. In pratica la CMA ritenuta dannosa e da ridurre per le acque potabili è adottata per le minerali. E questo perché le acque minerali sono considerate “bevande” come ad esempio il vino o la gassosa e, quindi soggette ad una normativa meno restrittiva rispetto all’acqua potabile. L’incongruenza è giustificata dal fatto che le bevande non possano essere assunte nelle stesse quantità delle acque potabili. E così, ad esempio, per il vino la CMA di piombo è maggiore di quella prevista per l’acqua potabile perché si ritiene che se una persona assumesse due litri di vino il giorno, prima delle intossicazioni da piombo andrebbe incontro ad altre gravi controindicazioni per la salute. Ma c’è di più, risultati di apposite ricerche svedesi del 1979 confermati da altri studi tossicologici, epidemiologici e geochimici hanno dimostrano come l’arsenico poteva ingenerare l’insorgenza di neoplasie a partire da concentrazioni molto basse negli alimenti e nell’acqua potabile con quantità uguali o superiori a 10 microgrammi per litro di arsenico. Va inoltre considerato che negli stessi anni la CMA prevista dalle normative internazionali ed adottate da tutti i Paesi occidentali era di 50 microgrammi per litro e che solo nel 1993 l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha raccomandato l’adozione di CMA uguale a 10 µg/L. Questo ultimo valore, nel maggio del 2000 negli USA, non è stato ritenuto cautelativo ed è stato indicato di adottare il valore di 5 per l’immediato e di 3 come obiettivo finale, e decisi sostanziosi stanziamenti per avviare il risanamento finalizzato all’abbassamento del limite dell’arsenico a 5µg/L. La presenza nelle acque di sostanze come l’arsenico non è dovuta soltanto ad inquinamento antropico ed industriale. Alcune sostanze molto tossiche come ad esempio arsenico, mercurio, boro e fluoro possono essere disciolti naturalmente nell’acqua che circola in rocce come quelle vulcaniche alcali-potassiche del quaternario dell’Italia centrale, con vulcanismo attivo come nell’isola di Vulcano o caratterizzate da particolari processi idrotermali. Si consideri che la gran disponibilità d’acqua del lago di Vico nel Lazio non può essere utilizzata per scopi idropotabili perché presenta concentrazioni d’arsenico superiori a quelli indicati come ammissibili dall’Unione Europea.
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          ALCUNI GIACICIMENTI MINERARI

          Il prezioso patrimonio di rocce e minerali della Calabria, poco noto nella regione ma da millenni sfruttato soprattutto dai colonizzatori di ogni epoca, si ripropone all’attenzione con i risultati della seconda fase del Censimento dei Siti Minerari Abbandonati dal 1870 al 2004. Resi noti di recente dal Ministero dell’Ambiente i dati del censimento riportano 29 miniere a cielo aperto e 31 in sotterraneo. I minerali estratti nei 60 siti rilevati sono: Zolfo 17, Feldspati 16, Caolino 7, Mica 7, Marna da cemento 6, Minerali del Manganese 5, Salgemma 3, Lignite 3, Lignite xiloide 2, Pirite 2, Silicati idrati alluminio 1, Barite (Baritina) 1, Fosforite 1, Limonite 1, Quarzo 1, Molibdenite 1, Grafite 1, Arsenopirite 1, Cinabro 1. Questi sono solo pochi esempi della gran varietà dei giacimenti minerari sfruttati e disponibili nella regione. Varietà documentata storicamente e attualmente anche a seguito del Decreto del Ministero del Ministero delle Attività Produttive luglio/2005, che ha integrato l’elenco delle aree indiziate per la ricerca mineraria operativa inserendo sia la provincia di Cosenza per i minerali di oro, piombo, zinco e rame sia i comuni di Bivongi e Pazzano della provincia di Reggio Calabria per i minerali di molibdeno. Altri due dati di grande interesse e utili per il recupero della memoria storica sulle risorse minerarie e per individuare le potenzialità della più complessiva specificità geoambientale della Calabria. I dati, rilevati e documentati dal Responsabile del Corpo Reale delle miniere d’Italia, si riferiscono: 1) alla provenienza della preziosa materia prima delle note porcellane Ginori; 2) alle identiche caratteristiche delle miniere di rame localizzate a Sud di Reggio Calabria e nella zona della Vetta d’Italia nel comune di Predoi della regione Trentino Alto Adige. Sulla eccezionale identità delle miniere di rame, (primo metallo estratto e sfruttato dall’uomo primitivo ), esistente alla due estremità Nord e Sud della penisola, la massima autorità dell’epoca in campo minerario, centoventi anni fa, scriveva: “trovate poco a Sud di Reggio, le vestigia di una fonderia di rame; …furono scoperte delle gallerie strettissime, capaci di dar passaggio ad un suolo uomo, scavate a scalpello. In esse si trova del carbonato di rame verde, depositato da acque che vengono dal di sotto dei sovrastanti terrazzi dell’Aspromonte..; il deposito e le gallerie sono identici a quelli trovati a Caserme (Kasern) nella Valle Aurina dell’Alto Adice, che scende dalla Vetta d’Italia, e le gallerie sono, certo, della stessa epoca.” La grande varietà di minerali della calabria è connessa ai vari ambienti che caratterizzano l’intero Arco Calabro dove, tra l’altro, esistono: mineralizzazioni prealpine con metamorfici a solfuri (pirite, calcopirite, galena blenda, arsenopirite, pirrotina), magnetite ed a grafite; mineralizzazioni alpine (barite, cinabro, galena, calcopirite, torio, manganese zolfo, salgemma, lignite) che interessano le Unità Ofiolitiche, di S. Donato ed i sedimenti dei depositi miocenici. In pratica, i giacimenti minerari più interessanti risultano distribuiti proprio all’interno di particolari tipi di rocce ed assetti geostrutturali come sono quelli che costituiscono l’Arco Calabro-peloritano caratterizzato anche dalla ben nota attività sismica. Meno noti invece e spesso colpevolmente trascurati sono i numerosi ed importanti giacimenti minerari che, come i terremoti, sono connessi alle condizioni geostrutturali ed ai processi geodinamici che caratterizzano il territorio della regione. Alla gran varietà di litotipi esistenti (in Calabria sono stati individuati oltre 200 tipi di rocce) ed ai fenomeni di sollevamento tettonico cui è sottopostala regione, sono, infatti, associati importanti «ambienti geodinamici» che presiedono alla formazione degli accumuli di minerali utili. La Calabria, quindi, oltre ad essere la regione a più alta sismicità, è anche una delle zone d'Italia più ricche di depositi minerari metallici e litoidi. D'altra parte sulla disponibilità ed utilizzazione di giacimenti minerari nella regione, come per gli eventi sismici, non mancano i dati che ne documentano l'attività nel passato remoto e recente della storia calabrese. Basta ricordare, ad esempio, l’intenso e diffuso sfruttamento minerario che seguì alla colonizzazione greca e, partire dal Medio Evo, le secolari attività di sfruttamento delle miniere d’argento di Longobucco e S. Donato nella provincia di Cosenza. L’intesa attività mineraria nella regione ed in particolare nelle ultime due località citate è, tra l’altro, documentata da Vincenzo Padula che scrive: “Al 1701 alcuni ottennero in feudo le miniere di S. Donato, di scavare fino alla circonferenza di 20 miglia. Se ne prese possesso a maggio del 1705. Saggi felici. Da 3 cantaia e 3 rotoli si ottennero 67 libbre e1/2 di rame perfettissimo. L’anno appresso si scopersero 2 grotte, e nel dicembre si aprì la fonderia. Per più anni vi lavorarono 100 forzati sotto la sorveglianza d’Austriaci. Era direttore uno Jusquall. Si ottennero oro, argento, mercurio, rame, cinabro. Si lavorò fino al 1736; e si cessò per rivolgimenti politici, l’infedeltà degli impiegati e l’ingordigia del duca di S. Donato”. E poi “Carlo VI ne tentò le marine e vi trovò argento, piombo, cinabro oltre marino in terra di Umbria. Carlo VI mandò da Boemia il chimico Khez, e si fanno monete col motto: “Ex visceribus meis”, d’argento. Il primo 5 grana di argento fu fatto con quello di Longobucco>”. “Nell’editto di re Roberto del 1333 concernente la Sila è detto che la regia corte riserbava si il diritto su una miniera di ferro, che era aperta.” Nel passato recente, gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale rappresentano un periodo di discreta attività estrattiva dei minerali presenti nella regione: oltre due milioni di tonnellate è la produzione di minerali non metallici (grafite, baritina, feldestati, etc.); ancor più significativa è la quantità (50 mila tonnellate) di minerali metallici, come ad esempio ferro, rame, manganese, estratti in soli dieci anni; e la produzione d’idrocarburi, nel solo periodo compreso tra il 1950 ed il 1969, è stata calcolata intorno al milione di metri cubi. Questi dati dimostrano dunque come quello attuale rappresenti uno dei periodi di minore utilizzazione delle risorse minerarie disponibili. Il salgemma del Crotonese, il quarzo di Serra S. Bruno ed i feldespati del Vibonese, costituiscono i pochi e più significativi esempi di giacimenti minerari attualmente utilizzati, e neanche pienamente, nella regione. Mentre si registra il minimo dell'attività estrattiva, paradossalmente, i risultati di ricerche eseguite nel biennio '80-'81 con moderne tecniche d'indagine dalla RIMIM dell'ENI, oltre a confermare l'esistenza dei giacimenti già noti, hanno permesso l'individuazione di nuove aree di grande interesse geominerario su tutto il territorio della regione. Nel settore settentrionale, ad esempio, zone di grande interesse sono risultate quelle di Normanno-Verbicaro-Sangineto per una superficie di 352 km2, dove è stata rilevata la presenza di piombo, bario, rame, tungsteno ed altri minerali utili. Nel settore centrale è stata individuata un’area di 50 km2 (zona Catanzaro-Nocera-Amantea) con accumulo di vari minerali tra cui mercurio, stagno berillio, molibdeno. E nel settore meridionale sia sull’Aspromonte che nella zona Stilo-Bivongi-Mammola, oltre ai minerali sopracitati per la zona centrale, le ricerche hanno accertato la presenza di altri minerali quali tormalina, ferro arsenico, uranio. Se si considera che quelli sopra citati sono solo alcuni degli accumuli di minerari metallici d'interesse economico ed industriale di individuati e che molto più lungo è l'elenco dei cospicui giacimenti non metallici presenti nella regione, si ha l'idea del grande patrimonio di risorse minerarie disponibili in Calabria. L'utilizzazione e la valorizzazione di questo grande patrimonio, e di tutte le altre georisorse (litominerarie agricole, idriche, energetiche, e geositi), sono stati finora impediti dall'incapacità dei governi nazionali e regionali di attuare una politica di organico approvvigionamento e di razionale utilizzazione delle materie prime minerarie. Incapacità e responsabilità che si è tentato di nascondere attribuendo la grave crisi della Calabria all’assenza di risorse naturali. Alla consapevolezza di come non sia la natura, in particolare quella geologica, ad essere sfavorevole e causa dei mali della Calabria, deve accompagnarsi la capacità di porre il territorio e le sue risorse come pietre miliari della politica di sviluppo della società calabrese e, in particolare, per come indicato ad inizio anno dal presidente Loiero, del “percorso per uno sviluppo strutturale sostenibile e autopropulsivo”. A tal fine servono programmi e ed interventi anche di nessun costo economico come, ad esempio,: - il varo di una legge regionale che disciplini ed incentivi l’attività di ricerca e coltivazione sostenibile delle Cave e Torbiere, per come già da decenni è stato fatto nelle altre regioni d’Italia; la definizione da parte del Governo nazionale di idonei indirizzi della politica nazionale nel settore minerario per come previsto dalla legge 752/1982 (Norme di attuazione della politica Mineraria) .Interventi che non possono ancora essere rinviati anche perché, invece di essere costretti ad andare a scavare nelle miniere del nordeuropa e delle Americhe, i giovani disoccupati calabresi vogliono e devono trovare lavoro nella propria regione non meno ricca di minerali di quei paesi nei quali le passate generazioni sono state costrette ad emigrare. dalla Calabria la preziosa materia prima dei servizi di porcellana attualmente al Quirinale In un Rapporto degli ultimi decenni del XIX secolo, l’ing. Emilio Cortese capo del Corpo Reale delle miniere d’Italia, nel documentare le specificità dell preziose georisorse della Calabria, tra l’altro, scrive: “Nei dintorni di Parghelia, in provincia di Catanzaro, si sviluppano dei grossi filoni di pegmatite, che furono e sono oggetto di una grande industria. La località fu visitata dallo scrivente fin dal 1882, la prima volta, e successivamente egli se ne occupò perché gli pareva assai interessante il materiale nelle sue applicazioni per l’arte vetraria e per la ceramica. Ma pare che questa preziosa materia sia destinata a cader sempre sotto la mano di gente che, o per ignavia, o per cattiva fortuna, non sa trarne tutto il profitto che può dare.” Sulle modalità di trasporto e destinazione viene precisato che: “La materia pura è portata a Tropea ed imbarcata su grosse barche a vela. Viene acquistata quasi tutta dal Ginori di Firenze, dopo accurata macinazione. Questa si eseguisce in Toscana per conto di un intercettatore. Ne vidi, con grande meraviglia, macinare ad un mulino di Val Castello sopra Pietrasanta! Sono filoni entro la grande massa granitica di Monte Poro, e si chiamano pegmatiti per antonomasia, perché realmente si dovrebbero chiamare silici o filoni quarzosi, essendo che di essi ben pochi contengono feldespato.” D’interesse risulta anche la variazione dei costi della materia prima nei vari passaggi dal momento dell’estrazione nelle cave fino all’arrivo allo stabilimento dei Ginori. In proposito, l’ing. Cortese, scrive:” La materia prima si vende a Troppa al prezzo minimo di 2 lire, al massimo di tre lire al quintale, ma costa al conduttore delle cave da 0,70 a 4 lire al quintale. Il trasporto e la macinazione fanno aumentare il prezzo a 6 lire (?) il quintale; è così, mi si disse, che viene a costare allo stabilimento Ginori, o Doccia presso Firenze.” Riguardo la specificità e potenzialità economica del litotipi, l’ing. Cortese evidenzia: “È materia straordinariamente pura, specialmente perché scevra di ferro, ed adattissima per le vernici dure di cui la manifattura Ginori fa una sua pregevole specialità. Riporto dal mio opuscolo, le analisi di alcuni esemplari, eseguite da me (18859 e dal Dott. G. Giorgis..” “Se questI giacimenti fossero ben coltivati e i materiali ben preparati sarebbe possibile farne oggetto di una industria fiorente” E, nella descrizione del Cortese, non mancano i riferimenti ai fallimenti, ben noti e diffusi nella regione anche negli ultimi decenni, delle iniziative d’insediamento industriale. Infatti l’ing. Cortese evidenzia: “nel 1891, la Società mineraria per il quarzi e silici d’Italia pareva potesse dare qui, come in altre parti della penisola, largo sviluppo alla produzione e utilizzazione di questi materiali. Travolta anch’essa ai primi del 1893, da una catastrofe bancaria che ha trascinato con sé molte altre cose, i suoi lavori, poco ben piantati, sono rimasti senza frutto” Nel stesso periodo in cui la Calabria forniva la migliore qualità della materia prima, nello stabilimento della Ginori, venivano realizzati ”diversi servizi su ordinazione, di non facile reperibilità oggi sul mercato antiquario, abbastanza simili a quello prodotto su richiesta del re Umberto I nel 1880. Si tratta di una realizzazione di grande raffinatezza, decorata pâte sûr pâte illustrante tralci di piante con fiori e frutta in oro, platino e colori. Questo servizio da dessert per il Re è oggi conservato a Roma nel Palazzo del Quirinale.”

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        3. Giacimenti Minerari

        4. RAPPORTO STATO DI SALUTE MARE 2008 in aggiornamento .......

        5. RAPPORTO MARE 2003 LO STATO DI SALUTE DEL MARE DELLA CALABRIA con 631 Km di costa e mare tra i più puliti e trasparenti del Mediterraneo --------- TUTTI I DIVIETI DI BALNEAZIONE DI GIUGNO 2003 NELLA REGIONE: LE CAUSE ED RIMEDI DELL’INQUINAMENTO DEL TIRRENO E DELLO JONIO --------------------- dal 3° Forum Mondiale dell'Acqua di Kyoto “RIPULIRE I MARI E CREARE UNA RETE MONDIALE DI SCARICHI NON INQUINANTI” ---------------------------------------- Centotrentacinque ordinanze di divieti di balneazione per complessivi 84.603 metri di costa distribuiti in 67 comuni. A giugno 2003, sulle suggestive ed assolate spiagge della Calabria con i mari ancora tra i più puliti e trasparenti del Mediterraneo, aumentano e di molto i divieti: 14 mila metri in più rispetto all’inizio stagione balneare 2002. Centodieci ordinanze sono dovute all’inquinamento e venticinque a motivi diversi per la presenza dei 14 porti, di alcune scogliere e della centrale Enel di Rossano. I DIVIETI PER MOTIVI DIVERSI DELL’INQUINAMENTO Non varia, rispetto l’anno scorso, il numero e i divieti nei porti di: Gioia Tauro per 3.744 metri, Villa San Giovanni per 1.524 m, Vibo Valentia per 1.341 m, Nord-Crotone per 1.255 m, Cetraro per 1.017 m, Roccella per 846 m, Isola Capo Rizzuto Le Castella per 769 m, Cariati per 727 m, Reggio Calabria per 721 m, San lucido per 585 m, Schiavonea per 526, Cirò Marina per 457 m, Catanzaro Lido per 355 m e Diamante per 270 m; divieti necessari per le attività portuali utili anche lo sviluppo economico e turistico della regione. Ad aumentare sono invece i divieti per inquinamento ed erosione, divieti solo e gravemente dannosi, che potevano e devono essere evitati. In particolare per quanto riguarda le scogliere a difesa dell’erosione i divieti sono localizzati nei comuni di Bagnara Calabra, Bova Marina, Gioia Tauro, Montebello Ionico, Palmi, Scilla e Seminara. In proposito non va però trascurato che 278 km di costa e ben 116 comuni della Calabria sono indicati a rischio d’erosione costiera nel Piano stralcio d’Assetto Idrogeologico. Rilevante e cinque volte superiore a quello dell’anno scorso è l’aumento dei divieti per inquinamento per com’emerge dall’analisi dei dati resi noti nelle settimane scorse dal Ministero della Salute con l’obiettivo di fornire al maggior numero di cittadini le informazioni sulla baneabilità delle coste italiane e la puntuale conoscenza delle condizioni igienico-sanitarie sia per garantire la salute dei bagnanti sia per la amministrazioni locali per impostare adeguati interventi di risanamento. I DIVIETI PER INQUINAMETO La lunghezza complessiva dei divieti per inquinamento è di 50.336 metri pari al 7% del perimetro costiero regionale ed una percentuale più alta della media nazionale e più alta di tutte le regioni bagnate dall’Adriatico e dal Tirreno settentrionale con diffuse aree sottoposte a forti stress d’attività economico-marittime ed a pressione antropica ed industriale. Si ha un’idea della rilevanza del dato se si considera che si tratta di una lunghezza maggiore della somma di tutti i divieti per inquinamento posti complessivamente nelle Regioni Friuli, Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo e Molise che nell’insieme hanno all’incirca i chilometri di costa della Calabria. L’esame dei dati a livello provinciale evidenzia un quadro eterogeneo con situazioni differenti e tendenze opposte: in due province, Catanzaro e Reggio Calabria, si rileva un forte aumento dei divieti con addirittura il raddoppio della lunghezza complessiva dei tratti di costa non balenabili per inquinamento rispetto al 2002; nelle altre province si registra un calo. In particolare sui 68,4 Km di costa della provincia di Vibo Valentia dove si consolida la tendenza alla diminuzione dell’anno scorso e nelle province di Cosenza e di Crotone nelle quali si avvia una, se pur piccola, riduzione dei divieti. Il 93% dei divieti per inquinamento è localizzato in tre province e precisamente: - 16.271 metri in quella di Cosenza che ha uno sviluppo costiero di 227,9 Km; - 15.673 metri in quella di Catanzaro con uno sviluppo costiero di 102, 6 Km; - 14.858 metri in quella di Reggio Calabria con uno sviluppo costiero di 202,9 Km. Il minor numero di divieti, 1248 metri, si registra sui 113,9 Km della Provincia di Crotone. La positiva tendenza in atto nella Provincia di Vibo Valentia è evidenziata dal fatto che i 4280 metri di divieti dell’anno 2001 si sono ridotti a 2726 metri nell’anno 2002 ed a 2286 metri nel giugno 2003. NellDal raffronto tra i dati relativi alla lunghezza dei tratti con divieto per inquinamento rilevati sul territorio calabrese e quelli relativi ad altre realtà esterne emerge, ad esempio, che: - i divieti nel comune di Reggio Calabria superano l’insieme di quelli posti nella Provincia di Roma e Salerno; - su 34.539 metri di tirreno catanzarese su tre dei cinque comuni presenti sono stati posti 9.517 metri di divieto quasi il doppio di quelli posto su tutta la provincia di Genova; e quelli posti nel solo comune di Nocera Tirinese sono circa come quelli posti su tutta la provincia di La Spezia. - i divieti posti in tre comuni della provincia di Cosenza, quattro della provincia di Reggio Calabria e sei di quella di Catanzaro superano ed in alcuni casi anche di molto gli 813 metri di divieto posti in tutto il comune di Taranto. L’INDAGINE DELLA CORTE DEI CONTI Sui danni e gli effetti connessi ai divieti per inquinamento sono illuminanti i dati contenuti ed esaminati nel Referto pubblicato nell’ottobre scorso dalla Sezione regionale della Corte dei Conti che nell’agosto 2001, avviava, a fini conoscitivi, una raccolta di dati sullo stato di salute delle coste tirreniche calabresi, comprese tra la provincia di Vibo Valentia a sud e quella di Cosenza a nord, per una estensione complessiva di oltre 200 Km. “Ad avviso della Sezione, il fenomeno dell’inquinamento di questo lungo tratto di costa presentava profili di interesse per un’ indagine sulla gestione onde valutare il grado di efficacia delle politiche di salvaguardia ambientale, anche di tipo straordinario, previste dalle leggi di programma, in un’area ad alta vocazione turistica e di rilevante interesse economico per le risorse che può garantire. Non è irrilevante – si legge sempre nel Referto - ricordare come l’economia della intera zona costiera abbia nel turismo una fonte importante di reddito, considerato il numero delle attività indotte, specie nel settore del commercio al dettaglio e della ristorazione, che gravitano intorno alle presenze estive.” “Il riscontro, quindi, della efficacia ed efficienza delle politiche pubbliche, non solo regionali, di prevenzione dell’inquinamento dei mari e delle coste, di risanamento ambientale, servono a misurare risultati i cui effetti ricadono su di una fonte primaria di reddito di una vasta fascia di popolazione.Nel tratto di costa preso in esame, si concentrano alcuni comuni di rilevanti dimensioni, per estensione ed abitanti (Vibo Valentia, Lamezia Terme, Paola, tutti con oltre ventimila abitanti), nonché una serie di comuni di dimensioni medio-piccole, interessati comunque da rilevanti flussi turistici estivi che raggiungono nei periodi di picco (prime tre settimane di agosto) livelli di presenze considerevoli, quantificate in circa 1.063.061 unità di presenza massima.” I DIVIETI SUL TIRRENO Nel giugno 2003 sullo stesso tratto di costa preso in esame dalla Corte dei Conti i divieti, procedendo da nord verso sud, sono localizzati in corrispondenza: - del canale Marlane ( 79 m) e foce Fiume Noce (295 m) nel comune di Tortora; - del Canale Fiumarella nel comune ( 86 m) di Praia a Mare; - Canale Grande (75 m) nel comune di San Nicola Arcella; - dei Canali: Revoce (294 m), Tirello (268 m), Varchera (575 m) e del Fume Lao (507 m) del comune di Scalea; - della Foce Fiume Abetamarco (362 m) nel comune di Santa Maria del Cedro; - della Foce Torrente Corvino (180 m) nel comune di Diamante; - della Foce Torrente Valle Cupo (190 m), Foce Fiume Soleo (483 m), da 300 m destra Fiume Soleo (326m), da 300 metri sinistra Foce Soleo ( 542 m), Torre di mare (202 m) nel comune di Belvedere Marittimo; - della Foce del fiume Sangineto (271 m) nel comune di Sangineto; - della Foce Torrente S.Pietro (79 m), Torrente Bambagia (372 m), nel comune di Bonifati; - della Foce del Fiume Aron (l172m), Torrente Triolo (240 m) a nel comune di Cetraro; - della Foce Torrente Fiumicello 182 nel comune di Acquapesa; - della Foce Fiume Bagni ((265 m) nel comune di Guardia Piamontese; - della Foce Torrente Lavandaia (85 m), Torrente Maddalena (282 m), Torrente Mercaudo (95 m), Foce Torrente Serra (84 m), Foce Torrente Trappeto (88 m), nel comune di Fuscaldo; - della Foce Torrente S. Francesco (184 m), del Torrente La Ponte (78), Torrente Deuda (371 m), del C. Petraro- T. S. Domenico -C. Fium. (1143 m) nel comune di Paola; - della Foce Torrente Torbido (94 m), Torrente Deuda (371 m), centocinquanta metri in sinistra Torrente S.Como (143 m) nel comune di San Lucido; - della Foce Torrente Malpertuso (153 m) nel comune di Falconara Albanese; - della foce Torrente Fabiano (91 m), Torrente Fiume di Mare (181 m) nel comune di Fiumefreddo; - della Foce Torrente Verde (277m) nel comune di Belmonte; - della Foce Torrente Catocastro (363 m), della Foce Fiume Torbido (183 m), del Fiume Oliva (194 m), nel comune di Amantea; - del Fiume Savuto 392 metri nel comune di Nocera Tirinese; - duecento metri a nord del Fiume Casale 1828 m nel comune di Gizzeria; - nei pressi e tra i fiumi Amato e Bagni per cinque tratti di 7297 m nel comune di Lamezia Terme; - del Fiume Angitola 383 m, e Zona Seggiola 430 m nel comune di Pizzo; - della Fiumara Spadaro 541 m e del Fiume Potame 418 m nel comune di Filogaso; - Fiume Potame 418 m nel comune di Zambrone; - duecentocinquanta metri nord e sud del Fiume Mesima 96 m nel comune di Nicotera.a Provincia di Catanzaro si registra il maggior aumento di divieti dei quali più della metà localizzati su tre comuni del Tirreno: Lamezia Terme, Gizzeria e Nocera Terinese. DIVIETI SULLO JONIO Questi divieti unitamente a quelli dello Jonio e della provincia di Reggio Calabria mantengono attuali e rafforzano le motivazioni della indagine e relazione della Corte dei Conti che ha per oggetto:”la gestione delle risorse pubbliche finalizzata a prevenire l’inquinamento delle coste, a risanare le stesse, a migliorare la qualità delle acque destinate alla balneazione, a tutelare la salute pubblica dei cittadini” E, in particolare, rafforzano il monito sottolineato nella stessa Relazione “che la protezione dell’ambiente e della salute collettiva impongono alle amministrazioni pubbliche di ridurre l’inquinamento delle acque di balneazione e di preservare queste ultime da un deterioramento ulteriore: ciò avviene attraverso una serie di politiche pubbliche finalizzate al raggiungimento di obiettivi immediati quali il miglioramento della qualità misurato attraverso prelievi, ma anche attraverso obiettivi di programmazione e di interventi infrastrutturali più articolati e complessi (costruzione di reti fognarie ed impianti di depurazione, programmazione della gestione dei rifiuti e del ciclo delle acque, previsione di divieti e prescrizioni amministrative).” Obiettivi da perseguire anche nel resto dei sessantasette comuni con tratti di costa non balneabili per inquinamento, in particolare posti in corrispondenza: - del Fiume Alli per 458 m nel comune di Simeri Crichi; - del Fiume Simeri per 434 nel comune di Sellia Marina; - del Fiume Tacina per 165 m nel comune di Botricello; - del Fiume Crocchio per 397 m nei comuni di Botricello e Cropani; - del Fiume Frasso per 415 m nel comune di Cropani; - del Torrente Soverato per 394 m nel comune di Soverato; - del Fiume Ancinale per 914 m nei comuni di Satriano-Soverato; - del Torrente Gallipari per 402 m nel comune di Isca sullo Ionio; - Case U.N.R.A. per 290 m, della Foce del Fiume Corace per 556 metri, della Foce del Torrente Fiumarella per 421 m nel comune di Catanzaro; - del Torrente Lipuda 403 m nel comune di Cirò Marina:, - della Foce Fiume Nikà 603 m nel comune di Crucoli; - della Foce del Fiume Tacina 242 m del comune di Cutro; - del fiume Crati ( 777 m), Foce Torrente Raganello (80 m), Vena Morta (177 m) nel comune di Cassano Allo Ionio; - della Foce fiume Nikà (111 m) nel comune di Cervicati ; - della Centrale Missionante (365 m), Canale Armirò (181m), Canale S. Mauro (176m), Canale Salice (179m), Canale Scavolino (171m), Foce Torrente Coriglianeto (178 m), Torrente Gennarito 181 m, nel comune di Corigliano; - del Torrente Fiumarella (170 m) nei comuni di Calopezzati e di Crosia; - del canale Acchio (89 m) nel comune di Grisolia; - della Foce Torrente Acquaniti (178 m) nei comuni di Pietrapaola e Mandatoriccio; - della Foce Fiume Nikà (111 m), 200 metri sinistra Canale Moranera (219 m) nel comune di Cariati; - della Foce Fiume Nikà (111 m) nei comuni di Marzi e Mendicino; - della Foce Torrente Coseria (165m), Foce torrente Colognati (188 m), Foce Torrente Cino Piccolo (172 m), a 200 m in sinistra e 50 m in destra Fiume Trionto (542 m) nel comune di Rossano; della Foce Torrente Pagliaro (696 m.) nel comune di Trebisacce Nella Provincia Reggio Calabria, i tratti con divieto per inquinamento sono quattordici per complessivi 14.858 metri, per metà localizzati nel comune capoluogo nelle località: “Colamizzi-Capanna” per 3020 metri, “Stazione” per 1215 m., “Gallico-Limoneto” per 1009 m., “circolo nautico” per 782 m., “Pellaro-Lume” per 1371 m., “Pentimele” per 575 metri. Gli altri comuni interessati sono: Marina di Gioiosa Ionica per 357 metri “Sotto casa dei Marinai”, Bagnara Calabra con un tratto di 1863 metri a sud della Torretta Praia Longa; Brancaleone con 1668 metri nella zona impianto depurazione, Gioia Tauro con un tratto di 1138 metri al Pontile N; San Ferdinando con due tratti di 420 e 257 metri rispettivamente in corrispondenza del delta e a sud del Fiume Mesima, e Villa San Giovanni con altri due tratti di 318 e 821 metri nella zona La Botte, e trecento metri a nord della stessa. LA RECENTE DINAMICA DELLO STATO DI SALUTE DEL MARE NEL GOLFO DI LAMEZIA A giugno 2003 Lamezia Terme con 7.297 metri di divieti per inquinamento è diventato il comune della provincia con la più alta lunghezza di divieti, l’86 % dell’intera costa e la percentuale più alta d’Italia, in base ai dati resi noti dal Ministero della Salute allo scopo di fornire al maggior numero di cittadini le informazioni sulla baneabilità delle coste italiane e la puntuale conoscenza delle condizioni igienico-sanitarie sia per garantire la salute dei bagnanti sia per la amministrazioni locali per impostare adeguati interventi di risanamento. Sulla recente dinamica del fenomeno è a ricordare che all’inizio della stagione balneare del 2002 i divieti erano in tutto 803 metri, nel mese di agosto dello stesso anno erano diventati 4.139 i quali all’inizio dell’attuale stagione balneare, maggio 2003, erano aumentati di altri 1436 metri per l’insufficiente campionatura nella zona “conchiglia. Attualmente i singoli tratti dei divieti, secondo i dati resi noti nelle scorse settimane dal Ministero della Salute, sono: di 400 metri al Fiume Amato; di 403 metri al Torrente Bagni; di 1.087 metri duecento metri a nord del Torrente Bagni; di 2.064 metri da duecento metri a nord Fiume Amato a direzione Stazione di s. Pietro a Maida; 3.352 metri da duecento metri a sud Torrente Bagni a duecento metri sud Fiume Amato.” percentuale dei campioni prelevati non rispetta i valori limite, a certe condizioni, le acque sono ritenute conformi ai valori dei parametri; Si ha un’idea della dimensione e gravità del fenomeno se si considera anche quanto accade a nord e sud di Lamezia Terme nel tratto di Golfo di S. Eufemia compreso tra Pizzo e Nocera Tirinese dove sono posti 10.329 metri di divieti di balneazione per inquinamento di più del triplo di quelli posti sui 182,3 Km delle due province di Crotone (1248 m) e Vibo Valentia (2286) insieme. E per fare riferimento ad un dato esterno alla regione basta pensare che in tutto i territorio di Taranto i divieti sono 813 metri, meno della metà di quelli posti nel comune di Gizzeria e di meno di quelli di Pizzo. Il problema è grave non solo per la spazzatura ed i microbi ma anche per le risultanze del monitoraggio delle acque calabresi effettuato dal Ministero della sanità a partire dall’ottobre del 1998 e riportate a chiusura della Relazione della Corte dei Conti sull’inquinamento dello scorso ottobre: risultanze che evidenziano significative concentrazioni di elementi inquinanti nei bivalvi in corrispondenza della Foce del Fiume Amato con Rame, Zinco e Cadmio, ed alla foce del Turrina e dell’Angitola con Cromo, Arsenico e Manganese. Purtroppo con grande irresponsabilità si continua ad ignorare che su litorale del golfo insiste un considerevole volume di attività sociali che dipendono dal mare come via di comunicazione, come risorsa turistica, come sistema produttore di risorse alimentari, come sistema ricettore dispersivo e purificatore della materia ed energia residue della produzione sociale. Questo patrimonio può e deve essere salvaguardato e protetto con opportune misure che permettano un controllo globale dell'ambiente. Inquinamento delle acque, distruzione della vegetazione delle dune costiere con cementificazione e saccheggio di sabbia dagli arenili spesso in prossimità di aree con resti archeologici di grande pregio, avanzamento del cuneo salino con distruzione di preziose falde idriche sono alcuni esempi dei fenomeni del degrado idrogeologico sono favoriti anche dall’assenza di Piani regionali e comunali di utilizzo organico delle risorse idriche e più in generale dalla mancanza di una seria politica di valorizzazione delle ingenti risorse naturali (spiagge, acqua per uso potabile e terapeutico, suoli, giacimenti minerari, ecc) disponibili. Va considerato in proposito che lo studio per il Piano stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico della Calabria, per quanto riguarda il rischio idraulico, ha individuato nel territorio comunale oltre cinque chilometri quadrati di aree e tre punti di attenzione. E che le aree a rischio elevato e molto elevato, sempre riguardo al rischio idraulico sono circa ottocentomila metri quadrati. Nella Tavola Elaborato 15.2 del PAI sono riportate le quattro zone interessate da frane a rischio da elevato a molto elevato. Si tratta di aree in frana con rischio per le persone e localizzate principalmente nella zona di Nicastro-Bella e nelle frazioni Fronti-Zangarona; altre due zone interessano il settore occidentale del territorio comunale e sono localizzate a Gabella-Sambiase e Acuqadauzano-Acquafredda-Contorella-Grozzanella. Per le spiagge lametine però, i mali, come l’inquinamento, prodotti dall’intervento antropico sono per fortuna contrastati da fenomeni naturali positivi che fino ad oggi hanno impedito i gravi processi erosivi in atto a nord e sud del territorio comunale.Si pensi che nei comune di Nocera Tirinese e Falerna nei decenni scorsi sono localizzati i focus con processi erosivi tra i più rilevanti d’Italia. Lamezia Terme, in pratica mentre risulta con la più alta percentuale di divieti di balneazione per inquinamento, è uno dei pochi territori costieri del tirreno dove, negli ultimi 50 anni, il bilancio tra la superficie di spiaggia erosa e quella ripasciuta è positivo. Infatti tra il 1954 ed il 1998, come ripascimento, si è avuto un aumento del 68% pari a 230.030 metri quadrati di litorale in più per una lunghezza di 5.740 metri. Nello stesso periodo la lunghezza di litorale eroso è risultato di 2.270 metri pari al 26% del totale e con una perdita di 151.634 metri di spiaggia. LE CAUSE E I RIMEDI Cause e rimedi dei divieti per inquinamento sono d’altra parte facilmente individuabili se si tiene conto della loro localizzazione in corrispondenza e nei pressi della foce di torrenti e fiumare. In proposito va considerato che le sostanze inquinanti vengono immesse più a monte dello sbocco a mare, e, quindi, che i carichi inquinanti trasportati dai vari corsi d’acqua fanno risentire i loro effetti anche su quant’altro ne viene a contatto prima dello sbocco a mare. Effetti intuibili se si considera che i tratti terminali dei torrenti e delle fiumare della Calabria generalmente attraversano terreni alluvionali, porosi e permeabili contenenti preziose falde idriche alimentate dalle acque (e da quant’altro in esse contenuto) trasportate dagli stessi corsi d’acqua. Il divieto di balneazione, in pratica è solo l’ultimo, in senso spazio-temporale, degli effetti dell’inquinamento in Calabria quasi totalmente causato dalle discariche di rifiuti e delle acque reflue. E’ da ribadire che nei 409 comuni della regione sono stati censiti 639 siti inquinati con discariche non autorizzate costruite senza la dotazione di opere (raccolta percolato, raccolta acque meteoriche, impermeabilizzazione del fondo e delle pareti) necessarie a prevenire l’inquinamento. Le stesse discariche costituiscono pericolo costante per l’inquinamento del suolo e delle acque anche perché la loro ubicazione è nella maggior parte dei casi lontana da siti idonei e compatibili: il 63% è ubicato a meno di 150 m. dai corsi d’acqua, il 20% è localizzato a meno di 250 m. dai centri abitati. Riguardo la distanza dai corsi d’acqua si è riscontrato che: 145 discariche sono ubicate a meno di 10 m., 102 ad una distanza compresa tra i 10 e i 50 m., 187 ad una distanza compresa tra i 50 e 150 m. Il 36% del totale dei siti inquinati insiste in aree soggette a vincolo. Per le acque reflue va considerato che alcune decine di comuni sono sprovvisti d’impianto di depurazione; e dei circa 700 depuratori esistenti, gli impianti realmente funzionanti anche in termini di rispetto della normativa, sono limitatissimi. Su 1157 scarichi di fognature censiti si è rilevato: 401 scarichi non soggetti ad alcuna depurazione; 373 scarichi da depuratori non attivi; 383 scarichi da depuratori attivi. Insieme ai dati ed agli aspetti sopra illustrati, per il risanamento, sono da considerare anche i dati relativi alle analisi delle aree critiche del Programma di Monitoraggio 2001-2003 per il Controllo dell’Ambiente Marino-Costiero del Servizio per la difesa del Mare del Ministero dell’Ambiente che ha delegato, per la gestione, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Calabria. In proposito va anche considerato che la Corte dei Conti nella più volte citata relazione mette in evidenza: “L’attendibilità e la corrispondenza delle dichiarazioni e delle certificazioni rese dalle varie amministrazioni monitorate, sono state verificate incrociando le risposte fornite se riferite alla medesima questione. Ne è emerso un quadro di parziale non corrispondenza e conseguentemente di parziale inattendibilità dei dati inviati dalla maggior parte dei comuni, specie per quanto riguarda i controlli svolti sugli scarichi, sui depuratori, sui gestori dei servizi “esternalizzati”, sul numero degli impianti di depurazione privi delle autorizzazioni provinciali allo scarico, sul livello della qualità delle acque.” La stessa Corte dei Conti sottolinea “l’assenza di una propria attività autonoma regionale di monitoraggio della salute delle coste calabresi, nonché di relativa informazione all’utenza, soprattutto al fine di garantire il rispetto dei divieti di balneazione posti a tutela della salute pubblica”. E aggiunge “Peraltro non si può sottacere che la Calabria continua ad essere priva di una “Relazione annuale sullo stato dell’ambiente.” Così come non va sottaciuto che sui 715,7 Km di costa della Calabria, nel centro del Mediterraneo, esiste la più grande ed esclusiva varietà di spiagge ed assetti idrogeomorfologici formati dalla più ampia varietà di rocce di tutte le ere geologiche e non disponibile in nessuna regione della penisola. Di tutto ciò si dovrà tener conto, soprattutto in Calabria, per aumentare l’attuale disponibilità dei 631 Km di costa con mare tra i più puliti e trasparenti del Mediterraneo. Infine, non è fuori luogo evidenziare che “ripulire i mari e creare una rete mondiale di scarichi non inquinanti” è stato lo slogan d 'apertura, del 3° Forum Mondiale dell'Acqua di Kyoto, in Giappone, E che il programma per l'ambiente delle Nazioni Unite, l'Unep, richiama l'attenzione dei governi sulla riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti nei mari e sui problemi sanitari legati alla mancanza di accesso a strutture adeguate di igiene pubblica per milioni di persone. Secondo un rapporto reso noto dall'Unep lo scorso ottobre, circa il 40 per cento della popolazione mondiale vive entro un raggio di 60 chilometri dalle coste marine, molte delle quali sono minacciate dagli scarichi dei sistemi fognari che non sono opportunamnte trattati. La sfida che dobbiamo superare per evitare l'inquinamento dei mari - ha spiegato il direttore dell'Unep Klaus Töepfer - «è quella di individuare degli obiettivi di riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti. Obiettivi allo stesso tempo ambiziosi, realistici e ancorati a precise scadenze temporali». Insomma si tratta di realizzare un omologo marino del Protocollo di Kyoto sulle emissioni di gas ad effetto serra nell'atmosfera che però prenda di mira non l'anidride carbonica, ma gli scarichi di sostanze inquinanti che minacciano la vita nei mari, prime fra tutte quelle che provengono dalle fogne non depurate. Riuscire a conseguire questo obiettivo - ha concluso Töpfer - significa risanare l'ambiente marino una volta per tutte e dare alle future generazioni dei servizi più sicuri, acqua più pulita e coste più pulite. Giugno 2003
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          c) d) e) ANTICIPAZIONI RAPPORT0 2007 PER LA TUTELA E VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO COSTIERO CALABRESE Con geositi unici, di tutte le Ere geologiche e più del 20% della disponibilità di spiagge balneabili dell’intera penisola italiana A poche settimane dall’inizio della prossima stagione balneare, i dati più aggiornati sullo stato di salute del mare lametino e della provincia di Catanzaro, confermano una condizione preoccupante: si riducono le spiagge balenabili invece di eliminare o ridurre l’inquinamento e l’erosione. 1) Il dato più significativo sui divieti di balneazione è la lunghezza di 9.858 metri; questo dato è il risultato della somma dei 21 tratti di divieto posti su dieci comuni della provincia nel corso della stagione 2006, attualmente pubblicati dal Ministero della Salute. Lo stesso dato rappresenta il 9,6 % dei 102.600 metri di tutta la costa disponibile ed indica un peggioramento anche rispetto alla stagione 2005 sottolineata dalle ben note scuse agli italiani da parte del presidente della giunta regionale. I divieti di balneazione dovuti all’inquinamento interessano 19 tratti complessivamente lunghi 9.403 metri. Un tratto di 355 metri è motivato dal porto di Catanzaro Lido ed un altro tratto di 100 metri per motivi diversi alla foce del F. Torbido nel comune di Nocera Tirinese. Resi noti dal Ministero della Salute per “fornire al maggior numero di cittadini le informazioni sulla baneabilità delle coste e la puntuale conoscenza delle condizioni igienico-sanitarie sia per garantire la salute dei bagnanti sia per la amministrazioni locali per impostare adeguati interventi di risanamento”, i dati più aggiornati evidenziano una diversa condizione nei due mari che bagnano i 5 comuni del Tirreno ed i 18 dello Ionio della provincia. Le condizioni con le percentuali peggiori si registrano sul Tirreno dove in due soli comuni sono concentrati più della metà dei divieti: a Lamezia Terme con 4.506 metri di divieti per inquinamento ed a Nocera Tirinese con 500 metri. In particolare, nei due comuni, i singoli tratti sono localizzati: - Lamezia Terme: 200 MT s Sud Fiume Amato 847 metri; 500 MT Sud Torrente Bagni 791 metri; Da 200 MT a Nord F. Amato a La Conchiglia 854 metri; Direzione Stazione FFSS S. Pietro a Maida 1211 metri; F. Bagni 403 metri; F. Amato 400 . - Nocera Tirinese: 100 MT a Sinistra Foce F. Torbido 100 metri; 200 MT A DX E 200 MT a Sinistra Foce F. Savuto 400 metri. Sul mare Ionio i divieti sono localizzati nei seguenti otto comuni: - Botricello: Fiume Crocchio 397 metri e F. Tacina 165 metri; - Catanzaro: F. Corace 556 metri ; PORTO DI CATANZARO LIDO 355 metri; Torrente Fiumarella 421 metri. - Cropani: F. Crocchio 397 metri e F. Grasso 415 metri. - Isca sullo Ionio: Torrente Gallipari 402 . - Satriano: F. Alcimale 229 metri. - Sellia Marina: F. Simeri 434 metri. - Sieri Crichi: F. Alli 458 metri. - Soverato: F. Alcimale 229 metri e Torrente Soverato 394 metri. Il confronto con il resto della Penisola evidenzia che la lunghezza dei divieti di balneazione per inquinamento nella provincia di Catanzaro supera la lunghezza complessiva di tutti i divieti di balneazione per inquinamento posti nella regione Liguria con 349,3 km di costa. E che i divieti di balneazione posti sugli 8,9 km di spiaggia disponibile nel comune di Lamezia Terme superano tutti i divieti per inquinamento posti complessivamente nelle due regioni: Emilia Romagna con 131 Km di costa e Basilicata con 62,2 Km di costa disponibile. Va considerato che lo stato di salute delineato dai dati sopra riportati è condizionato (in meglio) dalle “cure” del Commissario per l’emergenza ambientale della regionale Calabria che: “.. pur avendo dismesso ogni attività inerente la gestione delle acque reflue, è intervenuto nella stagione estiva 2006 in tutte le province sui depuratori per scongiurare il pericolo di inquinamento delle acque marine ed in conseguente nocumento alle attività turistico-ricettive della regione”. Pertanto, e con il permanere dell’attuale inefficienza degli impianti di depurazione, c’è d’aspettarsi un ulteriore peggioramento della salute dei mari e dei risultati delle analisi delle acque che saranno effettuate a partire dal prossimo mese di aprile, e, quindi, il rischio “dell’imminente disastro ambientale” denunciato dal presidente della provincia. Altro che la rassicurante situazione, in controtendenza e con riduzione dei divieti, delineata dai responsabili regionali nel giugno scorso e dopo oltre due mesi dell’apertura della stagione balneare. I dati del Ministero della Salute, ancora una volta, smentiscono decisamente le rituali ed irresponsabili dichiarazioni rilasciate ai mezzi d’informazione dai rappresentanti ed incaricati di turno ad ogni inizio e nel corso delle stagioni balneari. 2) Aumentano, soprattutto sul Tirreno, le aree a rischio erosione costiera che nella provincia interessano 25 comuni e decine di chilometri di coste. La diffusione e dimensioni del fenomeno, aggiornato al 2001, è visibile sulle mappe del Piano per l’Assetto Idrogeologico della Calabria dove sono riportati i dati dei 22 comuni a rischio R2 ed i 3 comuni a rischio R3. 3) La disponibilità di costa balenabile della provincia, senza considerare i circa 10 km di divieti, supera quella che possono offrire insieme le regioni Basilicata e Molise. Una disponibilità rilevante e caratterizzata da specificità geoambientali e rocce di tutte le ere geologiche:si passa dalle dune di attuale e più recente formazione alle rocce delle ere geologiche più antiche, di moltissime centinaia di milioni d’anni fa, ed indisponibili nelle altre regioni della penisola. Oltre ad una grande varietà di preziosi aspetti naturalistici ed ambientali, sulle stesse rocce si possono leggere le ampie e remote testimonianze della nascita e della storia sia del paesaggio terrestre del Mediterraneo sia degli insediamenti umani; testimonianze di grandissimo interesse scientifico e sempre più oggetto di visite, ricerche e studi dai maggiori centri di ricerca e università del Pianeta. Spiagge rare e preziose, con mari trasparenti, fondali in gran parte privi dai fenomeni di accumulo di sostanze nocive per la salute e, quindi, ideali per immersioni e visite anche “sul luogo del relitto” 3) Per garantire la salute dei bagnanti, in tutte le regioni d’Italia, nei prossimi giorni saranno resi noti i tratti di spiaggia interessati dalle ordinanze comunali di divieto di balneazione. In molte regioni si è già provveduto e, prima dell’apertura della stagione balneare prevista tra aprile ed il primo maggio 2007, i cittadini interessati e da ogni parte della Terra, con un semplice collegamento internet leggeranno i risultati delle analisi delle acque di balneazione, per ogni singolo tratto di spiaggia, pubblicati ed aggiornati in tempo reale sui rispettivi portali web delle Arpa (Agenzie regionali protezione ambiente). E, in Calabria, quando e come si provvederà? Garantire, come nelle altre regioni, la tempestiva e completa informazione attraverso i siti web e giornali esistenti non richiede alcun costo economico, basta la semplice volontà politica e amministrativa di rispettare le apposite Direttive europee e igienico-sanitarie delle norme vigenti. 5) Sulle cause dei divieti per inquinamento va ribadito che gli stessi, in genere, sono localizzati in prossimità della foce dei corsi d’acqua. Sono i corsi d’acqua a portare le sostanze inquinanti immesse in genere a monte delle sbocco a mare. Il divieto di balneazione rappresenta “l’ultimo” effetto in senso spazio-temporale delle varie conseguenze dell’inquinamento dei corsi d’acqua essenzialmente legato alla discariche di rifiuti e delle acque reflue. . Le condizioni ed i problemi dei tredici corsi d’acqua che attraversano da nord a sud il territorio di Lamezia e lo stato delle falde idriche dalle quali traggono origine sorgenti con portate di miliardi di litri d’acqua oligominerale l’anno, non possono essere separati dal problema delle acque del mare. In proposito, e per come emerso nel corso dell’Open space technology sul Piano Strategico di Lamezia Terme, oltre che sulla rara fortuna di vivere in un territorio ricchissimo di risorse idriche per uso potabile, uso agricolo, uso industriale, uso terapeutico e turistico, è da porre l’attenzione sulla necessità di promuovere comportamenti diffusi nella popolazione per la salvaguardia ed il razionale utilizzo della risorsa acqua; comportamenti che possono e devono essere favoriti anche attraverso la corretta informazione sulle reali disponibilità e localizzazioni superficiali e profonde. Pertanto diventa sempre più urgente delimitare e monitorare con prelievi ed analisi adeguati le falde idriche presenti nel territorio ed individuare dove e come intervenire per prevenire inquinamenti e distruzioni irreversibili. È da considerare che i divieti di balneazione e l’inquinamento batteriologico delle acque costituiscono solo uno dei fattori che condizionano lo stato di salute del mare. Altro fattore importante è l’inquinamento chimico dei fondali da parte dei metalli pesanti e di altre sostanze tossiche. E l'inquinamento chimico dei sedimenti costieri oltre a tempi molto lunghi di smaltimento produce effetti negativi in tutto l’ecosistema e nella catena alimentare degli organismi marini e, quindi, anche in chi si alimenta di prodotti del mare. 6) Sui rimedi resta d’attualità il contenuto sia delle due relazione della Corte dei Conti su “la gestione delle risorse pubbliche finalizzata a prevenire l’inquinamento delle coste, a risanare e migliorare la qualità delle acque destinate alla balneazione e a tutelare la salute pubblica dei cittadini”, sia dei precedenti Rapporti sullo stato di Salute dei mari degli Amici della Terra disponibili nel web. 7) L’occasione della giornata mondiale dell’acqua rende opportuno sottolineare ancora la necessita di un sistema integrato di controlli ambientali finalizzato allo studio di programmi di risanamento, recupero e tutela delle biodiversità più significative del territorio per tutelare le acque destinate al consumo alimentare, proteggere la qualità delle sorgenti e delle fonti sotterranee, che rappresentano il più importante patrimonio idrico destinato all’uso potabile. Ma anche rendere sicura la balneazione e proteggere la vita dei pesci. Basta richiamare alla memoria le immagini trasmesse delle varie televisioni locali sul colore e quanto trasportato e,o toccato dalle acque dei corsi d’acqua del lametino per immaginare le conseguenze sulle falde idriche alimentate dagli stessi corsi d’acqua ed utilizzate nel territorio, e, quindi sull’urgenza degli interventi necessari. Se all’insieme della classe dirigente continuerà a mancare capacità e volontà di concertare tra i vari enti interessati un progetto di intervento strategico sul territorio, coordinando piani, risorse finanziarie e competenze per affrontare tutti gli obiettivi prioritari: dalla riqualificazione delle aree fluviali alla messa in sicurezza delle zone a rischio idraulico; dalla difesa della costa al consolidamento dei territori soggetti a frane; dalla prevenzione dei rischio sismico al recupero dei centri storici e delle periferie degradate ed abusive, dalla tutela dei boschi rispetto agli incendi agli interventi di sviluppo nelle zone collinari e montane, non c’è speranza che dalla pratica dell’emergenza si possa passare alla cultura della prevenzione e dello sviluppo. La pratica della legalità, in Calabria, richiede l’applicazione delle leggi comprese quelle sulle acque di balneazione. E, il rispetto delle norme vigenti, DPR 470/1982, sulla qualità delle acque di balneazione impone alla regione Calabria “l’individuazione delle zone idonee alla balneazione sulla base dei risultati delle analisi e delle eventuali ispezioni effettuate durante il periodo di campionamento relativo all’anno precedente. Tale individuazione dovrà essere portata a conoscenza delle amministrazioni comunali interessate almeno un mese prima dell’inizio della stagione balneare”. E poiché la stagione balneare in Calabria si apre ufficialmente il primo maggio, nei comuni dove si pratica la legalità, sulla base delle indicazioni della Regione, si provvede alle ordinanze riguardanti la balneazione. Nel corso della stagione 2006 i divieti sulle coste calabresi hanno interessato 155 tratti distribuiti in: 27 comuni della provincia di Cosenza, 13 comuni della provincia di Reggio Calabria, 10 comuni nella provincia di Catanzaro, 5 comuni nella provincia di Vibo Valenzia, 5 comuni nella provincia di Crotone. In particolare, gli adempimenti richiesti, dalle stesse norme, ai comuni sono: a) la delimitazione, prima dell’inizio della stagione balneare, a mezzo di ordinanza del sindaco, delle zone non idonee alla balneazione ricadenti nel proprio territorio; b) la delimitazione delle zone temporaneamente non idonee alla balneazione qualora nel corso della stagione balneare i risultati delle analisi non risultano conformi alle prescrizioni previste dalle stesse norme; c) la revoca, a mezzo di ordinanza del sindaco, su segnalazione dell’autorità competente, dei provvedimenti di cui ai precedenti punti a) e b); d) l’apposizione, nelle zone interessate, di segnaletica che indichi il divieto di balneazione; e) l’immediata segnalazione di nuove situazioni di inquinamento massivo delle acque dì balneazione ricadenti nel proprio territorio. In pratica, l’informazione sulla qualità delle acque e su dove, in Calabria, è possibile fare il bagno e dove invece è vietato deve arrivare ai cittadini prima dell’inizio di maggio e d’apertura ufficiale della stagione balneare. Di nessun costo economico ma necessari per garantire la salute dei bagnanti, gli adempimenti di legge sopra accennati, già attuati e resi noti nelle altre regioni d’Italia, non possono e non devono essere disattesi in Calabria; e, non solo per la pratica della legalità ma anche per le specificità rappresentate sia dalla rilevanza del patrimonio costiero regionale, sia dai recenti fatti connessi al malfunzionamento degli impianti di depurazione. Sulla rilevanza del prezioso patrimonio costiero regionale va ribadito che la Calabria, senza la parte vietata di circa 100 Km, offre più del 20 % dell’intera disponibilità di spiagge balenabili dell’intera Penisola italiana. La lunghezza di circa seicentoventi chilometri di spiagge balenabili della Calabria è superiore a quella complessiva di sette regioni bagnate dai mari Adriatico e Jonio: Friuli, Veneto Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata. Sull’entità e potenzialità del patrimonio disponibile va considerato che la sola provincia di Cosenza dispone di una quantità di spiagge balneabili superiore alla disponibilità complessiva di tre regioni come Veneto, Basilicata e Marche. E, nella provincia di Reggio Calabria la disponibilità supera quella offerta insieme dalle regioni Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. Ma c’è di più. Le specificità ed i dati esistenti sulle rocce bagnate dai mari calabresi rendono il patrimonio costiero della regione unico in tutto il Mediterraneo. Caratterizzato dagli antichissimi ammassi metamorfici del reggino e del Tirreno cosentino, dalla gran diffusione del granito del Tirreno vibonese e dello Jonio catanzarese, il patrimonio costiero calabrese è costituito da rocce di tutte le ere geologiche: si passa dalle dune d’attuale e più recente formazione alle rocce delle ere geologiche più antiche, di moltissime centinaia di milioni d’anni fa, ed indisponibili nelle altre regioni della penisola. Oltre ad una grande varietà di preziosi aspetti naturalistici ed ambientali, sulle rocce che formano le coste calabresi sono impresse le ampie e più remote testimonianze della nascita ed evoluzione sia del paesaggio terrestre del Mediterraneo sia degli insediamenti umani; testimonianze di grandissimo interesse scientifico e sempre più oggetto di visite, ricerche e studi dai maggiori centri di ricerca e università del Pianeta. Spiagge rare e preziose, con mari trasparenti, fondali in gran parte privi dai fenomeni di accumulo di sostanze nocive per la salute e, quindi, ideali per immersioni e visite anche “sul luogo del relitto”. Questo prezioso patrimonio, per essere adeguatamente tutelato e valorizzato richiede la definizione di un “Piano regionale di riassetto idrogeologico delle aree costiere in vista della loro gestione integrata”, come specificità del più generale modello di gestione del territorio e che in coerenza con questo persegue l’obiettivo dello sviluppo eco¬nomico e sociale delle aree costiere attraverso la sostenibilità. A tal fine è utile ricordare lo slogan d 'apertura del 3° Forum Mondiale dell'Acqua di Kyoto: “ripulire i mari e creare una rete mondiale di scarichi non inquinanti”. Così come va ricordato che il programma per l'ambiente delle Nazioni Unite, l'Unep, richiama l'attenzione dei governi, compreso quello della regione Calabria, sulla riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti nei mari ed evidenzia come circa il 40 per cento della popolazione mondiale vive entro un raggio di 60 chilometri dalle coste marine, molte delle quali sono minacciate dagli scarichi dei sistemi fognari che non sono opportunamente trattati. In pratica si tratta di realizzare, anche in Calabria, un omologo marino del Protocollo di Kyoto sulle emissioni di gas ad effetto serra nell'atmosfera che però prenda di mira non l'anidride carbonica, ma gli scarichi di sostanze inquinanti che minacciano la vita nei mari, prime fra tutte quelle che provengono dalle fogne non depurate; e, quindi, di risanare l'ambiente marino una volta per tutte e dare alle future generazioni dei servizi più sicuri, acqua più pulita e coste più pulite. Così come necessita considerare quanto emerso dal Forum sulla “settimana dell’acqua” organizzato dalle nazioni Unite, dalla Commissione Economica e Sociale dell’Asia Occidentale (ESCWA), dal Partenierato Globale per l’Acqua (GWP), dall’Ufficio di Informazioni del Mediterraneo, Educazione, Cultura e Sviluppo Sostenibile (MIO-ECSD) oltre che dal Ministero dell’Energia e dell’Acqua del Libano. Secondo il Piano di Azione per il Mediterraneo del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP/MAP) le città costiere, l’agricoltura intensiva e l’industria sono tra i maggiori inquinatori del Mediteraaneo: è perciò vitale coinvolgere attivamente gli stakeholders direttamente collegati a queste attività per realizzare misure incisive. Come risposta a questa sfida l’ UNEP/MAP, con il sostegno del Fondo Globale per l’Ambiente (GEF), ha elaborato un programma di azione strategico (SAP/MED) che identifica a livello regionale le sostanze nocive che devono essere eliminate nei prossimi 25 anni e richiede ai paesi della regione di elaborare e attuare piani di azione per combattere l’inquinamento marino proveniente da attività terrestri (NAPs). E dall’altro Forum internazionale di Atene promosso da UNEP/MAP e MIO-ECSD che ha coinvolto più di 100 rappresentanti di Governi, autorità locali, industria, agricoltura e sindacati, ONG e associazioni ambientaliste del Mediterraneo. In pratica, occorre applicare la nuova direttiva UE che indica come tutti i mari europei (ma anche i fiumi e i laghi balneabili) dovranno essere rigorosamente classificati in base alla qualità delle loro acque: scarsa, sufficiente, buona e eccellente. Adottare misure per informare adeguatamente il pubblico, per verificare i valori qualitativi delle acque e per far diventare quanto prima eccellenti o buone quante più acque possibile. In particolare è da considerare che la Commissione europea per l’ambiente ha sottolineato che “Vista la specificità delle acque di balneazione non è possibile garantire l’assenza assoluta di rischi. Per questo motivo, e visto che non è ancora possibile fare previsioni sulla qualità delle acque, è fondamentale fornire ai cittadini tutti gli elementi necessari affinché possano scegliere consapevolmente dove e se praticare la balneazione” Per l’avvio di una nuova politica sulle acque di balneazione è indispensabile l’applicazione della direttiva e,quindi: “Informazione, partecipazione dei cittadini e presentazione di relazioni”. Informare fattivamente i cittadini sulla qualità delle acque di balneazione, compresi tutti i fattori conosciuti che possono avere effetti sulla qualità; queste informazioni devono essere sempre a disposizione nelle zone di balneazione; i cittadini, inoltre, devono poter accedere facilmente e in qualsiasi momento al profilo di ciascuna spiaggia e conoscere l’andamento della qualità delle sue acque negli anni. Lo strumento migliore e raccomandato a tal fine è Internet: i profili, le carte geografiche, i dati sul controllo della qualità e i programmi di azione relativi a ciascuna zona di balneazione possono infatti essere agevolmente pubblicati su siti locali e regionali , cui tutti - cittadini, ONG, legislatori o scienziati - possono poter accedere agevolmente da casa via computer, dalle biblioteche o presso gli uffici del turismo. “Le informazioni non devono, tuttavia, essere divulgate solo via Internet, ma anche attraverso mezzi di comunicazione più tradizionali come i giornali locali, gli opuscoli distribuiti nei luoghi pubblici, ecc. Gli " effetti collaterali " positivi dell’informazione dei cittadini si possono così riassumere: 1) i cittadini possono segnalare i casi reali o sospetti di inquinamento; 2) essi avrebbero una migliore conoscenza delle tematiche e dell’impegno profuso dai responsabili della gestione della qualità. Quando fossero necessari interventi per risolvere un problema, soprattutto, ma non solo, se si tratta di grandi opere di infrastruttura, i cittadini dovrebbero poter partecipare alla definizione dei necessari programmi d’azione.” Se all’insieme della classe dirigente continuerà a mancare capacità e volontà di concertare tra i vari enti interessati un progetto di intervento strategico sul territorio, coordinando piani, risorse finanziarie e competenze per affrontare tutti gli obiettivi prioritari: dalla riqualificazione delle aree fluviali alla messa in sicurezza delle zone a rischio idraulico; dalla difesa della costa e risanamento delle acque al consolidamento dei territori soggetti a frane; dalla prevenzione dei rischio sismico al recupero dei centri storici e delle periferie degradate ed abusive, dalla tutela dei boschi rispetto agli incendi agli interventi di sviluppo nelle zone collinari e montane, non c’è speranza che dalla pratica dell’emergenza si possa passare alla cultura della prevenzione e dello sviluppo. ----

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          c) d) PRIME ANTICIPAZIONE DEL RAPPORTO 2007 SULLO STATO DI SALUTE DEI MARI DELLA CALABRIA ---------------------- Per garantire la salute dei bagnanti, in tutte le regioni d’Italia, nei prossimi giorni saranno resi noti i tratti di spiaggia interessati dalle ordinanze comunali di divieto di balneazione. In molte regioni si è già provveduto e, prima dell’apertura della stagione balneare prevista tra aprile ed il primo maggio 2007, i cittadini interessati e da ogni parte della Terra, leggeranno i risultati delle analisi delle acque di balneazione pubblicati ed aggiornati in tempo reale sui rispettivi portali web delle Arpa (Agenzie regionali protezione ambiente). E in Calabria, qual è lo stato di salute del mare? Quali interventi sono stati adottati e cosa si sta facendo per eliminare o ridurre inquinamento ed erosione sui 715,7 chilometri di coste della regione? Su quanti e quali tratti saranno posti i divieti di balneazione? Se a queste domande si risponde sulla base dei dati più recenti e di quanto accaduto nei mesi scorsi c’è da preoccuparsi, e non poco; invece di eliminare o ridurre l’inquinamento e l’erosione si riducono le spiagge idonee alla balneazione. Qualche dato: 1) Il più recente e significativo dato sui divieti di balneazione è la lunghezza di 97.029 metri che rappresenta il massimo storico ed il 13,5 % della costa disponibile. Questo dato è il risultato della somma dei 155 tratti di divieto della stagione 2006 attualmente pubblicati dal Ministero della Salute. Lo stesso dato, indica un peggioramento anche rispetto alla stagione 2005 sottolineata dalle ben note scuse agli italiani da parte del presidente della giunta, e conferma la tendenza al peggioramento caratterizzata negli ultimi cinque anni, dal 2001 al 2006, da un aumento di oltre 20 Km dei divieti di balneazione. In pratica, i dati del Ministero della salute, non confermano la rassicurante situazione, in controtendenza e con soli 40 km di divieti, delineata dai responsabili regionali nel giugno scorso dopo oltre due mesi dell’apertura della stagione balneare. I dati ufficiali, ancora una volta, smentiscono decisamente le rituali ed irresponsabili dichiarazioni rilasciate ai mezzi d’informazione dall’incaricato o rappresentante di turno ad ogni inizio e nel corso delle stagioni balneari. 2) Aumentano le aree a rischio erosione costiera che interessano 116 comuni e centinaia di chilometri di coste della Calabria. La diffusione e dimensioni del fenomeno, aggiornato al 2001, è visibile sulle mappe del Piano per l’Assetto Idrogeologico della Calabria dove sono riportati i dati dei 71 comuni a rischio R2 ed i 45 comuni a rischio R3. 3) Il Commissario per l’emergenza ambientale della regionale Calabria precisa che: “.. pur avendo dismesso ogni attività inerente la gestione delle acque reflue, è intervenuto nella stagione estiva 2006 in tutte le province sui depuratori per scongiurare il pericolo di inquinamento delle acque marine ed in conseguente nocumento alle attività turistico-ricettive della regione.” E, nella Relazione Conclusiva del 24 gennaio scorso scrive: “Non si intravedono ad oggi elementi di novità rispetto alla trascorsa stagione, né segnali di maggiore efficienza nel campo della depurazione da parte dei soggetti ad essa deputati, né l’attribuzione di risorse economiche aggiuntive da parte degli enti sovra-ordinati (Regione e Province) che soccorrano a garanzia della piena efficienza del sistema depurativo calabrese.” Inoltre, sulla “Questione Ambientale” lo stesso Commissario evidenzia: “Lo sviluppo di questo territorio calabrese non può essere ostacolato da un esercizio di potere interdittivo da parte di amministratori e burocrati capaci di suggerire prudenza antimodernista e di dar lezione di una ecologia d’accatto, senza mai prendere posizioni costruttive e responsabilità individuali.” Invece di assicurare il massimo di trasparenza all’acqua ed ai dati, in Calabria, sui problemi del mare si confermano inefficienze ed inadempienze evidenziate nelle due relazioni della Corte dei Conti come: a) “nessuna puntuale informazione alla popolazione, alle imprese, alla comunità scientifica è stata fornita dalle autorità..”. b) “...il mare non è stato sinora considerato una risorsa ma una discarica che tutti possono utilizzare pur di risparmiare soldi pubblici e privati.” c) “..che la protezione dell’ambiente e della salute collettiva impongono alle amministrazioni pubbliche di ridurre l’inquinamento delle acque di balneazione e di preservare queste ultime da un deterioramento ulteriore: attraverso una serie di politiche pubbliche finalizzate al raggiungimento di obiettivi immediati quali il miglioramento della qualità misurato attraverso prelievi, ma anche attraverso obiettivi di programmazione e di interventi infrastrutturali più articolati e complessi (costruzione di reti fognarie ed impianti di depurazione, programmazione della gestione dei rifiuti e del ciclo delle acque, previsione di divieti e prescrizioni amministrative).” La rilevanza, anche a livello nazionale, delle questioni poste dai dati sopra accennati, appare ancora più evidente se si considerano l’entità e la specificità del patrimonio costiero a rischio. Entità e specificità ignorate spesso da chi istituzionalmente preposto alla tutela e valorizzazione dello stesso patrimonio costiero. Pertanto, e ad ogni livello di responsabilità, occorrono segnali forti di cambiamento rispetto al passato con interventi di risanamento e fatti immediati. Gli attesi segnali di novità o il perpetuarsi delle inadempienze emergeranno comunque nei prossimi mesi quando i calabresi verificheranno sia le condizioni dei mari che l’operato: - del governo nazionale sia nell’impiego delle risorse, come ad esempio, dei 10 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 per l’attuazione di programmi annuali di interventi per la difesa del mare (Convenzione di Barcellona del 1976), sia nella tempestiva e regolare pubblicazione dei Rapporti annuali sullo stato di salute dei mari; - del governo e del consiglio regionale nel dotare la Calabria di adeguati mezzi economici e legislativi per il risanamento dei mari e coerenti alle decisioni della CRPM (Conferenza delle regioni periferiche marittime d’Europa) alla quale la Giunta, nei giorni scorsi, ha deliberato l’adesione per il 2007, (si pensi ad esempio alle norme salva coste come già fatto dalla regione Sardegna ed all’Assessorato al Mediterraneo istituito dalla regione Puglia); - del Parlamento italiano per l’applicazione sia delle direttive della Comunità Europea sia delle decisioni della 26° Commissione CRPM per “ottimizzare la qualità della vita nelle regioni costiere” in considerazione del fatto che le “regioni costiere esercitano una crescente attrattiva sulla popolazione” e, quindi, “è necessario pianificare gli interventi in tali aree, tenendo conto, tra l’altro, dei rischi legati alla sicurezza, quali catastrofi naturali o minacce di origine umana”. ENTITÀ E SPECIFICITÀ DEI 715, 7 Km PATRIMONIO COSTIERO CALABRESE Sull’entità di spiagge disponibili va considerato che la Calabria, senza la parte vietata (circa 100 Km), attualmente offre più del 20 % dell’intera disponibilità di spiagge balenabili dell’intera Penisola italiana. La lunghezza delle spiagge balenabili della Calabria è superiore a quella complessiva delle sette regioni Friuli, Veneto Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, bagnate dell’Adriatico e Jonio . In pratica, la sola provincia di Cosenza dispone di una quantità di Km di spiagge balneabili superiore a quella che possono offrire insieme tre regioni come il Veneto, la Basilicata e le Marche. E così la provincia di Reggio Calabria da sola dispone di una quantità di spiagge di molto superiore a quella che dispongono insieme la regione Emilia Romagna ed il Friuli Venezia Giulia. Ma c’è di più. La specificità ed i dati esistenti sulle rocce bagnate dai mari calabresi rendono il patrimonio costiero della regione unico in tutto il Mediterraneo. Caratterizzato dagli antichissimi ammassi metamorfici del reggino e del Tirreno cosentino, dalla grande diffusione del granito del Tirreno vibonese e dello Jonio catanzarese, il patrimonio costiero calabrese è costituito da rocce di tutte le ere geologiche:si passa dalle dune di attuale e più recente formazione alle rocce delle ere geologiche più antiche, di moltissime centinaia di milioni d’anni fa, ed indisponibili nelle altre regioni della penisola. Oltre ad una grande varietà di preziosi aspetti naturalistici ed ambientali, sulle rocce che formano le coste calabresi si possono leggere le ampie e remote testimonianze della nascita e della storia sia del paesaggio terrestre del Mediterraneo sia degli insediamenti umani; testimonianze di grandissimo interesse scientifico e sempre più oggetto di visite, ricerche e studi dai maggiori centri di ricerca e università del Pianeta. Spiagge rare e preziose, con mari trasparenti, fondali in gran parte privi dai fenomeni di accumulo di sostanze nocive per la salute e, quindi, ideali per immersioni e visite anche “sul luogo del relitto”. LA DISTRIBUZIONE DEI DIVIETI NELLE 5 PROVINCE Dall’esame dei più recenti dati sulla balneazione pubblicati dal Ministero della Salute e relativi alle ultime analisi della acque della stagione 2006, emerge un quadro eterogeneo e mutevole, in alcune province, nella tipologia dei divieti rispetto al passato. Se, ad esempio, si aggregano tutti i divieti la classifica per provincia vede in testa Reggio Calabria con 33.774 metri di divieti, il 16,64 % dei 202.900 metri di costa disponibile. Segue Cosenza con 32.655 metri di divieti, il 14,32 % dei 227.900 metri di sviluppo costiero. Al terzo posto la provincia di Crotone, con 11.274 metri di divieti, il 9,89 % dei 113.900 metri dell’intera costa; segue quella di Catanzaro dove si registrano 9.858 metri di divieti, il 9,6 %, dei 102.600 metri dell’intera disponibilità. Nella provincia di Vibo Valenzia i 9.468 metri di divieti pur rappresentando il minimo delle lunghezze, se rapportati ai 68.400 metri di costa disponibili portano al 13,84 % e, quindi, collocano al terzo posto la stessa provincia. La classifica che tiene conto solo dei divieti per inquinamento, vede al primo posto, con 25.109 metri, la provincia di Cosenza; al secondo posto con 15.137 metri la provincia di Reggio Calabria, al terzo posto quella di Catanzaro con 9.403 metri, al quarto la provincia di Vibo Valenzia con 8.127 metri ed in coda quella di Crotone con 1.848 metri. In base ai divieti di balneazione per motivi diversi dall’inquinamento (presenza di porti, scogliere e zone industriali) il primo posto con 18.637 metri spetta alla provincia di Reggio Calabria, il secondo con 9.436 metri a quella di Crotone, il terzo a Cosenza con 7.546 metri, il quarto a Vibo Valenzia con 61.341metri ed in coda la provincia di Catanzaro con 455 metri. In particolare i 15.065 metri di divieto permanenti per la presenza dei Porti sono ripartiti per: - 6835 metri nella provincia di Reggio Calabria per i porti di Gioia Tauro, Villa San Giovanni, Roccella Ionica e Reggio Calabria; - 4.108 metri nella provincia di Cosenza per i porti sul Tirreno di Diamante , Cetraro e San Lucido, di Corigliano Calabro e Cariati sullo Jonio; - 2.426 metri per i porti di Crotone, Cirò Marina ed Isola Capo Rizzato; - 1.341 metri per il porto Vibo valentia; - 355 metri per il porto di Catanzaro Lido; La classifica in base al numero dei tratti e dei comuni interessati dai divieti: - 83 tratti in 27 comuni nella provincia di CS; - 28 tratti in 13 comuni nella provincia di RC; - 21 tratti in 10 comuni nella provincia di CZ; - 15 tratti in 5 comuni nella provincia di VV; - 8 tratti in 5 comuni nella provincia di KR. Nella classifica dei comuni il primato, paradossalmente, spetta ancora alla città con il più bel lungomare d’Italia: Reggio Calabria con 9.416 metri di divieti. Segue Crotone con 8.800 metri; al terzo e quarto posto Bagnara Calabra e Lamezia Terme rispettivamente con 5.997 metri e 4.506 metri; al quinto posto Rossano con 3.587 metri divieti. ---- A poche settimane dall’inizio della prossima stagione balneare, i dati più aggiornati sullo stato di salute del mare lametino e della provincia di Catanzaro, confermano una condizione preoccupante: si riducono le spiagge balneabili invece di eliminare o ridurre l’inquinamento e l’erosione. (*) 1) Il dato più significativo sui divieti di balneazione è la lunghezza di 9.858 metri; questo dato è il risultato della somma dei 21 tratti di divieto posti su dieci comuni della provincia nel corso della stagione 2006, attualmente pubblicati dal Ministero della Salute. Lo stesso dato rappresenta il 9,6 % dei 102.600 metri di tutta la costa disponibile ed indica un peggioramento anche rispetto alla stagione 2005 sottolineata dalle ben note scuse agli italiani da parte del presidente della giunta regionale. I divieti di balneazione dovuti all’inquinamento interessano 19 tratti complessivamente lunghi 9.403 metri. Un tratto di 355 metri è motivato dal porto di Catanzaro Lido ed un altro tratto di 100 metri per motivi diversi alla foce del F. Torbido nel comune di Nocera Tirinese. Resi noti dal Ministero della Salute per “fornire al maggior numero di cittadini le informazioni sulla baneabilità delle coste e la puntuale conoscenza delle condizioni igienico-sanitarie sia per garantire la salute dei bagnanti sia per la amministrazioni locali per impostare adeguati interventi di risanamento”, i dati più aggiornati evidenziano una diversa condizione nei due mari che bagnano i 5 comuni del Tirreno ed i 18 dello Ionio della provincia. Le condizioni con le percentuali peggiori si registrano sul Tirreno dove in due soli comuni sono concentrati più della metà dei divieti: a Lamezia Terme con 4.506 metri di divieti per inquinamento ed a Nocera Tirinese con 500 metri. In particolare, nei due comuni, i singoli tratti sono localizzati: - Lamezia Terme: 200 MT s Sud Fiume Amato 847 metri; 500 MT Sud Torrente Bagni 791 metri; Da 200 MT a Nord F. Amato a La Conchiglia 854 metri; Direzione Stazione FFSS S. Pietro a Maida 1211 metri; F. Bagni 403 metri; F. Amato 400 . - Nocera Tirinese: 100 MT a Sinistra Foce F. Torbido 100 metri; 200 MT A DX E 200 MT a Sinistra Foce F. Savuto 400 metri. Sul mare Ionio i divieti sono localizzati nei seguenti otto comuni: - Botricello: Fiume Crocchio 397 metri e F. Tacina 165 metri; - Catanzaro: F. Corace 556 metri ; PORTO DI CATANZARO LIDO 355 metri; Torrente Fiumarella 421 metri. - Cropani: F. Crocchio 397 metri e F. Grasso 415 metri. - Isca sullo Ionio: Torrente Gallipari 402 . - Satriano: F. Alcimale 229 metri. - Sellia Marina: F. Simeri 434 metri. - Sieri Crichi: F. Alli 458 metri. - Soverato: F. Alcimale 229 metri e Torrente Soverato 394 metri. Il confronto con il resto della Penisola evidenzia che la lunghezza dei divieti di balneazione per inquinamento nella provincia di Catanzaro supera la lunghezza complessiva di tutti i divieti di balneazione per inquinamento posti nella regione Liguria con 349,3 km di costa. E che i divieti di balneazione posti sugli 8,9 km di spiaggia disponibile nel comune di Lamezia Terme superano tutti i divieti per inquinamento posti complessivamente nelle due regioni: Emilia Romagna con 131 Km di costa e Basilicata con 62,2 Km di costa disponibile. Va considerato che lo stato di salute delineato dai dati sopra riportati è condizionato (in meglio) dalle “cure” del Commissario per l’emergenza ambientale della regionale Calabria che: “.. pur avendo dismesso ogni attività inerente la gestione delle acque reflue, è intervenuto nella stagione estiva 2006 in tutte le province sui depuratori per scongiurare il pericolo di inquinamento delle acque marine ed in conseguente nocumento alle attività turistico-ricettive della regione”. Pertanto, e con il permanere dell’attuale inefficienza degli impianti di depurazione, c’è d’aspettarsi un ulteriore peggioramento della salute dei mari e dei risultati delle analisi delle acque che saranno effettuate a partire dal prossimo mese di aprile, e, quindi, il rischio “dell’imminente disastro ambientale” denunciato dal presidente della provincia. Altro che la rassicurante situazione, in controtendenza e con riduzione dei divieti, delineata dai responsabili regionali nel giugno scorso e dopo oltre due mesi dell’apertura della stagione balneare. I dati del Ministero della Salute, ancora una volta, smentiscono decisamente le rituali ed irresponsabili dichiarazioni rilasciate ai mezzi d’informazione dai rappresentanti ed incaricati di turno ad ogni inizio e nel corso delle stagioni balneari. 2) Aumentano, soprattutto sul Tirreno, le aree a rischio erosione costiera che nella provincia interessano 25 comuni e decine di chilometri di coste. La diffusione e dimensioni del fenomeno, aggiornato al 2001, è visibile sulle mappe del Piano per l’Assetto Idrogeologico della Calabria dove sono riportati i dati dei 22 comuni a rischio R2 ed i 3 comuni a rischio R3. 3) La disponibilità di costa balenabile della provincia, senza considerare i circa 10 km di divieti, supera quella che possono offrire insieme le regioni Basilicata e Molise. Una disponibilità rilevante e caratterizzata da specificità geoambientali e rocce di tutte le ere geologiche:si passa dalle dune di attuale e più recente formazione alle rocce delle ere geologiche più antiche, di moltissime centinaia di milioni d’anni fa, ed indisponibili nelle altre regioni della penisola. Oltre ad una grande varietà di preziosi aspetti naturalistici ed ambientali, sulle stesse rocce si possono leggere le ampie e remote testimonianze della nascita e della storia sia del paesaggio terrestre del Mediterraneo sia degli insediamenti umani; testimonianze di grandissimo interesse scientifico e sempre più oggetto di visite, ricerche e studi dai maggiori centri di ricerca e università del Pianeta. Spiagge rare e preziose, con mari trasparenti, fondali in gran parte privi dai fenomeni di accumulo di sostanze nocive per la salute e, quindi, ideali per immersioni e visite anche “sul luogo del relitto” 3) Per garantire la salute dei bagnanti, in tutte le regioni d’Italia, nei prossimi giorni saranno resi noti i tratti di spiaggia interessati dalle ordinanze comunali di divieto di balneazione. In molte regioni si è già provveduto e, prima dell’apertura della stagione balneare prevista tra aprile ed il primo maggio 2007, i cittadini interessati e da ogni parte della Terra, con un semplice collegamento internet leggeranno i risultati delle analisi delle acque di balneazione, per ogni singolo tratto di spiaggia, pubblicati ed aggiornati in tempo reale sui rispettivi portali web delle Arpa (Agenzie regionali protezione ambiente). E, in Calabria, quando e come si provvederà? Garantire, come nelle altre regioni, la tempestiva e completa informazione attraverso i siti web e giornali esistenti non richiede alcun costo economico, basta la semplice volontà politica e amministrativa di rispettare le apposite Direttive europee e igienico-sanitarie delle norme vigenti. 5) Sulle cause dei divieti per inquinamento va ribadito che gli stessi, in genere, sono localizzati in prossimità della foce dei corsi d’acqua. Sono i corsi d’acqua a portare le sostanze inquinanti immesse in genere a monte delle sbocco a mare. Il divieto di balneazione rappresenta “l’ultimo” effetto in senso spazio-temporale delle varie conseguenze dell’inquinamento dei corsi d’acqua essenzialmente legato alla discariche di rifiuti e delle acque reflue. . Le condizioni ed i problemi dei tredici corsi d’acqua che attraversano da nord a sud il territorio di Lamezia e lo stato delle falde idriche dalle quali traggono origine sorgenti con portate di miliardi di litri d’acqua oligominerale l’anno, non possono essere separati dal problema delle acque del mare. In proposito, e per come emerso nel corso dell’Open space technology sul Piano Strategico di Lamezia Terme, oltre che sulla rara fortuna di vivere in un territorio ricchissimo di risorse idriche per uso potabile, uso agricolo, uso industriale, uso terapeutico e turistico, è da porre l’attenzione sulla necessità di promuovere comportamenti diffusi nella popolazione per la salvaguardia ed il razionale utilizzo della risorsa acqua; comportamenti che possono e devono essere favoriti anche attraverso la corretta informazione sulle reali disponibilità e localizzazioni superficiali e profonde. Pertanto diventa sempre più urgente delimitare e monitorare con prelievi ed analisi adeguati le falde idriche presenti nel territorio ed individuare dove e come intervenire per prevenire inquinamenti e distruzioni irreversibili. È da considerare che i divieti di balneazione e l’inquinamento batteriologico delle acque costituiscono solo uno dei fattori che condizionano lo stato di salute del mare. Altro fattore importante è l’inquinamento chimico dei fondali da parte dei metalli pesanti e di altre sostanze tossiche. E l'inquinamento chimico dei sedimenti costieri oltre a tempi molto lunghi di smaltimento produce effetti negativi in tutto l’ecosistema e nella catena alimentare degli organismi marini e, quindi, anche in chi si alimenta di prodotti del mare. 6) Sui rimedi resta d’attualità il contenuto sia delle due relazione della Corte dei Conti su “la gestione delle risorse pubbliche finalizzata a prevenire l’inquinamento delle coste, a risanare e migliorare la qualità delle acque destinate alla balneazione e a tutelare la salute pubblica dei cittadini”, sia dei precedenti Rapporti sullo stato di Salute dei mari degli Amici della Terra disponibili nel web. 7) L’occasione della giornata mondiale dell’acqua rende opportuno sottolineare ancora la necessita di un sistema integrato di controlli ambientali finalizzato allo studio di programmi di risanamento, recupero e tutela delle biodiversità più significative del territorio per tutelare le acque destinate al consumo alimentare, proteggere la qualità delle sorgenti e delle fonti sotterranee, che rappresentano il più importante patrimonio idrico destinato all’uso potabile. Ma anche rendere sicura la balneazione e proteggere la vita dei pesci. Basta richiamare alla memoria le immagini trasmesse delle varie televisioni locali sul colore e quanto trasportato e,o toccato dalle acque dei corsi d’acqua del lametino per immaginare le conseguenze sulle falde idriche alimentate dagli stessi corsi d’acqua ed utilizzate nel territorio, e, quindi sull’urgenza degli interventi necessari. Se all’insieme della classe dirigente continuerà a mancare capacità e volontà di concertare tra i vari enti interessati un progetto di intervento strategico sul territorio, coordinando piani, risorse finanziarie e competenze per affrontare tutti gli obiettivi prioritari: dalla riqualificazione delle aree fluviali alla messa in sicurezza delle zone a rischio idraulico; dalla difesa della costa al consolidamento dei territori soggetti a frane; dalla prevenzione dei rischio sismico al recupero dei centri storici e delle periferie degradate ed abusive, dalla tutela dei boschi rispetto agli incendi agli interventi di sviluppo nelle zone collinari e montane, non c’è speranza che dalla pratica dell’emergenza si possa passare alla cultura della prevenzione e dello sviluppo. (*) Il dato più significativo sui divieti di balneazione del lametino è la lunghezza di 5.006 metri; questo dato è il risultato della somma degli 8 tratti di divieto posti sui due comuni Lamezia Terme e Nocera Tirinese del Tirreno catanzarese nel corso della stagione 2006 e attualmente pubblicati dal Ministero della Salute. I divieti di balneazione dovuti all’inquinamento interessano 7 tratti complessivamente lunghi 4.906 metri, l’altro tratto di 100 metri di divieto per motivi diversi è posto alla foce del F. Torbido nel comune di Nocera Tirinese. Nel comune di Lamezia Terme i divieti rappresentano il 51% degli 8.830 metri costa disponibile mentre nel comune di Nocera Tirinese i divieti costituiscono l’8,34% dei 5.992 metri di costa disponibile..

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          c) d) ANTICIPAZIONI RAPPORT0 2006 ANTICIPAZIONI RAPPORT0 2005 L’offerta della Calabria, di spiagge con mare balneabile, è complessivamente di 621 chilometri, in pratica l’86,6 % della disponibilità totale di coste tirreniche e ioniche della regione. Tra le più assolate, con le acque più trasparenti ed i fondali meno degradati del Mediterraneo, le spiagge offerte dalla Calabria rappresentano il 12,4 % del totale dell’offerta nazionale comprensiva della penisola e delle isole d’Italia. Un dato rilevante anche perché la Calabria offre la più grande ed esclusiva varietà di spiagge formate da rocce antichissime come gli ammassi granitici e paleozoici del tirreno reggino, vibonese e cosentino e dello Ionio catanzarese, rocce presenti solo in località isolane come “La Maddalena” in Sardegna. Ma c’è di più: se l’offerta del 2005 viene confrontata con quella degli anni passati nella stessa Calabria emerge una tendenza alla riduzione: dal 2001 con 638 chilometri di costa balneabile, l’offerta ha subito una riduzione continua a causa dei divieti di balneazione attualmente posti su 95,38 Km di costa. Questi divieti di balneazione, secondo i dati resi noti dal Ministero della Salute sono dovuti sia all’inquinamento delle acque sia a motivi diversi per una lunghezza di 36,13 Km. Una parte rilevante dei divieti per motivi diversi dall’inquinamento è posta in corrispondenza delle scogliere a difesa dell’erosione come nei comuni di Bagnara Calabra, Bova Marina, Palmi, Scilla e Seminara. Nella regione: 278 km di spiagge e ben centosedici comuni sono indicati a rischio d’erosione costiera nel Piano d’Assetto Idrogeologico della Calabria. Per contrastare la preoccupante tendenza alla riduzione dell’offerta, oltre a migliorare la qualità batteriologica e la trasparenza dell’acqua marina, occorre trasparenza e diffusione dei dati sulla realtà e l’evolversi dello stato di salute del mare come sollecitato dalla Corte dei Conti e dalle direttive europee sulla balneazione. Sulle rilevanti differenze dei dati ufficiali degli Enti preposti: nel marzo scorso, ad esempio, la Giunta regionale ha dichiarato e chiesto ai comuni di porre divieti di balneazione su 80.979 metri di spiagge; il Ministero della Salute, attualmente, segnala 95.383 metri, circa 15 Km in più, di divieti. Nella provincia di Reggio Calabria i divieti dichiarati a marzo risultano 23.331 metri, dopo pochi mesi aumentano di oltre 10 Km fino a 33.453 metri. Alla chiusura della stagione balneare 2004, sempre il Ministero della Salute segnalava divieti di balneazione per complessivi 91,6 Km mentre nel mese di marzo dello stesso anno la Giunta regionale ne aveva dichiarato circa 88 Km. Una variabilità di dati che non si verifica in nessuna altra regione d’Italia. Basta il confronto con la confinante Basilicata dove la trasparenza dei dati e della analoga Delibera, datata 20 dicembre 2004, risulta più elevata e contiene i risultati delle analisi batteriologice e chimiche oltre all’individuazione delle zone idonee della costa ionica e tirrenica per l’anno 2005. Ed anche senza dichiarazione di idoneità alla balneazione d tratti di costa con Punti di prelievo sottocampionati. Sempre in Basilicata l’offerta di spiagge balneabili non subisce variazioni significative dal 2001e la percentuale di divieti di balneazione si mantiene intorno al 4 -5 % del totale della costa, mentre in Calabria è il 13,3%, circa il triplo. Percentuale, quella calabrese, più alta della media nazionale, e più alta anche delle regioni dell’Adriatico e del Tirreno settentrionale sottoposte a stress d’attività economico-marittime ed a pressione antropica ed industriale assolutamente non paragonabili a quelle della Calabria. Il raffronto tra i dati dei mari calabresi e quelli relativi all’Adriatico suscita non poche perplessità. Infatti appare strano che i divieti per inquinamento posti sulle coste di quattro regioni come Molise, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Basilicata, nel complesso, risultano di meno dei divieti posti in due soli comuni, Curinga e Lamezia Terme, del Tirreno catanzarese. Dall’analisi dei dati emerge un quadro eterogeneo con tendenze differenti sia a livello comunale che provinciale a seconda del tipo divieto. Considerando, ad esempio, i divieti di ogni provincia in base allo sviluppo costiero, la classifica vede in testa Reggio Calabria con 33.453 metri di divieti pari al 16,48 % di costa disponibile. Segue Catanzaro con 15.220 metri di divieti su 102.600 metri disponibili ed una percentuale del 14,83%. Al terzo posto Cosenza con 31.482 metri di divieti, il 13,81% dei 227.900 metri di sviluppo costiero. Al quarto scende Crotone con 10.974 su 113.900 metri di disponibilità e la percentuale del 9,63% . In fondo, con il 6,23%, si mantiene Vibo Valenzia con 4.267 metri di divieti sui 68.400 metri di spiagge disponibili A livello comunale, considerando solo la lunghezza dei divieti per inquinamento, la classifica vede ai primi due posti Reggio Calabria con 7.972 metri e Lamezia Terme con 7.019 metri. Seguono : Bagnara Calabra con 3.316, Cariati con 3149 e Curinga con 2.626 metri. Inquinamento delle acque, distruzione della vegetazione delle dune costiere con saccheggio di sabbia dagli arenili spesso in prossimità di aree con resti archeologici di grande pregio, avanzamento del cuneo salino con distruzione di preziose falde idriche sono alcuni esempi dei fenomeni del degrado idrogeologico favoriti anche dall’assenza di Piani regionali e comunali di utilizzo organico delle risorse idriche e più in generale dalla mancanza di una seria politica di valorizzazione delle ingenti risorse naturali (spiagge, acqua per uso potabile e terapeutico, suoli, giacimenti minerari, ecc) disponibili. Pertanto, un richiamo alla memoria storica aiuta a non trascurare che gran parte degli insediamenti residenziali, turistici, archeologici e industriali della Calabria sono localizzati lungo le fasce costiere; in quella parte di territorio dove per moltissimi secoli e fino ad alcuni decenni fa, malaria e desolazione hanno imperversato in lungo e largo per le continue e rovinose alluvioni e frane innescate dal venir meno dell’accorta politica di governo del territorio con l’equilibrio idrogeologico e la valorizzazione delle risorse naturali che caratterizzò la civiltà della Magna Grecia. Alcuni segnali di discontinuità col passato del nuovo Consiglio regionale ed in particolare della nuova Giunta con tempestivi interventi come quelli per pulizia del mare, ed anche la posizione unitaria, sui problemi della depurazione, di tutti gli eletti calabresi al Senato della Repubblica, favoriscono l’inversione di tendenza per la riduzione dei divieti di balneazione e, quindi l’aumento dell’offerta di spiagge balenabili. Segnali positivi ed incoraggianti anche l’ottimismo della volontà per la più complessiva svolta necessaria per il risanamento, lo sviluppo sostenibile ed il miglioramento della qualità della vita nella regione. I singoli tratti di divieto di balneazione di metà luglio 2005 in tutta la regione. 1) La distribuzione nei dieci Comuni della provincia di Catanzaro per località e lunghezza in metri dei divieti: Botricello:Fiume Crocchio 397; Fiume Tacina 165. Catanzaro: Porto di Catanzaro Lido 355; 200 Mt a Destra e a Sinistra dalla Foce Fiume Corace 400; 200 Mt a Destra e 200 Mt a Sinistra dalla Foce Fiume Alli 400; 200 Mt a Destra e 200 Mt A Sinistra dalla Foce Torrente Fiumarella 400. Cropani:Fiume Crocchio 397; Fiume Frasso 415. Curinga: da 500 Mt Nord T.S. Eufrasia a 1 Km Nord di Mezza Praia 2626. Isca Sullo Ionio:Torrente Gallipari 402. Lamezia Terme:da 1000 Mt Sud Foce Torrente Bagni a 2927 Mt Sud Foce Torrente Bagni1927; da 200 Mt Nord Foce Fiumara Bagni a 500 Mt Sud Fiumara Bagni 700; da 800 Mt a Sud Foce Fiume Amato a Torrente Maida - Localita` La Conchiglia (Direzione Staz.Ff.Ss. S.Pietro a Maida) 2892; da 800 Mt Sud Foce Fiume Amato a 700 Mt Nord Foce Fiume Amato1500. Nocera Tirinese:da Foce Fiume Torbido a 100 Mt Sx Foce Fiume Torbido100; da 200 Mt Dx Foce Fiume Savuto a 200 Mt Sx Foce Fiume Savuto 400. Satriano:Fiume Alcimale 229. Sellia Marina:Fiume Sieri 434. Simeri Crichi:Fiume Alli 458. Soverato:Fiume Alcimale 229; Torrente Soverato 394. 2) Comuni, località e lunghezza in metri interessati nella provincia di Cosenza Acquappesa:Foce Torrente Fiumicello 182. Amantea: Foce Fiume Oliva 194; Foce Fiume Torbido 183; Foce Torrente Catocastro 363; 200 Mt Dx Torrente Catocastro 595; 200 Mt. Sx Torrente Catocastro 98. Belmonte Calabro: Foce Torrente Verde 277. Belvedere Marittimo:100 Mt a Destra e 100 Mt a Sinistra Foce Torrente Valle Cupo 200; 100 Mt a Destra e 100 Mt a Sinistra Torrente di Mare 200; 250 Mt a Destra e 250 Mt a Sinistra Foce Fiume Soleo 500; 250 Mt Dx Fiume Soleo 326; 250 Mt Sx Fiume Soleo 542. Bonifati:200 Mt a Nord e 200 Mt a Sud Foce Torrente Bambagia 400; 200 Mt Dx Torrente Bambagia 378; 200 Mt Sx Torrente Bambagia 206; 50 Mt a Destra e 50 Mt a Sinistra Foce Torrente S. Pietro 130. Calopezzati:T. Fiumarella 170. Cariati:Foce Fiume Nika` - Olivare 111; Foce Torrente Pannizzaro 1082; Porto Di Cariati 727; Sbocco Fosso Varco 664; 150 Mt a Sx Torrente Maddalena 1073; 200 Mt Sx Canale Moranera 219. Cassano Allo Ionio:Foce I Casoni 250; 100 Mt a Destra e 100mt a Sinistra Della Foce Torrente Vena Morta 200; 400 Mt a Destra e 400 Mt a Sinistra Della foce Fiume Crati 800; 50 Mt a Destra e 50 Mt a Sinistra Della Foce Torrente Raganello 100. Cervicati:Foce Fiume Nika`- Olivare 111. Cetraro:100 Mt a Destra e a Sinistra Dalla Foce Del Fiume Aron 200; 100 Mt a Destra e a Sinistra dalla Foce Torrente Triolo 200; 100 Mt a Sinistra Del Torrente Fiumucello 100; 1000 Mt a Destra e a Sinistra Dell`Asse Della Struttura Del Porto Di S.Benedetto 2000. Corigliano Calabro:Canale Armiro`- Lido Oasi 181; Canale S. Mauro 176; Canale Salice 179; Canale Scavolino 171; C.Le Missionante 365; Foce Torrente Coriglianeto 178; Porto Di Schiavonea 526; Torrente Gennarito 181. Crosia:Sbocco Fosso Decanato 957; T. Fiumarella 170. Diamante:Porto Di Diamante 270; 100 Mt a Destra e 100 Mt a Sinistra Foce Torrente Corvino 200; 50 Mt a Dx E 50 Mt a Sinistra Foce Torrente Acchio 100; Falconara Albanese:Foce Torrente Malpertuso 153. Fiumefreddo Bruzio:Foce Torrente Fabiano 91, Foce Torrente Fiume Di Mare 181. Fuscaldo:Foce Torrente Lavandaia 85; Foce Torrente Maddalena 282; Foce Torrente Mercaudo 95; Foce Torrente Serra 84; Foce Torrente Trappeto 88; 150 Mt Dx Torrente Maddalena 305. Grisolia:Canale Acchio 89. Guardia Piemontese:150 Mt a Sud Foce Fiume Bagni 150; 50 Mt a Nord Del Torrente Lavandaia 50. Longobardi:Foce Torrente Vardano 90; Torrente Cordaro 1240. Mandatoriccio:Foce Torrente Acquaniti 178. Marzi:Foce Fiume Nika`- Olivare 111. Mendicino:Foce Fiume Nika`- Olivare 111. Paola:Foce Torrente Laponte 78; da 100 Mt Dx Foce Torrente S. Francesco a 100 Mt Sx Foce Torrente S. Francesco 200; da 200 Mt Dx Foce Torrente Deuda a 300 Mt Sx Foce Torrente Deuda 500; 200 Mt Dx Torrente Deuda 400; 300 Mmt Sx Depuratore Contrada Petraro 260; da 300 Mt Dx Torrente Fiumarella a 300 Mt Dx Torrente Fiumarella 600. Pietrapaola:Foce Torrente Acquaviti 178. Praia A Mare:50 Mt a Destra e 50 Mt a Sinistra del Canale Fiumarella 120; 50 Mt a Destra e 50 Mt a Sinistra del Canale Sottamarlane 120; Rossano:Centrale Enel 1514; Foce Torrente Cino Piccolo 172; Foce Torrente Colognati 188; Foce Torrente Coserie 165; 200m Sx e 50m Dx Fiume Trionfo 542. San Lucido :Foce Torrente Deuda 371; Foce Torrente Torbido 94; Porto Di S. Lucido 585; Torrente Petralonga 1021; 200 Mt Sx Torrente Deuda 320. San Nicola Arcella: da 50 Mt Dx della Foce del Canale Grande a 50 Mt Sx della Foce del Canale Grande 100. Sangineto:150 Mt a Destra e 150 Mt a Sinistra dalla Foce Torrente Sangineto 320. Santa Maria Del Cedro:Foce Fiume Abatemarco 362; 200 Mt a Dx Fiume Abatemarco 577; 200 Mt Sx Fiume Abatemarco152. Scalea: da 150 Mt Dx Della Foce del Canale Revoce a 150 Mt Dx Della Foce Del Canale Revoce 300; da 150 Mt Dx della Foce del Canale Tirello a 150 Mt Sx della Foce del Canale Tirello 300; da 250 Mt Dx della Foce Del Fiume Lao a 250 Mt Dx della Foce del Fiume Lao 500; da 300 Mt Dx della Foce del Canale Varchera a 300 Mt Sx della Foce del Canale Varchera 600. Tortora:Canale Marlane 79; 250 Mt a Sinistra dalla Foce del Fiume Noce 250. Trebisacce: Foce Torrente Magliaro 696. 3) Per quanto riguarda la provincia di Crotone : Ciro' Marina: Porto Di Ciro` Marina 457; Torrente Lipuda 403. Crotone:Porto Nord 1200; Zona Industriale 7000; 300 Mt a Sud della Foce del Fiume Neto 300. Crucoli:Foce Fiume Nika` 603. Cutro:Foce Fiume Tacina 242. Isola Di Capo Rizzuto:Porto Le Castella 769. 4) Comuni, località e metri di divieto nella provincia di Reggio Calabria: Bagnara Calabra:Loc. Melarosa 1453; Punta Sorrentino due 3619; Scogliera Di Bagnara Calabra 515; 200 Mt Sud Torrente Praia Longa 1863. Bova Marina: Km 50 S.S. 106 - Scogliera Inaccessibile 852. Brancaleone: I.D. Brancaleone 668. Gioia Tauro: Porto Di Gioia Tauro 3744. Montebello Ionico: Saline 1065. Palmi: Scogliera Di Palmi 1136; Scogliera Inaccessibili Di Palmi1259. Reggio di Calabria:Calamizzi - Capannina 3020; Circolo Nautico 782; Gallico Limoneto 1009; Pellaro Lume 1371; Pentimele 575; Porto 721; Stazione 1215. Roccella Ionica: Porto Di Roccella 846. San Ferdinando: Delta Mesima 420; Sud Fiume Mesima 257. Scilla: Scogliera di Scilla 221. Seminara:Punta Sorrentino 3135. Villa San Giovanni:Direzione Ristorante La Botte 362; Porto 1524; a 300 Mt. N. Ristorante La Botte 821. 5) In Provincia di Vibo Valentia comuni, località e lunghezza in metri dei divieti risultano: Filogaso: Fiumara Spadaio 541; Fiume Potame 418. Nicotera: 250m Nord e Sud Fiume Mesima 96. Pizzo: da 200 Mt Dx Foce del Fiume Angitola a 200 Mt Sxfoce del Fiume Angitola 400; da 200 Mt Nord Localita` Seggiola a 200 Mt Sud Localita` Seggiola 400. Vibo Valentia:Torrente S. Anna 467; Torrente Trainiti 391; Porto 1341. Zambrone:Localita` Potame 200. ---- ------ RIPULIRE LA REGIONE DAI RIFIUTI Il convegno e gli interrogativi sulla recente autorizzazione ad una società di Vercelli di aprire una discarica di 500 mila metri cubi nel centro della regione e nel contesto di un territorio ad alto pregio geoambientale nel comune di Pianopoli della provincia di Catanzaro, richiamano all’attenzione la questione più complessiva dei rifiuti in Calabria. In tale contesto appare evidente come la realizzazione di una discarica di dimensioni paragonabili ad una collina artificiale, alta 50 metri ed estesa dalla base alla vetta dieci mila metri quadrati, di rifiuti speciali provenienti da fuori regione assuma una rilevanza non limitata nei confini comunali. L’idea del contesto si ottiene tenendo conto sia della realtà geoambientale e della localizzazione delle preziosissime e specifiche risorse naturali disponibili nella regione, sia dei dati agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Dati come quelli contenuti nella Relazione approvata dalla stessa Commissione nella seduta del dicembre scorso, e dove, tra l’altro, si legge: “Nei 409 Comuni calabresi sono stati censiti ben 696 siti potenzialmente inquinati di rifiuti con volumi superiori ai 250 mc.. Le discariche dotate delle opere necessarie a prevenire l'inquinamento sono appena 39 (5,6%) e il 63% delle discariche è ubicato a meno di 150 metri dai corsi d'acqua. Dati allarmanti soprattutto per il grave inquinamento del suolo e delle acque sotterranee e del concreto pericolo, sotto l'aspetto sanitario, per le comunità interessate. Si riscontrano nella regione un elevato numero di siti utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti, spropositato rispetto alla popolazione residente - una discarica ogni 2974 abitanti - il che induce ad ipotizzare possibili coinvolgimenti, nel passato, di smaltimento di rifiuti pericolosi provenienti anche da altre regioni o dall'estero con l'inserimento della criminalità organizzata, sempre tempestiva nell'utilizzare tutte le opportunità per diversificare i propri illeciti interessi. Le situazioni di degrado ambientale, riconducibili al disinteresse di molte delle amministrazioni locali, hanno favorito, certamente in passato, ma sussistono tuttora i rischi, le ecomafie e le attività di operatori senza scrupoli, che hanno inquinato terreni e canali con i residui delle proprie attività (settori agroalimentari, frantoi ed edilizia), come è stato ampiamente relazionato dal Corpo Regionale della Forestale e dalla Capitaneria di Porto di Gioia Tauro.” Nella citata relazione si legge anche che “il Commissario delegato ha approvato un piano di bonifiche per le discariche, prevedendo una classificazione dei 696 siti censiti per tipologia dei rifiuti smaltiti e per pericolosità. Delle 696 discariche del piano bonifiche, redatto dalla struttura commissariale, 58 risultano attive, 636 dismesse, 17 in costruzione.” In base al rischio sono stati classificati:37 siti a rischio marginale; 261 siti a rischio basso; 40 siti a rischio medio. I siti ad alto rischio sono aree con enormi volumi di rifiuti, costituiti da grosse discariche dismesse, per lo più a ridosso di corsi d'acqua ed a breve distanza dalle foci di fiumi e canali, con danno ambientale in atto ed elevato rischio per la salute delle popolazioni interessate. In particolare: 240 discariche sono utilizzate solo per R.S.U. (non viene esclusa però la presenza di rifiuti urbani pericolosi); 4 discariche sono costituite da rifiuti speciali pericolosi; 5 discariche sono costituite da rifiuti ingombranti; 4 discariche di inerti e materiale da demolizione. Il resto è rappresentato da discariche utilizzate per smaltire R.S.U., rifiuti ingombranti, materiale da demolizione. Due delle quattro discariche utilizzate per smaltire rifiuti speciali pericolosi sono abusive. L'amianto è molto diffuso sul territorio ed in forme non molto concentrate; i tempi per un adeguato intervento di bonifica saranno pertanto inevitabilmente lunghi e costosi. La relazione sottolinea come non sono da trascurare i comportamenti incivili di molti abitanti che hanno disseminato sul territorio materiale di ogni tipo, soprattutto inerti ed amianto, derivanti da demolizioni e dall'attività di ristrutturazione edilizia. E che l'utilizzazione di aree non idonee alla localizzazione delle discariche, anche a ridosso di canali, torrenti o ai margini di alvei fluviali, in terreni senza recinzione ed impermeabilizzazione del sottofondo, privi di impianti di canalizzazione delle acque piovane e della raccolta del percolato, hanno provocato gravi ripercussioni sotto l'aspetto ambientale ed igienico-sanitario. Le discariche abusive si trovano soprattutto sul territorio pianeggiante, e cioè nella ristretta fascia delle pianure costiere e nelle vallate fluviali che separano le catene montuose principali. Sempre nell’ambito dell’attività della commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, il 20 novembre scorso, nell’audizione del commissario delegato per l'emergenza rifiuti in Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, e del responsabile unico del procedimento per l'emergenza rifiuti in Calabria, Giovan Battista Papello quest’ultimo ha dichiarato: “ Con riferimento ai rifiuti speciali preciso che da noi non c'è una grandissima produzione di questo tipo di rifiuti e ci sono alcuni impianti di trattamento. In generale, dai dati di cui disponiamo risulta che siamo importatori di rifiuti speciali che vengo trattati, più che produttori di rifiuti speciali che vengono esportati”. L’inesistenza di necessità e urgenza a realizzare discariche in particolare nei territori del settore centrale della regione, viene ribadito più volte nella citata relazione del luglio 2003 dove si afferma: “Le motivazioni che inducono a ritenere ormai conclusa e non più prorogabile l'esperienza del Commissariato straordinario e dei poteri delegati per la gestione del ciclo dei rifiuti in Calabria sono riconducibili alle seguenti considerazioni: …Il sistema Calabria centro è stato già ultimato ed è in funzione” La mancanza di necessità ed urgenza di discariche appare più evidente se la situazione calabrese è inquadrata nel contesto nazionale. Infatti, il numero di discariche censite in Italia è di 6.286:se questo numero viene diviso per il numero delle regioni si ottiene circa 315, il numero di discariche che ogni regione avrebbe se il totale fosse ripartito in parti uguali. Ma la distribuzione delle discariche, come la distribuzione di tanti altri indicatori, è a svantaggio della Calabria dove di discariche ne sono state censite 696, più del doppio della teorica ed equa ripartizione. Va precisato che non si può fare come la Regione Veneto che ha tentato di dotarsi di una legge per impedire di far entrare rifiuti da fuori della stessa regione. Va tuttavia considerato che i dati sulla quantità e localizzazione delle discariche non sono separabili dai fenomeni d’inquinamento delle acque ed in particolare di quelle marine. In proposito va evidenziato il rilevante aumento dei divieti di balneazione che, rispetto all’inizio di maggio, si è registrato alla fine della stagione balneare 2004. Va tenuta presente la fonte degli stessi, e questo anche in considerazione del fatto che c’è sempre qualche amministratore comunale o regionale distratto che, dopo la pubblicazione del nostro rapporto sullo stato di salute del mare predisposto sulla base dell’esame dei dati ufficiali della regione si affretta a dichiarare l’inesistenza o l’irrilevanza dell’inquinamento, lasciando intendere, a qualche lettore pure distratto, che la nostra analisi dei dati di fonte regionale sia un commento a risultati di altre analisi delle acque, diverse da quelle ufficiali. Così come va considerato che l’area dove la società di Vercelli vuole depositare una collina di rifiuti speciali oltre che ben visibile dal finestrino degli aerei che atterrano all’aeroporto di Lamezia Terme è un’area posta al centro della Calabria in un contesto geoambientale unico in tutta la catena appenninica, tra i due mari che bagnano i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace separati dal più stretto lembo di rocce con impressi i segni che testimoniano nascita ed evoluzione di tutta la storia geologica d’Italia. È un’area di un contesto ambientale sempre abitato dall’uomo con testimonianze archeologiche di tutte le età ed a partire dal Paleolitico: nella zona centrale del territorio di Italo che ha dato il nome a tutta la Nazione, e, secondo il prof. Armin Wolf dell’Università di Francoforte, nella zona centrale del ricco territorio dell’evoluto popolo dei Feaci descritto da Omero. È un’area al centro della regione con la più alta disponibilità di sorgenti naturali e falde idriche con acqua potabile d’ottima qualità e tra le migliori d’Europa. Considerare tutto ciò, la sismicità e le caratteristiche idrogeologiche dei terreni che caratterizzano l’area è doveroso ed utile per evitare interventi dannosi e favorire la valorizzazione del territorio al fine di migliorare la qualità della vita di chi ci vive. Per tal fine occorre tener conto anche delle più realistiche ed avanzate indicazioni per risolvere il problema dei rifiuti come , ad esempio, i dai dati contenuti nel Sustainable Use of Resources in Europe a cura del Coordinamento Europeo degli Amici della Terra con il Patrocinio della DG XI dell'Unione Europea; ed in particolare i dati contenuti nel “Rapporto Italia” che, tra l’altro, evidenzia come: ”L'aumento della quantità di rifiuti prodotti dalla moderna civiltà dei consumi è dovuto principalmente a metodi di produzione inefficienti e ad un abuso di energia e di materiali. Un forte impegno nella prevenzione, un elevato rendimento del recupero e del riciclaggio, l'affermarsi di un mercato dove le materie recuperate si integrino di nuovo nel ciclo produttivo sono azioni che riducono i rifiuti e, contemporaneamente, il prelievo di risorse naturali; un elemento, questo, molto importante per l'Europa e particolarmente per l'Italia, che è povera di materie prime. Il metodo dello Spazio Ambientale, che fissa precisi obiettivi per la riduzione dell'impiego di materie prime nei paesi industrializzati in periodi determinati, rappresenta uno strumento efficace per una politica di riduzione dei rifiuti, inserita in uno scenario di sviluppo sostenibile. Applicando il metodo dello Spazio Ambientale, gli Amici della Terra hanno calcolato che uno sviluppo sostenibile del sistema economico italiano comporterebbe, entro il 2010, una riduzione del fabbisogno di materiali del 25%.” Ignorare tutti questi dati e continuare a fare come gli struzzi favorendo l’aumento delle discariche nella regione può portare gli stessi “struzzi di Calabria” ad infilare la testa non nel terreno ma nei rifiuti di produzione locale o nei rifiuti speciali provenienti da fuori regione.

          I RISCHI NATURALI E LE MODALITA' PER MITIGARE GLI EFFETTI

        12. rischo sismico. La Calabria regione a più alto rischio d’Italia Cento anni fa, a causa del terremoto del 23 ottobre del 1907, crollava uno dei monumenti nazionali esistente in Calabria: la “Torre delle cento camere”. Al momento del crollo la Torre si trovava ad una distanza di centinaia di metri dal mare vicino al tracciato ferroviario di Gerace Marina e da alcuni autori era paragonata al tempio di Giove Serapide di Pozzuoli per la testimonianza delle oscillazioni del mare sulla costa Jonica calabrese. La ricorrenza dell’evento, meno noto del ben più grave terremoto del 1908 ma significativo della sismicità del territorio calabrese, stimola qualche riflessione per il recupero della memoria storica e utile per la messa in sicurezza delle popolazioni. I terremoti, come alluvioni non sono eventi dovuti alla fatalità, ma sono dati legati alla storia ed alle caratteristiche geostrutturali della Calabria. A differenza del resto della catena appenninica, l'Arco Calabro è costituito da antichissime rocce cristalline come i graniti e sottoposte, da milioni di anni, a movimenti vari e sollevamento dell'ordine di molti centimetri all'anno. I connotati del paesaggio calabrese sono segnati da enormi fratture a Graben ed Horst legate a imponenti processi di geotettonica ancora in atto; processi di rapida trasformazione con terremoti, tsunami, alluvioni e frane che, tra l’altro, da sempre rendono difficile il “governo del Territorio” L'alta sismicità della Calabria in pratica è una delle manifestazioni dei rapidi processi di evoluzione geologica in atto nella regione e nel centro del Mediterraneo. E poiché i processi geologici, com'è noto, durano milioni di anni, è evidente che terremoti distruttori (come ad. es. quelli del 1638, 1783, 1888, 1905, 1908 che hanno gravemente colpito tutti i 409 comuni della nostra regione) continueranno a scuotere la Calabria ancora per molto tempo. Così com'è altrettanto evidente che più ci si allontana dall'ultimo forte evento sismico, più aumentano le probabilità del suo ripetersi. L'elevata sismicità, le condizioni di degrado del patrimonio edilizio (la Calabria è la regione italiana con il patrimonio edilizio più degradato e meno resistente alle sollecitazioni prodotte dai sismi), il dissesto idrogeologico e, non ultima, la carenza di adeguati Piani comunali di Protezione Civile, sono i fattori che rendono estremamente elevato il rischio sismico in Calabria. La necessità di mettere in sicurezza gli edifici più esposti a terremoti Nella regione a più elevato rischio sismico d’Italia restano da mettere in sicurezza molti edifici pubblici ed in particolare molte delle scuole dei 409 comuni della Calabria. La necessità degli interventi di messa in sicurezza delle aule a rischio è stato sottolineato anche dal Capo della Protezione Civile Bertolaso che, per il decennale del terremoto di San Giuliano di Puglia , rende noto come “ad oggi solo il 10% delle scuole nei Comuni ad alto ed altissimo rischio sono da considerarsi sicure.” "In Italia ci sono quindicimila scuole dove studiano 8 milioni di bambini e ragazzi che si trovano in zone ad alto e altissimo rischio sismico - sottolinea Bertolaso - La loro messa in sicurezza è una priorità". In Calabria il numero degli edifici considerati a rischio è di circa 1800 dei quali oltre mille ricadenti in comuni classificati nella zona di massima pericolosità. In proposito va considerato che la più recente normativa antisismica suddivide il territorio nazionale nelle seguenti categorie: Zona 1: E' la zona più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti; comprende, in tutta l’Italia 708 comuni dei quali circa un terzo, esattamente 261 comuni, sono in Calabria. Zona 2: Nei comuni inseriti possono verificarsi terremoti abbastanza forti e comprende complessivamente 2.345 comuni dei quali 148 della Calabria. Zona 3: I 1.560 comuni ricadenti in questa zona possono essere soggetti a scuotimenti modesti. Zona 4: E' la meno pericolosa con 3.488 comuni dove le possibilità di danni sismici sono basse. In pratica, i comuni della Calabria ricadono tutti nella prima e seconda zona, e, quindi, nelle due più pericolose. Ma c’è di più: l’introduzione della nuova normativa, tra l’altro, ha comportato il passaggio nella zona a più elevata pericolosità di 114 comuni, come ad esempio Cosenza e Lamezia Terme, che con la precedente legge del 1984 erano classificati di seconda categoria. Per ogni zona sono inoltre previste norme precise e vincoli cui è obbligatorio attenersi per costruire nuovi edifici o ristrutturare quelli già esistenti. Inoltre, la nuova normativa prevede l'obbligo di procedere alla verifica su tutto il territorio degli edifici "strategici", per poi intervenire: in pratica scuole, ospedali, caserme, ponti e importanti vie di collegamento, che devono rispondere alla categoria di appartenenza. La verifica spetta ai proprietari degli edifici; e dunque, in caso di strutture pubbliche come le scuole, agli enti locali. Ai ritardi nella messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati più densamente popolati si aggiungono quelli della inadeguata e,o mancata pianificazione comunale di emergenza e per l’allertamento per il rischio idrogeologico ed idraulico per come disposto dalle Linee guida e dalla Direttive regionali e nazionali della Protezione Civile. Si comprende la gravità di questi ritardi se si considera che sono proprio i comuni ad avere un ruolo di protagonisti nella mitigazione del rischio sismico. Infatti la pianificazione di emergenza permette ai comuni la definizione degli scenari di danno, l’ organizzazione di un corretto modello di intervento di protezione civile e incisive attività di informazione rivolte ai cittadini per creare una vera e propria sensibilità per i temi legati alla prevenzione e alla mitigazione dei rischi. La scarsa attenzione dei comuni riguardo ai piani di emergenza in caso di terremoto si rileva anche dal fatto che nessun sindaco calabrese ha vinto o è stato premiato nel Concorso nazionale “Restare in piedi” dedicato ai comuni a rischio sismico d’Italia. Un fatto che la dice lunga sull’impegno e l’opera di pianificazione e prevenzione del rischio sismico degli Enti locali nella regione a più alto rischio d’Italia. I rimedi per la mitigazione degli effetti e per la messa in sicurezza popolazioni Alla conoscenza della realtà esistente e dei rischi a cui si va incontro, deve accompagnarsi la consapevolezza che è possibile difendersi dai terremoti e convivere con essi, come dimostrano le più avanzate ricerche e tecnologie utilizzate in altre realtà quali, ad esempio, gli Stati Uniti ed il Giappone dove l'attività sismica è superiore a quella calabrese (in California in media ogni 2 anni si verifica un terremoto di intensità pari a quella del disastroso sisma del novembre '80 in Irpinia). In pratica, disponiamo di conoscenze e strumenti per ridurre i rischi entro limiti accettabili. La messa in sicurezza della regione non è un’utopia, ma un obiettivo che si può e si deve perseguire. Cosa fare dunque per difendersi e convivere anche in Calabria con i terremoti ? Oltre ad immediati ed adeguati finanziamenti per gli interventi di risanamento e di bonifica sismica del patrimonio edilizio esistente ed in particolare delle costruzioni di maggior rilievo e più esposte al rischio di crollo, devono essere redatti i piani comunali di emergenza e per l’allertamento per il rischio idrogeologico ed idraulico nel rispetto delle apposite Direttive regionali e nazionali. Mentre la messa in sicurezza delle costruzioni richiede spese molto rilevanti (in tutta l’Italia servono 4 miliardi, 50 euro a studente per dieci anni) e l’intervento determinante del governo nazionale, la redazioni dei Piani comunali di emergenza hanno costi irrisori e possono essere redatti in tempi brevi. È indispensabile una capillare azione di sensibilizzazione e di crescita della coscienza sismica di massa utile per attuare una razionale, estesa ed efficace Protezione Civile. E attrezzarsi di innovative strutture software (software, modelli, servizi, ecc.) come supporto collaborativo al lavoro degli operatori civili negli scenari di emergenze/disastri e per studiare le caratteristiche sismo-tettoniche della regione e nei mari circostanti mediante l'istallazione di un'articolata e diffusa rete di monitoraggio (stazioni GPS permanenti,sismografi, accelerometri, inclinometri, etc.). In proposito è da considerare che gli effetti di un sisma sulle costruzioni possono variare enormemente entro distanze molto brevi, addirittura dell'ordine di alcune decine di metri. Ciò si deve al fatto che l'intensità delle scosse sismiche viene incrementata dalla presenza di condizioni locali sfavorevoli che le conoscenze scientifiche disponibili consentono di valutare a priori. Esistono quindi i mezzi e le conoscenze per individuare, anche a livello comunale, le aree a diverso comportamento sismico (microzonizzazione sismica) e quindi per elaborare mappe del diverso rischio sismico del territorio, che unite alla mappa delle zone soggette ad inondazioni; a quella delle aree in frana o potenzialmente franose; alla carta geopedologica; alla carta delle risorse idriche e a tutte le altre carte tematiche previste dalle apposite Linee Guida, consentono di visualizzare sia il diverso grado di pericolosità delle aree del territorio sia la distribuzione e valorizzazione delle risorse naturali presenti. In proposito non è fuori luogo ricordare la grande disponibilità dei preziosi giacimenti minerari che, come i terremoti, sono connessi alle condizioni geostrutturali ed ai processi geodinamici che caratterizzano il territorio della regione. La Calabria, oltre ad essere la regione a più alta sismicità, è anche una delle zone d'Italia più ricche di depositi minerari metallici e litoidi. D'altra parte sulla disponibilità ed utilizzazione di giacimenti minerari nella regione, come per gli eventi sismici, non mancano i dati che ne documentano l'attività nel passato remoto e recente della storia calabrese. Va considerato che ........
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          c) d) c) d) e)Studi recenti del CNR e del Comitato Intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) sul mediterraneo evidenziano che, a partire dal 1930 in Italia il clima sta diventando più caldo e più secco nel Sud mentre nel nord sta crescendo l’intensità delle precipitazioni. In particolare, in Calabria si rileva l’aumento sia di periodi di siccità idrologica sia di precipitazioni brevi e intense e, quindi, una maggiore frequenza di alluvioni e piene straordinarie. Altri dati rilevati dall’Istituto di ricerca sul mare, Icram, evidenziano l’aumento di 2 gradi della temperatura del Tirreno: in pratica la temperatura media rilevata l’inverno scorso nel Tirreno è risultata di 15 gradi contro 13 che si misurano abitualmente. Tra gli effetti di questo aumento, nel Tirreno calabrese e meridionale si è registrato un calo del 30% della “produzione primaria”, con un ritmo del 4-5% al mese fino a maggio. In pratica il plancton vegetale e, quindi l’alimentazione delle specie marine si è ridotta bruscamente di circa un terzo rispetto al passato, con conseguenze sulla quantità di pescato e sull’equilibrio ambientale dell’intero Mediterraneo. Cambiamenti preoccupanti anche nell’Adriatico, come ad esempio nel Golfo di Trieste, dove nasce una delle tre ‘correnti del Golfo’ mediterranee che condizionano la vitalità dello stesso; e dove dai 5 gradi della media invernale dell’ultimo secolo, già nel 2003 la temperatura è aumentata fino a 13 gradi. Questo riscaldamento delle acque profonde innesca seri motivi di allarme: per la diminuzione di produzione primaria e quindi di biomassa marina; per la diminuzione dell’assorbimento dell’anidride carbonica, il più importante dei gas che alterano il clima; per la scomparsa della ‘corrente del Golfo’ di Trieste che potrebbe mettere in discussione l’equilibrio ambientale e climatico dell’intero Mediterraneo. Infatti, l’aumento della temperatura in superficie, che si propaga anche in profondità, rallenta il rimescolamento delle acque nell’intero Mediterraneo: la riduzione del differenziale termico tra il livello più superficiale del mare e quello più profondo riduce il movimento e quindi rallenta il meccanismo che provoca il rimescolamento delle acque nell’intero bacino. Una delle conseguenze: la scomparsa delle microalghe che rappresentano la base della catena alimentare marina (a causa della mancata risalita di nutrienti dai fondali). Molto importanti, secondo Rubbia, sono anche le conseguenze del cambiamento climatico sulla flora, sulla fauna e sull’agricoltura. Si potrebbe verificare, infatti, una progressiva disidratazione e una forte deforestazione nel nostro Paese. Lo stesso scienziato in audizione dei mesi scorsi al Senato ha affermato “dobbiamo aspettarci in Italia una desertificazione e una deforestazione progressive, dovute allo spostamento verso Nord della linea di demarcazione che al momento separa il clima delle zone sahariane e quelle dell’Europa del Sud. Per quanto riguarda il mar Mediterraneo, inoltre, sono da temere particolarmente due effetti che si aggiungono all’analisi dell’IPCC. Il primo si riferisce alla progressiva desertificazione, e alla conseguente mancanza di acqua, dovuta allo spostamento verso Nord dell’anticiclone delle Azzorre. Lo spostamento verso Nord dell’anticiclone delle Azzorre, dunque, sostituira` le condizioni climatiche tipiche della zona africana alle condizioni climatiche tipiche del Sud del nostro Paese.” A causa dell’incremento della temperatura si prevede per i prossimi 30-40 anni un aumento del livello del mare, con valori compresi tra 50 e 290 mm. Gli effetti quantificabili sulla fascia costiera: invasione di aree molto basse e delle paludi costiere; accelerazione dell'erosione delle coste;aumento della salinità negli estuari e nei delta a causa dell'ingresso del cuneo salino; incremento delle infiltrazioni di acqua salata negli acquiferi della fascia litoranea; aumento della probabilità di straripamenti e di alluvioni nel caso di forti piene. L'impatto sulle coste potrà essere ben più grave nelle zone soggette ad un incremento della desertificazione: un maggior emungimento delle falde acquifere in ambiente costiero, porterà ad un aumento della salinizzazione degli acquiferi profondi. Fenomeni, in Calabria, già molto diffusi e preoccupanti nelle tre più importanti pianure costiere di Sibari, sant’Eufemia e Gioa Tauro. Rilevante è l’impatto sulla salute per l’incremento di malattie cardiovascolari, cerebro vascolari e respiratorie e delle morti causate dall’ondata di calore; e per i casi addizionali di vettori, alimenti e acque contaminate, malnutrizione e malattie psicosociali associate ai diversi trend climatici. Basta pensare che l’ondata di calore che ha colpito l’Europa nel 2003 con 4-5° C sopra la media del periodo, associata a livelli elevati di inquinamento atmosferico, è coincisa in Italia nei mesi luglio-settembre con un eccesso di mortalità rispetto allo stesso periodo nel 2002 di 18.257 morti pari ad un aumento del 14,5%. Le conoscenze scientifiche e gli strumenti oggi disponibili sono in grado di contrastare e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Per riuscirci la voce "adattamento ai cambiamenti climatici" deve essere scritta, come nel resto dei paesi europei, nell’agenda e nel piano di spesa del Governo già dalla Finanziaria 2008. ...

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          a) b) c) d) e) “Sfasciume pendulo sul mare” e “Terra di rapina e di disastri” sono le più note e rappresentative “immagini” del recente e remoto passato del territorio calabrese. Queste immagini, nel corso dell’anno 2000, potrebbero sbiadirsi in modo rilevante e poi cominciare ad essere sostituite da altre più gradevoli e rassicuranti sul riequilibrio degli assetti idrogeologici che stimolano il recupero della memoria storica e dello splendore della civiltà della Magna Grecia per come riferito, tra gli altri, da Plinio nella “Storia Naturale”e da A. Placanica e De Seta-Pratesi rispettivamente nei volumi dedicati alla “Calabria” e “Insediamenti e Territori” della “Storia d’Italia” dell’Enaudi. Lo sbiadire delle antiche immagini, anche se per il momento molto tenue, in verità è cominciato nei mesi scorsi con alcune attenzioni dei governi nazionale e regionale sul grave problema del rischio idrogeologico rappresentato, com’è noto, da eventi (frane e alluvioni) che producono danni misurabili a persone e cose. Sulla diffusione e dimensione dello stesso rischio idrogeologico va tenuto presente che i servizi tecnici della Presidenza del Consiglio dei Ministri hanno registrato 5.400 alluvioni e 11.000 frane in Italia negli ultimi 80 anni. Oltre alla grave e intollerabile perdita di vite umane, i danni, solo negli ultimi 20 anni sono stati di 30.000 miliardi di lire. E, com’è noto, a contribuire in modo rilevante, è stata la Calabria dove nell’archivio AVI del CNR-GNCI (gruppo nazionale catastrofi idrogeologiche) sono censiti 658 eventi di frana e 496 eventi alluvionali relativi a 230 località; dove il dissesto idrogeologico è così diffuso ed esteso da rendere necessario, secondo i dirigenti degli ex Geni Civili regionali, un programma di difesa del suolo del costo finanziario di circa 4.000 miliardi di lire. Le attenzioni, in parte contenute nel Programma Regionale di Difesa del Suolo, in attuazione della Legge 257/98 e dal D.L. 13 maggio 1999, n.132, si rilevano, ad esempio, dalle attività messe in atto e finalizzate sia alla previsione sia alla prevenzione; si rilevano anche nel modo in cui si è cominciato ad affrontare il problema e che richiama alla memoria le analisi di M. Rossi-Doria sul fascicolo della rivista “Il Ponte” dedicato alla Calabria, dove si legge: “ …i grandi problemi della lotta contro l’erosione e per la regolazione delle acque si affrontano nei modi e coi mezzi di una guerra moderna, secondo piani attentamente studiati e scrupolosamente attuati, creando organi esecutori perfettamente attrezzati dotati di poteri assoluti, chiamando alla direzione i migliori tecnici di cui dispone la nazione, obbligando gli specialisti delle diverse branche all’impersonale collaborazione del lavoro di squadra, suscitando la collaborazione e l’entusiasmo delle popolazioni e quindi assegnando a quegli organi mezzi adeguati per tutto il tempo necessario alla realizzazione dei programmi, consentendo loro la massima snellezza di organizzazione, la massima autonomia sotto la diretta responsabilità dei dirigenti, la massima semplicità dei controlli anche se accompagnata dalla massima pubblicità, cioè dalla possibilità di critica da parte di chiunque. Se si avrà il coraggio di imboccare e percorrere decisamente questa strada, di far precedere la fase della realizzazione da una rapida ma intensissima fase critica di studio e di progettazione per la elaborazione di piani organici pluriennali, anche il problema della montagna calabrese e della difesa idrogeologica potrà essere risolto. Se questo coraggio mancherà e si continuerà col sistema dei progetti, delle esecuzioni dirette del Genio Civile e della Forestazione non attrezzati a farle, e degli appalti col sistema dei ribassi d’asta nei quali spesso vincono le imprese meno attrezzate al lavoro e più alla gara, la rovina non si arresterà e alla rovina delle risorse naturali continuerà ad aggiungersi quella psicologica ed economica della organizzazione parassitaria dei lavori pubblici.” Questo coraggio invocato da Rossi-Doria, finalmente, nei mesi scorsi ha cominciato a manifestarsi sia a livello nazionale che regionale. I segnali di novità rispetto al passato sono certamente significativi e se ne comprende la rilevanza se si considera che nella relazione del Procuratore Regionale della Corte dei Conti, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 1999 in Calabria, si legge: “ Possiamo, ancora, sommessamente, osservare che il bilancio del 1997 prevedeva entrate e spese per oltre undicimila miliardi e che la legge di bilancio di quest’anno prevede un ammontare presunto (e già, presunto, perché non ci sono i conti consuntivi) per oltre ottomila miliardi? e che vi sono residui passivi per poco meno di tremila miliardi? E’ possibile osservare che tra i residui attivi, le somme rimaste da riscuotere, ci sono ben 5.170 miliardi di assegnazioni dello Stato e altri trasferimenti, probabilmente fondi comunitari?” “ Un fenomeno gravissimo di danno erariale su cui l’ufficio svolge attività istruttoria riguarda le opere pubbliche progettate e non realizzate, realizzate parzialmente, realizzate non utilizzate e di cui il filone relativo ai depuratori costituisce una fattispecie particolare.” “ La stampa anche recentemente si è occupata del fenomeno, per la sua diffusione sul territorio nazionale - le c.d. incompiute - ed anche il Legislatore ed il Governo si sono posti il problema del rifinanziamento delle opere ancora utili, e dell’accelerazione delle procedure per fare ripartire i cantieri, anche a fini di politica economica e di rilancio dell’occupazione. In Calabria il fenomeno è estremamente diffuso. Si va dalle dighe agli ospedali, ai villaggi, ricostruiti a distanza di ventisei anni dalle alluvioni che li danneggiarono gravemente, di Nardodipace, Cardinale e Centrache, relativamente ai quali l’attività istruttoria si è conclusa e l’ufficio sta valutando i risultati, al fine dell’eventuale emissione di inviti a dedurre nei confronti di ipotetici responsabili di danno erariale, mentre sono ancora in corso gli accertamenti per altri comuni danneggiati dall’alluvione del 1973.” Tra le novità dell’azione avviata nei mesi scorsi dalla Regione Calabria è da segnalare inoltre che per la prima volta si agisce contemporaneamente sia sul piano della previsione che su quello della prevenzione. Le attività avviate sono infatti dirette sia allo studio ed alla determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi, alla identificazione dei rischi ed alla individuazione delle zone del territorio soggette ai rischi stessi e, sia ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni conseguenti ad eventi calamitosi, catastrofi o ad eventi connessi con l'attività dell'uomo, anche sulla base delle conoscenze acquisite per effetto delle attività di previsione. Altra importante novità è quella della implementazione della banca dati del rischio idrogeologico con l’approntamento di adeguato software applicativo, del DB topografico IGM alla scala 1:25.000 ed 1:50.000, della carta geologica alla scala 1:25.000, del DB delle fonti storiche che annovera già 410 schede e dell’acquisizione delle ortoimmagini digitali a colori CGRA/1999 e delle strisciate delle foto aree IGM 1991/92. Con la disponibilità dei dati e della cartografia regionale informatizzata, come già avviene nelle regione più avanzate d’Italia, si potrà anche in Calabria agevolare molto la conoscenza del territorio e la consapevolezza delle sue fragilità cognizioni che è necessario diffondere sempre di più affinché un numero sempre maggiore di cittadini possa davvero diventare soggetto attivo nel campo della Protezione Civile in particolare per quanto riguarda l’aspetto fondamentale dell’autotutela. L’attenzione su questo aspetto dell’innovazione tecnologica risulterà determinante e, se l’obiettivo :“Un computer e un collegamento in Rete a ogni nuovo studente”che sarà perseguito dalla prossima primavera sarà seguito da ulteriori interventi del governo nazionale coordinati con altri a livello regionale la Calabria potrebbe realmente recuperare molti dei gravi ritardi accumulati sul piano della salvaguardia e valorizzazione del territorio e delle sue risorse naturali. I segnali nuovi e le attenzioni mostrate nei mesi scorsi in materia di difesa del suolo anche se incoraggianti sono ancora troppo tenui per garantire il consolidarsi di una politica di salvaguardia delle popolazioni calabresi dai rischi idrogeologici e di sviluppo del territorio e delle sue risorse naturali. Le tentazioni ed i rischi di continuare nella vecchia e scellerata politica di saccheggio e spreco delle risorse, per come abbiamo già evidenziato negli ultimi venti anni e anche su questo mensile, sono fortemente presenti. Pertanto, non possono e non devono più essere ignorati, soprattutto da chi ha il dovere e il potere di decidere sul governo del territorio, i risultati delle indagini delle Commissioni Lavori pubblici, Comunicazioni e Agricoltura della VI legislatura del Senato sui “Problemi della difesa del suolo” dove in premessa si legge: “Un esame anche sommario delle aree minacciate dimostra, d’altronde, come su di esse si concentri una parte molto cospicua della popolazione, della ricchezza e del potenziale produttivo della nazione. Il fatto stesso di essere in pianura, più vicine al mare, meglio servite dalle vie di comunicazioni, sedi talvolta dei più antichi e illustri insediamenti urbani, ha facilitato in passato e facilita tuttora la concentrazione in queste aree delle attività umane e degli investimenti privati e pubblici. Ogni anno che passa, pertanto, accrescendosi la consistenza e il valore delle ricchezze situate nelle aree minacciate dalle alluvioni, cresce la potenziale entità dei danni che le alluvioni possono arrecare. Gli eventi alluvionali, d’altra parte, traggono origine e assumono diversa gravità in relazione allo stato di dissesto in cui si trovano gli alti e medi bacini dei corsi d’acqua. Avendo alle spalle decenni di irrazionale utilizzazione dei terreni montani e collinari e di sporadica e discontinua azione diretta a contrastare i fenomeni del loro dissesto, la minaccia a monte è venuta ognora crescendo con ritmo ancora più celere da quando l’esodo delle popolazioni montane ha indebolito e diradato la difesa, che nel proprio interesse, gli uomini opponevano in passato al dissesto stesso.Ogni anno che passa, pertanto, accrescendosi il dissesto degli alti e medi bacini dei corsi d’acqua, la minaccia alluvionale diventa più grave e rovinosa”. < La valorizzazione degli oltre 715 chilometri delle bellissime coste della regione e la bonifica del degrado idrogeologico per lo sviluppo della Calabria è il nodo da affrontare anche in risposta alla proposta dannosa di Tremonti per fare cassa. Lo sviluppo del turismo sulle preziose spiagge non può essere separato dal contesto del territorio retrostante, anche perché l’assetto idrogeologico di colline e montagne condiziona ed condizionato da quello delle coste. Cerzeto, Filadelfia, Favazzina, San Nicola Arcella sono solo alcuni dei centri abitati interessati dalle migliaia di frane rilevate sulle colline e montagne della regione con il Piano di Bacino regionale. Inoltre rischio alluvione su molte centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee, decine di chilometri di divieti di balneazione sulle coste della Calabria danno l’idea delle dimensioni e diffusione del dissesto idrogeologico, recentemente, definito “disastroso” in tutto il Belpaese dal ministro dell’Ambiente. Il problema della sicurezza posto dal degrado idrogeologico non riguarda solo la “terra ferma” ma è esteso anche al mare a causa del malgoverno del territorio e delle sue risorse naturali. Infatti, in Calabria, “il mare non è stato sinora considerato una risorsa ma una discarica che tutti possono utilizzare pur di risparmiare soldi pubblici e privati” come evidenziato nei mesi scorsi dalla Corte dei Conti. Un ruolo determinante per l’insorgenza del rischio idraulico e geologico è svolto dalle modalità d’utilizzo della risorsa acqua, dall’oro blù del terzo millennio, dall’elemento all’origine di gran parte dei conflitti in atto sul Pianeta e al centro della campagna promossa recentemente dall’ UNICEF in considerazione del fatto che il 21% dei bambini dei paesi in via di sviluppo soffre la penuria di acqua. Invece di sviluppo e ricchezza, la troppa acqua disponibile in Calabria, perché, mediamente, piove di più che nelle altre regioni, continua a provocare: movimenti franosi sui rilevi collinari e montani, alluvioni in pianura con l’allagamento ed il convogliamento anche di rifiuti e,quindi, l’inquinamento delle falde idriche e delle acque marine. E, com’è l’attuale stato di salute del mare della Calabria? Quali interventi sono stati adottati per eliminare o ridurre l’inquinamento e l’erosione e, quindi, gli oltre 88 chilometri di divieti di balneazione dichiarati nel marzo scorso dalla regione Calabria? Se, a queste domande, si risponde tenendo conto dei dati ufficiali, ad oggi, resi noti e di quanto accaduto nei mesi scorsi emerge che si continua con la tendenza ad impedire ai cittadini di fare il bagno invece di risolvere i problemi dell’inquinamento e dell’erosione. I dati e fatti che, tra l’altro, indicano un peggioramento sono: 1) Nel marzo 2004 la Giunta regionale dichiarava il divieto di balneazione su oltre 88 chilometri metri di costa con rilevante aumento degli stessi divieti rispetto l’anno precedente. 2) Alla data del 30 settembre, di chiusura della stessa stagione balneare, i divieti di balneazione sono aumentati di circa tre chilometri, fino ad arrivare complessivamente a 91.422 metri. In particolare, i dati pubblicati dal Ministero della Salute, evidenziano un aumento di oltre un chilometro nella Provincia di Catanzaro dove a fine stagione i divieti risultano complessivamente 8.151 metri mentre all’inizio erano 7.028 metri. Nella Provincia di Cosenza da 31.959 metri, i divieti aumentano a 32 713 metri, mentre in quella Vibo Valentia da 3000 metri, aumentano a 4.485 metri. Anche nella provincia di Crotone da 10.593 i divieti aumentano a 11.274 metri. In controtendenza i dati della Provincia di Reggio Calabria dove i divieti dichiarati a marzo risultavano 35.950 metri mentre a fine stagione sono stati ridotti a 34.779 metri. 3) tra la data di chiusura dell’ultima e la prossima data d’apertura della stagione balneare 2005 si sono e verificati episodi d’inquinamento per il blocco degli impianti di depurazione provocati anche dalla mancata erogazione dell’energia elettrica;e con effetti intuibili, ma non resi noti, sullo stato di salute del mare. 4) Si continua, da parte degli Enti preposti, con le “carenze informative” sottolineate nella “Seconda relazione sull’inquinamento delle coste e gestione degli impianti di depurazione nei comuni costieri della fascia tirrenica compresi nelle province di Vibo Valentia, Catanzaro e Cosenza” della Sezione Regionale di Controllo della Corte dei Conti. In pratica, “nessuna puntuale informazione alla popolazione, alle imprese, alla comunità scientifica è stata fornita dalle autorità, nonostante nella stagione balneare i risultati esposti negli allegati – ben noti alle autorità sanitarie – concretino l’esposizione della popolazione ad una serie di possibili rischi derivanti dalla balneazione. Al proposito è bene segnalare che la maggior parte delle ASL (v. ad esempio, Paola, Lamezia Terme, Vibo Valentia) non ha ritenuto di adottare nessuna misura consequenziale rispetto alla gravità della situazione già illustrata nella precedente relazione.” Sul che fare per la messa in sicurezza delle popolazioni e del territorio calabrese è di estrema attualità la “ricetta”, prescritta mezzo secolo fa, da M. Rossi-Doria: “ i grandi problemi della lotta contro l’erosione e per la regolazione delle acque si affrontano nei modi e coi mezzi di una guerra moderna, secondo piani attentamente studiati e scrupolosamente attuati, creando organi esecutori perfettamente attrezzati dotati di poteri assoluti, chiamando alla direzione i migliori tecnici di cui dispone la nazione, obbligando gli specialisti delle diverse branche all’impersonale collaborazione del lavoro di squadra, suscitando la collaborazione e l’entusiasmo delle popolazioni e quindi assegnando a quegli organi mezzi adeguati per tutto il tempo necessario alla realizzazione dei programmi, consentendo loro la massima snellezza di organizzazione, la massima autonomia sotto la diretta responsabilità dei dirigenti, la massima semplicità dei controlli anche se accompagnata dalla massima pubblicità, cioè dalla possibilità di critica da parte di chiunque. Se si avrà il coraggio di imboccare e percorrere decisamente questa strada, di far precedere la fase della realizzazione da una rapida ma intensissima fase critica di studio e di progettazione per la elaborazione di piani organici pluriennali, anche il problema della montagna calabrese e della difesa idrogeologica potrà essere risolto. Se questo coraggio mancherà e si continuerà col sistema dei progetti, delle esecuzioni dirette del Genio Civile e della Forestazione non attrezzati a farle, e degli appalti col sistema dei ribassi d’asta nei quali spesso vincono le imprese meno attrezzate al lavoro e più alla gara, la rovina non si arresterà e alla rovina delle risorse naturali continuerà ad aggiungersi quella psicologica ed economica della organizzazione parassitaria dei lavori pubblici.”




          Torna all'indice IL TERRITORIO TRA I DUE GOLFI DELL’ANTICA ITALIA, DEL POPOLO DEI FEACI, CON LE PIÙ ANTICHE TESTIMONIANZE GEOLOGICHE ED ANTROPOLGICHE DELLA NAZIONE I vari interventi in atto nell’ambito del territorio lametino e nei vari ambiti delle attività economiche, politiche, sociali, istituzionali, unitamente a quanto non viene fatto, avrà effetti rilevanti sulla qualità della vita dei cittadini e dei lori figli. Inciderà molto sul futuro anche la capacità della classe dirigente di dotarsi di un valido Piano di Recupero Ambientale e di Sviluppo sostenibile del lametino nonché la capacità, da parte dei vari soggetti preposti al governo del territorio, di attuare un tale progetto. Evidentemente, oltre che essere fondato sulla realtà ed in particolare sui vari aspetti strutturali e geoambientali che connotano il territorio e le sue risorse, il Piano, richiede il recupero della memoria storica degli avvenimenti che in passato hanno condizionato le trasformazioni sia naturali che antropiche, e quindi, la vita delle popolazioni dell’intero territorio. Per evidenziare sia gli aspetti che connotano la specificità del nostro territorio sia la necessità del Piano, da alcuni decenni e anche su vari giornali nazionali e locali, abbiamo documentato l’intreccio tra dinamica degli assetti geoambientali e le vicende ed evoluzione degli insediamenti umani nello stesso territorio. Intreccio che il portale “Lameziaweb.biz” documenterà tenendo conto delle varie trasformazioni avvenute e con la descrizione dei dati e di alcune immagini su cui si fonda l’individuazione, da parte del Prof. Armin Wolf dell’Università di Francoforte, dei luoghi descritti da Omero nell’Odissea, ed in particolare, del perché il territorio lametino corrisponde al settore occidentale della Terra dei Feaci di re Alcinoo e di sua figlia Nausica. L’aspetto di maggior rilievo ed ancora oggi colpevolmente sottovalutato o ignorato, soprattutto in Calabria, dal punto di vista storico, è che nel libro Die wirkliche Reise des Odysseus - Zur Rekonstruktion des Homerischen Weltbildes viene dimostrato che l’Odissea di Omero è il primo documento storico riguardante la storia d’Italia e, quindi, contiene i dati geografici più antichi dell’Occidente. Nel libro dei Wolf, tra l’altro tradotto in giapponese e oggetto di conferenze in tutto il mondo, viene argomentato scientificamente e con molti dati la loro teoria; (è noto come in assenza e,o con molti meno e significativi dati di quelli forniti dai Wolf vengono accredidate come “verità” fantasiose leggende, partorite non sempre per interesse scientifico!). All’elaborazione della stessa i Wolf sono pervenuti esaminando, dapprima, se i dati nautici di Omero siano da prendere alla lettera e, se si esaminano nel loro complesso, siano da definire anche geometricamente. Successivamente, attraverso un decennio di ricerche e alcune migliaia di chilometri di viaggi anche via mare nel Mediterraneo, Armin e Hans Wolf nel loro libro dimostrano che: - dai dati direzionali del viaggio forniti da Omero è possibile ricostruire uno schema d’itinerario ipotetico; - questo itinerario si concilia con i dati del Mediterraneo e porta a definire inequivocabilmente luoghi esistenti nella realtà; - questo itinerario si può percorre entri i tempi di viaggio e con le velocità che risultano nel testo Omerico. In particolare gli studiosi tedeschi, per come dettagliatamente documenteremo più avanti, dimostrano che: - SCHERIA, la terra del popolo dei Feaci, è localizzata nella fascia centrale della Calabria compresa tra i golfi S. Eufemia e di Squillace. - La zona dei lavatoi entro cui è ambientato l’incontro tra Ulisse e Nautica è da localizzare sulle rive del Fiume Amato in prossimità del tratto che, nel comune di Marcellinara, viene attraversato dall’autostrada che unisce Catanzaro a Lamezia. - La sede della capitale del regno dei Feaci con il prezioso e meraviglioso palazzo di re Alcinoo e di sua moglie Arete è individuata nella zona dell’attuale abitato di Tiriolo. - Il porto da dove Ulisse, dopo l’ospitalità dei Feaci, s’imbarca per il rientro ad Itaca è da ubicare in corrispondenza del Corace con la sua Foce nel Golfo di Squillace. I) LO SCHEMA GEOMETRICO La prima ed originale novità della teoria dei Wolf è la costruzione di uno schema geometrico delle tappe del viaggio di Ulisse che non tiene conto di nessuna delle precedenti teorie che si contraddicono a vicenda, e, non tiene conto nemmeno delle conoscenze geografiche e storiche (e ciò anche in considerazione di chi si mostra scettico ad una interpretazione geografica dell’Odissea. Lo schema prende corpo dalla risposta alla domanda: è possibile, sulla base dei soli dati direzionali forniti da Omero, individuare le direzioni delle 12 tappe del viaggio di ritorno di Ulisse e coordinale in un insieme? Come si vede nello schema riportato, la lunghezza e l’andamento delle varie tappe sono definite considerando la direzione dei venti, ad esempio il vento del Nord che modifica la rotta di Ulisse quando voleva circumnavigare Capo Malea, oppure il ponente che indica la rotta nella dodicesima tappa dai Feaci ad Itaca. Inoltre, ad esempio, la rotta della undicesima tappa che dall’isola di Calipso porta, via mare, a Scheria terra dei Feaci è individuata considerando che Ulisse ha alle sua sinistra l’Orsa, detta anche Carro, e, quindi dal fatto che per chi si trova nell’emisfero boreale e osserva la costellazione Nord si muove da Est verso Ovest. Per quanto riguarda l’assenza di dati relativi alla lunghezza e orientamento di alcuni tratti, il prof. A. Wolf, ricordando che per la costruzione di un triangolo non è necessario conoscere tutti i lati e tutti gli angoli dello stesso triangolo, dimostra come i dati forniti da Omero bastano a realizzare lo stesso schema riportato. Questo, sempre secondo i Wolf,se si considerano attendibili i punti cardinali di Omero, rappresenta un riferimento fondamentale per qualsiasi altra teoria che intende ricostruire il percorso di Ulisse nella sua globalità. II) CONFRONTO DELLO SCHEMA GEOMETRICO CON LA NATURA DEL MEDITERRANEO In un stadio successivo lo schema geometrico è stato confrontato con i dati della realtà e natura del Mediterraneo: le correnti marine (indicate con delle frecce), le linee costiere, le isole, gli stretti; proiettando ogni tratto dello Schema sul Mediterraneo. In proposito, il prof. Wolf afferma: “se Omero nell’Odissea si è riferito ad una realtà geografica si debbono trovare nell’ambito determinato ogni volta con lo schema, delle corrispondenze tra le descrizioni dei luoghi fatte da Omero e la realtà naturale. Se non si arriva a prova anche i dati marinari dell’Odissea devono essere attribuiti al mondo di favola. Ma dalla proiezione dello schema geometrico sulla carta nautica si ottiene un itinerario reale. Questo itinerario dalla Grecia guida in terre reali come la Tunisia, Malta, Sicilia e attraverso la Calabria a Itaca. Prima di passare all’esame di ogni tratto dello stesso itinerario e il perché e come sono state scientificamente individuate le località del viaggio descritte nell’Odissea va considerato che gli stessi autori sono pervenuti: “alla conclusione che alla base dell’Odissea stanno effettivamente conoscenze della geografia reale che possono riferirsi solo ad effettive esperienze di viaggio. Questo significa che Omero fu il primo noto localizzatore della leggenda di Ulisse e un poeta che seppe includere nel suo Poema epico anche le rotte di navigazione per descrivere il ritorno di Ulisse” In particolare il Prof. Armin Wolf, tra l’altro, afferma:”personalmente io penso che Omero stesso abbia percorso la strada da lui descritta e attribuito la stessa al favoloso Ulisse. In tutti i casi il poema dell’VIII secolo a.Cr. contiene il rapporto di un viaggio di un uomo che il prologo dell’Odissea chiama: “…abile molto, che molto andò navigando, quando ebbe distrutto la sacra rocca di Troia, e di molti uomini vide città e conobbe la mente, e molti dolori sul mare sofferse nell’anima sua, volendo salvare e la sua vita e il ritorno dei compagni…” . Storicamente –sottolinea il prof. Wolf – questo risultato è importante perché sulla base delle nostre prove, otteniamo nel racconto dell’Odissea i dati geografici più antichi dell’Occidente e il primo documento storico scritto riguardante la storia d’Italia, precedente di alcuni secoli di tutte le altre testimonianze scritte e conservatici sulla Sicilia e la Calabria. Il viaggio descritto da Omero sembra veramente un viaggio di esplorazione; ciò non contraddice il fatto che Omero certe volte racconti di Giganti e di altre forme mitiche perché nessuno può dubitare che, ad esempio, le lettere di Colombo al re spagnolo si fondi su esperienze di vero viaggio quantunque vi si parli di uomini che nascono con la coda. Ora è noto che nell’epoca Omerica, cioè nell’VIII secolo avanti Cristo, cominciò l’esplorazione e la colonizzazione occidentale greca. Fino ad oggi non abbiamo alcuna testimonianza scritta contemporanea alla colonizzazione, ma se si accettano i risultati della nostra tesi - afferma sempre Armin Wolf – otteniamo nel racconto omerico una tale testimonianza unica dei viaggi di esplorazione dei Greci, immediatamente precedente la colonizzazione occidentale ellenica. D’altra parte la verosimile contemporaneità del racconto Omerico e l’inizio della colonizzazione greca, è ciò che rende la nostra tesi storicamente degna di fede perché se i Greci dell’epoca di Omero si recarono effettivamente per mare in Sicilia e nell’Italia meridionale, è da ritenere che Omero ne avesse conoscenza ed è di fatto possibile che egli ne faccia riferimento nel suo Poema. Inoltre si trovano enormi sorprendenti concordanze nelle regioni dove i Greci erano senza successo, sulla costa dell’attuale Tunisia, a Malta, in Sicilia occidentale, Omero racconta storie di abitanti inospitali I ciclopi . Continua) (*) geologo
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          Torna all'indice SVILUPPO SOSTENIBILE E VALORIZZAZIONE DEL GRANDE PATRIMONIO DI RISORSE GEOAMBIENTALI DEL TERRITORIO NEL DIBATTITO SUL PIANO REGOLATORE GENERALE E….. NON SOLO Il dibattito in corso sul Piano Regolatore Generale stimola alcune riflessioni sulla realtà del territorio ed in particolare sul suo assetto geoambientale. Discutere, o ancor peggio decidere destinazione delle aree e realizzare interventi, senza considerare i dati veri sulla qualità, quantità, e localizzazione delle risorse naturali ed ambientali, delle reti infrastrutturali e delle attività esistenti nel territorio, rischia di ridurre e ritardare il rilancio dello sviluppo economico e sociale richiesto da tutti. Alcuni dati ed aspetti della realtà che non possono essere ignorati e prima e dopo le nuove “linee guida” regionali, ad esempio, sono: 1) Le risorse naturali ed in particolare l’immenso patrimonio di risorse idriche, dell’oro blù, disponibile nel territorio comunale. Lamezia Terme, è uno dei comuni d’Italia più ricco di acqua. Da vari studi effettuati negli ultimi decenni nel territorio comunale sono state rilevate ben 104 Sorgenti con portata maggiore a sei litri al minuto, localizzate in prevalenza sulle zone collinari e montane oltre a preziose falde idriche in pianura. Oltre al gruppo delle preziose sorgenti di Caronte con acqua termale-sulfurea e portata di 47 litri al secondo, nel territorio comunale, sono state rilevate sorgenti di acqua oligominerale con portate di molte centinaia di litri al secondo. Per farsi un’idea della rilevanza della quantità d’acqua disponibile basta pensare che per garantire l’erogazione 24 ore al giorno in ogni casa a 75 mila abitanti necessitano circa sette miliardi di acqua all’anno, in pratica, quasi la terza parte di quella disponibile dalle quattro sorgenti più importanti presenti nell’ambito del territorio comunale. Perché non si parla della condizione in cui versa e come s’intende valorizzare questo ingente patrimonio? Non parlarne, continuare ad ignorare ed a lasciar fare, accresce il rischio che anche l’acqua dolce delle falde idriche lametine si riduca nella condizione in cui è stata ridotta l’acqua del mare che bagna le spiagge del Golfo. 2) La rete idrografica. Altra specificità, connessa alla precedende è quella dei tredici corsi d’acqua: Spilinga, Bagni, Zuppello, Fella, Cantagalli; Piazza, Canne, Zangarona, S. Ippolito, Pesipe, Cottola, La Grazia e Turrina che da nord a sud attraversano il territorio. L’estesa e diffusa rete idrologica costituita dai sopracitati corsi d’acqua naturali ha rappresentato una risorsa rilevante per lo sviluppo economico degli insediamenti umani che da millenni popolano questo territorio. Si pensi ad esempio, al ruolo dell’acqua per produrre ricchezza e miglioramento della qualità della vita, nel periodo della civiltà della Magna Grecia e dei Normanni quando il territorio di pianura, la collina e la montagna erano organizzati e governati in modo da garantire il massimo d’equilibrio idrogeologico e di produzione agricola. E non va dimenticato che nei millenni trascorsi gli stessi fiumi, oltre a fornire acqua per vari usi, costituivano la principale fonte d’energia per le attività artigianali dei vari nuclei urbani presenti nello stesso territorio. D’altra parte, va considerato che i terreni e le forme del paesaggio del territorio indicano che gran parte del tessuto urbano di LameziaTerme si estende sui materiali alluvionali, “conoide di deiezione”, dei vari corsi d’acqua che da nord a sud attraversano il centro abitato. In pratica, le case e le strade delle zone circostanti ed a valle di Corso Numistrano e Corso Nicotera e delle altre strade di Nicastro poggiano sopra alcune decine di metri di massi, ciottoli, ghiaie, e sabbie trasportate dalle acque del Piazza e del Canne nel corso dei millenni trascorsi. In pratica, sotto l’abitato di Nicastro si trovano i vari “pezzi” di roccia che in pasato rcolmava l’attuale incisione valliva collinare e montana dove si origina e attualmente defluiscono le acque del Pazza e del Canne. Tra i vari pezzi della stessa roccia, a pochi metri di profondità sotto le case e le strade due Corsi di Nicastro si trovano anche i resti delle costruzioni distrutte dal terremoto del 1638, e tra questi resti anche quelli dell’antica cattedrale contenente preziose opere d’arte come una tela del Tintoretto nella cappella dell’Assunta. In corrispondenza di Sambiase e di Sant’Eufemia il Cantagalli ed il Bagni, rispettivamente, hanno svolto lo stesso ruolo del Piazza e del Canne. 3) Nel POR del comune di Lamezia Terme, non a caso, tra l’altro, si legge: “resta tuttavia affermato che una parte essenziale dei problemi di manutenzione o di ripristino delle condizioni dell’equilibrio idraulico e di salubrità della costa e del vero e proprio litorale, dipendono da una concezione unitaria delle azioni di difesa del suolo e dei corsi d’acqua, estesa all’intero bacino imbrifero della Piana. La descrizione dello stato dell’ambiente del territorio comunale rappresenta lo strumento indispensabile per ricavare gli elementi di criticità da cui far discendere l’individuazione delle aree sensibili dal punto di vista ambientale. Per raggiungere tale obiettivo sarebbe utile costruire un rapporto sullo stato dell’ambiente, basato su metodologie ormai consolidate e comunemente utilizzate (come quelle proposte dalla DGXI, da Eurostat, da OCSE, dall’Agenzia europea per l’Ambiente, dall’OMS, dalla Commissione ONU per lo Sviluppo sostenibile e il programma Habitat, dal progetto Urban Audit di DGXVI, etc.), riconducibili allo schema DPSIR (Driving Force, Pressure, State, Impact, Response), suggerito dall’Agenzia Europea per l’Ambiente che si fonda sulla determinazione di indicatori di Stato (S), indicatori di Pressione (P), e indicatori di Risposta (R). La costruzione di un tale rapporto necessita, però, dell’acquisizione di una serie di informazioni a carattere comunale o, meglio ancora disaggregate per ambiti territoriali più ristretti, delle quali non vi è allo stato attuale disponibilità.” In proposito va evidenziato che, pur senza l’acquisizione delle informazioni anzidette sullo stato dell’ambiente del territorio, nello tabelle redatte nello stesso Por viene evidenziato punti di debolezza del sistema ambientale sono: “Criticità della qualità dell’aria nelle aree urbane ed industriali a causa delle emissioni da traffico veicolare; Mancanza di aree pedonali di zone a traffico limitato; Inquinamento acustico nelle aree urbane causato da traffico veicolare; Mancanza di dati sulla qualità delle acque superficiali; Sottodimensionamento del sistema fognario e deficit depurativo; Elevata produzione di rifiuti pro capite e bassa percentuale di raccolta differenziata; Presenza di aree esondabili; Presenza di aree ad elevata vulnerabilità potenziale dell’acquifero nel settore occidentale del nucleo industriale; Mancanza di dati sull’inquinamento elettromagnetico.” Per l’analisi dei punti di debolezza che di quelli di forza, dei rischi e delle potenzialità dei sistemi ambientali e territoriali si rimanda alla tabella allegata. 4) L’assenza di memoria storica e, quindi, il mancato riferimento alla specificità dei caratteri geoambientali del Territorio ha fino ad oggi impedito la piena e razionale valorizzazione delle risorse naturali e nel contempo ritardato la realizzazione d’interventi idonei garantire la sicurezza delle popolazioni dalle cosiddette “calamità naturali” cui è esposto il territorio. Caratterizzato da una molteplicità di aspetti fisici con disponibilità di risorse naturali che è raro trovare concentrate nell’ambito dei confini di un solo comune. Il territorio di Lamezia si estende per oltre 160 chilometri quadrati di superficie, fino a quota 1400 m e, com’ è noto, comprende circa 9 km di spiaggia, vaste aree di pianura, colline, montagne con suoli fertilissimi, ingenti disponibilità di risorse idriche, sorgenti terminali e giacimenti minerari in gran parte ancora da valorizzare. La natura e le forme del paesaggio così come si presenta al nostro sguardo non è da immaginare come qualcosa in eterna staticità. Lo stesso paesaggio è invece da considerare come teatro di numerose trasformazioni per opera di forze legate al calore interno della Terra ed all’energia solare, i cui effetti si sommano e si fondono in cicli morfologici, litologici e orogenetici. Gli attuali assetti idrogeomorfoligici, in pratica sono il risultato di lunghi processi geologici ancora in atto e testimoniano come lo stesso territorio è pure caratterizzato da un’intensa attività di sollevamento e sismica oltre che d’erosione delle pendici collinari e montane: il quadro della geodinamica evolutiva mette in luce cioè anche il tipo di fenomeni naturali e, quindi, i “ rischi geologici”, (terremoti, frane, inondazioni, ecc.), cui il territorio è stato e continuerà ad essere sottoposto. Sul carattere dell’intensità e della frequenza della sismicità del territorio di Nicastro, sede vescovile fin dagli inizi dell’Era Cristiana, è significativo, ad esempio il dato relativo al numero delle cattedrali crollate e al numero di vescovi ed abitanti morti a causa dei terremoti nel corso dei secoli trascorsi; sugli effetti degli eventi alluvionali basta ricordare ad esempio quelli provocati dai Torrenti Bagni, Cantagalli, Piazza e Canne nel 1827 e nel 1866 con numerose vittime e distruzioni d’interi quartieri seppelliti da sei – sette metri di ghiaia per ogni piena. Sull’assenza di memoria storica anche dei più recenti processi di trasformazioni e in particolare sull’aumento di pericolosità degli inevitabili fenomeni naturali (pioggia, sismicità, mareggiate, ecc.) cui è sottoposto il territorio, è, tra l’altro, da considerare che circa 5.000 ettari dei terreni della pianura e della fascia costiera fino ad alcuni decenni fa erano acquitrini, paludi e pantani. Così come è da considerare la condizione di avanzato degrado o di completa distruzione delle utilissime opere di difesa e di sistemazione idraulico forestale realizzate sul territorio comunale dal Genio Civile con le prime leggi del 1906 e del 1908 a favore della Calabria e dalla Società Bonifiche Calabrese negli anni 30. Di tutto ciò come degli altri aspetti della realtà geoambientale non si è certo tenuto conto con la notevole e, in gran parte, non pianificata espansione urbana dei decenni trascorsi intorno agli antichi centri storici di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia. Il caotico e non pianificato sviluppo edilizio e soprattutto l’erronea localizzazione di molti insediamenti realizzati subito prima e dopo l’unificazione dei tre comuni evidenziano l’assenza di memoria storica dei numerosi disastri provocati da terremoti, frane e alluvioni e, quindi, l’ignoranza delle motivazioni che di volta in volta, nel corso dei secoli passati, hanno condizionato la scelta sull’area e sui tipi di terreni da utilizzare per ricostruire gli insediamenti urbani che venivano distrutti. In proposito è il caso di ribadire che fare come gli struzzi e, o rimuovere l’esigenza di prevedere gli effetti dannosi degli eventi naturali (Pioggia, sismicità, ecc.) è a dir poco da irresponsabili. E per andare oltre la denuncia e per superare vecchie concezioni fatalistiche e di rassegnata passività il problema dei danni e dei rischi connessi al dissesto idrogeologico va legato a quello dello sviluppo del territorio. Sviluppo possibile attraverso le definizione di un serio progetto di recupero ambientale e produttivo del Territorio necessariamente da riferire a vari aspetti e potenzialità della realtà fisica e geoambientale dello stesso Territorio. Realtà che, nonostante la grande rilevanza economica e sociale, molti partiti e associazioni ancora tardano a considerare ed a introdurre anche nel dibattito sul Piano Regolatore Generale. 5) Sugli aspetti più squisitamente urbanistici e nel contesto geoambientale accennato nei precedenti punti, sempre nel POR di Lamezia si evidenzia che “Le città rappresentano la somma di due condizioni essenziali del vivere. L’abitare la propria casa, con la necessità di una qualità privata e l’abitare lo spazio urbano con la necessità di una qualità pubblica. Un connotato tipico delle città meridionali è quello di scontare, a fronte di una riconoscibile ricchezza privata delle singole dimore, un’altrettanta chiara “povertà pubblica” degli spazi e manufatti di uso collettivo. Questo rende indispensabile poter disporre di spazi pubblici rappresentativi, di luoghi che favoriscano l’incontro e lo scambio, perché proprio la qualità dell’ambiente può aiutare a rimuovere le difese individuali del singolo e predisporlo alla felice contaminazione del rapporto con gli altri. Emerge con evidenza la domanda di quale sia il valore politico di una nuova qualità nel contesto urbano e ambientale. Come prima condizione s’impone di modificare globalmente la consueta maniera di rapportarsi ai problemi urbani, i cui guasti sono visibili nella condizione di scarsa vivibilità delle nostre città. La qualità da ricercare non può, pertanto, esaurirsi nella ricerca di valori estetici aggiuntivi per i manufatti e gli spazi pubblici, ma deve tendere ad avviare un processo di comunicazione sociale. In tale ottica, l’efficacia dell’evento architettonico si misura, oltre alle sue valenze estetiche e funzionali, nella capacità di entrare in rapporto con il fruitore per stimolarne la crescita culturale e sociale. Il Comprensorio di Lamezia Terme può essere considerato, da molti punti di vista, un valido campione della realtà regionale calabrese in particolare per la presenza di beni ambientali e culturali. Sono presenti tipologie varie di beni archeologici, architettonici, centri storici, torri costiere, strade panoramiche, boschi di particolare pregio, ambientale e paesistico, cime montane, area termale, coste e fascia frangivento costiera. L’area delle Terme di Caronte nel suo complesso si ritrova al centro di un insieme di boschi di alto valore ambientale, situati nella parte montana a nord del comprensorio che comprendono il bosco Difesa-Mitoio-Caronte, le faggete del Monte Reventino e Mancuso, la pineta di Pian del Duca. Il litorale marino ha, alla foce del fiume Savuto, un’interessante presenza di macchia mediterranea frangivento, dalla quale si diparte un’area verde sul torrente Bagni, un’area archeologica con la presenza dell’Abbazia Benedettina-Normanna, dell’area dei Iardini di Renda da poco acquisita al patrimonio comunale, ove è stata rinvenuta l’antica città di Terina, del Bastione di Malta e del Borgo di nuova fondazione di S. Eufemia Vetere che sorge sul terrazzo marino con posizione panoramica sulla pianura. Le cause della mancata affluenza di turisti in Calabria è dovuta all’insufficiente livello di imprenditorialità, inadeguata offerta di servizi culturali complementari, inadeguato livello di salvaguardia ambientale, assenza di valorizzazione culturale. Il rilancio del turismo dovrebbe passare attraverso una ristrutturazione dell’offerta ricettiva mediante adeguamento qualitativo e dimensionale del potenziamento dell’offerta culturale e paesaggistica, rispondente all’evoluzione del mercato. Il potenziamento dell’offerta di itinerari turistici potrebbe recuperare le presenze turistiche perdute dopo la negativa tendenza del 1980 pari a 34.095 giornate. Il risultato economico lordo di questo recupero può essere grossolanamente stimato moltiplicando il numero delle giornate di presenza per la spesa turistica media giornaliera. La quantificazione che si aggira intorno alle 64,56 € porterebbe un recupero delle presenze e un giro d’affari per 2195,00 € annue pari a 34.000 presenze x 64,56 €/presenze. Emerge dunque la necessità e l’urgenza di rigenerare l’offerta turistico-culturale e mettere in moto progetti che producano sinergie tra valori culturali ed effetti economici, come nel caso specifico di Lamezia con il Castello Normanno-Svevo che sviluppa un itinerario Federiciano-Ionico, alternativo alla direttrice Toscana-Lazio-Campania. Tale itinerario è basato sulla direttrice: Siracusa, Augusta, Lentini, Catania, Taormina, Messina, Reggio Calabria, Vibo, Nicastro, Cosenza, Roseto, Policoro, Taranto, Gioia, Gravina, Castel del Monte, Andria, Lucera.” E ancora “La città di Lamezia Terme è caratterizzata da una realtà abitativa diffusa sul territorio in aggiunta ai tre centri principali. Il miglioramento della struttura urbana della città va sostenuto da una particolare attenzione per tutti quei nuclei abitati e frazioni che fanno da corollario alle aree centrali e che coinvolgono oltre il 13% dell’intera popolazione. In tal senso per le frazioni e i nuclei abitativi sparsi, in attuazione delle previsioni del P.R.G., va effettuata una coerente dotazione dei servizi (aree verdi, servizi di base , parcheggi) da legare al completamento del piano delle opere pubbliche già avviato e alla prevista risistemazione della viabilità interna e di collegamento, nonché al completamento delle reti tecnologiche e al potenziamento del sistema trasportistico da e per le frazioni. Il progetto urbano complessivo è il risultato dell’intreccio di più tematiche: una generale attenzione alla qualità nella costruzione della città, sia per il manufatto che per gli spazi; l’affermazione della legalità, con la certezza delle norme da rispettare nell’uso e nelle trasformazioni del territorio; la conquista di una nuova identità cittadina, costruendo il futuro su di un rapporto positivo con il proprio passato; l’attenzione a creare condizioni migliori dell’abitare la città soprattutto per le fasce giovanili e quelle più deboli.” Gli Amici della Terra, in coerenza con il Manifesto per lo Sviluppo Sostenibile, nel mentre avanzano concrete proposte intendono distinguersi da “quegli ambientalisti che dicono sempre e comunque di no, ed ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni gli opportunisti o “ecofurbi” che, per ottenere posti e prebende, dispensano protesta o consenso a seconda delle amicizie politiche”. Nello stesso manifesto, consultabile unitamente ad altri dati sulla specificità del territorio lametino sui Portali di Lamezia Terme “lameziaweb.biz” e “lametropolis.it”, e nel Programma delle attività reso noto dagli Amici della Terra di Lamezia Terme sono contenuti elementi utili per promuovere concretamente sia la tutela che la valorizzare delle risorse naturali ed antropiche; promozione, senza aprioristica preclusione alla realizzazione di opere edilizie utili e tenendo conto che l’ambiente non è immobile, e non può essere considerato come qualcosa da preservare sotto una campana di vetro. Ed anche tenendo conto che per la realizzazione ed il mantenimento delle più note costruzioni delle maggiori civiltà come, ad esempio, del tessuto urbano di Venezia, una delle meraviglie urbane del pianeta, si sono dovuti modificare gli assetti naturali dei corsi d’acqua e dei boschi del territorio circostante la laguna. Le isole e le bellissime costruzioni di Venezia esistono anche per il fato che si sono deviati fiumi e materiali trasportati dagli stessi corsi d’acqua che avrebbero naturalmente interrato la laguna ed anche perché sono state utilizzate estese foreste per ricavare i pali sui quali poggiano le strutture del tessuto urbano della città. Per quanto riguarda la specificità di Lamezia Terme e degli altri comuni del comprensorio interessati ad acquisire quell’autonomia amministrativa utile anche per progettare e realizzare piani finalizzati alla valorizzazione dell’ambiente e allo sviluppo sostenibile in ambiti idrogeomorfologici omogenei, è necessario: - migliorare il livello di competitività territoriale, garantendo un adeguato livello di sicurezza “fisica” delle funzioni insediativa, produttiva, turistica e infrastrutturale esistente, attraverso la realizzazione della pianificazione di un sistema di governo e presidio idrogeologico diffuso ed efficiente, e di una pianificazione territoriale compatibile con la tutela delle risorse naturali; - perseguire il recupero delle funzioni idrogeologiche dei sistemi naturali, forestali e delle aree agricole anche attraverso l’individuazione di fasce fluviali, promuovendo la manutenzione programmata del suolo e ricercando condizioni di equilibrio tra ambienti fluviali ed ambiti urbani; - accrescere la sicurezza attraverso la previsione e prevenzione degli eventi calamitosi nelle aree soggette a rischio idrogeologico incombente e elevato (con prioritaria attenzione per i centri urbani, le infrastrutture e le aree produttive e nelle aree soggette a rischio sismico). ALLEGATI: 1) Tabelle dati demografici e aziende del lametino; 2) Tabelle Analisi punti di forza e di debolezza dei sistemi ambientali e territoriali; 3) Tabella opportunità e rischi del sistema territoriale; 4) Il manifesto per lo sviluppo sostenibile del 2000; Rassegna stampa di alcuni degli interventi sul tema.
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          c) d) Città - Novembre 1987 La salvaguardia del territorio è possibile solo con la pianificazione degli interventi. Gravi i danni prodotti dall’uomo. I caratteri fisici ed in particolare l’ assetto idrogemorfologico del territorio di Lamezia dei quali ci siamo occupati nel precedente numero “Città”, evidenziano il diffuso ed intenso alluvionamento delle aree di pianura dello stesso territorio. Alle caratteristiche naturali già descritte si devono aggiungere le conseguenze in termini di dissesto idrogelogico prodotto dagli interventi dell’uomo. Le rilevanti trasformazioni operate dall’intervento antropico negli ultimi decenni sul territorio con la intensa e non pianificata espansione del tessuto urbano ed il contemporaneo abbandono della collina e della montagna, nell’accentuare il dissesto idrogeologico, hanno accresciuto il rischio alluvionale cui sono esposti gli stessi agglomerati urbani di Lamezia. Ad esempio le numerosissime costruzioni realizzate lungo i margini, ed in alcuni casi addirittura dentro gli alvei, oltre ad essere quelle più immediatamente e direttamente sottoposte al rischio di inondazione,hanno alterato in senso negativo gli equilibri preesistenti provocando strozzature ed irrigidimenti che possono aumentare la capacità devastante delle piene. Altrettanto gravi sono le conseguenze prodotte dall’uso dei letti dei corsi d’acqua come ricettacoli di ogni tipo di rifiuto: immondizie, carcasse d’automobili, terreni di risulta e così via. A questo proposito ed in relazione alle opere di regolazione del regime dei corsi d’acqua e di difesa dalle inondazioni è necessario mettere in evidenza che non è il valore di portata di massima piena che, di per sé, è la causa diretta delle inondazioni. Sono infatti le caratteristiche morfologiche dell’alveo a risultare determinati sia per quanto riguarda la forma dell’onda di piena e il valore massimo di portata al colmo, sia per quanto riguarda i livelli idrometrici. Le strette concessioni tra evoluzioni dei fiumi – spiagge – stabilità versanti. In sostanze ogni intervento che in qualche modo alteri la morfologia dell’alveo, si riflette sul regime del corso d’acqua e spesso in maniera gravissima sia a valle che a monte dell’intervento. Un altro elemento che incide in maniera rilevante sul deterioramento dei delicati equilibrio di erosione, trasporto e sedimentazione che caratterizzano i vari tratti del profilo longitudinale dei fiumi, è l’asportazione di inerti dagli alvei. Il notevole incremento del fabbisogno di ghiaia e sabbia, legato allo sviluppo dell’edilizia e alle costruzioni stradali e l’assenza di una legge regionale in materia di cave e torbiere, hanno portato ad un intensa e spesso irrazionale prelievo di materiale dagli alvei. Una delle conseguenze più appariscenti è che tutti i tratti terminali dei corsi d’acqua sono in fase di accentuata erosione con gravi ripercussioni sulla stabilità delle fondazioni dei ponti e delle altre opere presenti negli alvei. Percorrendo la superstrada dei due mari sono ben evidenti, soprattutto nel fiume Amato, i ponti crollati ed i danni subiti dalle briglie e dai muri d’argine a causa appunto del fenomeno dell’erosione. Meno visibili, ma non per questo meno gravi sono le condizioni di degrado delle opere idrauliche realizzate in passato nei tratti iniziali dei torrenti Canne, Piazza e Bagni. L’erosione delle spiagge. Al prelievo di materiali degli alvei sono connesse anche le conseguenze registratesi sulla stabilità delle spiagge. Detto prelievo infatti, impedendo in parte o totalmente l’afflusso al mare del materiale solido trasportato dai fiumi, non consente la naturale costituzione degli arenili e quindi favorisce la distruzione delle spiagge. Il fenomeno dell’arretramento dei litorali, molto accentuato in tutto il golfo di S.Eufemia, oltre che al prelievo dei materiali degli alvei, è legato anche: a) Alla distruzione massiccia della vegetazione litoranea (spesso per far posto ad interventi edilizi speculativi); b) All’inquinamento delle acque marine e terrestri che determina la scomparsa della vegetazione protettiva; c) Alla costruzione di invasi e derivazioni. Sui litorali del golfo di S.Eufemia i fattori anzidetti (prelievo dagli alvei, distruzione della vegetazione, inquinamento delle acque marine, l’invaso dell’Angitola) concorrono tutti, ed in maniera rilevante, all’arretramento di molti chilometri delle spiagge di Lamezia, di Pizzo, di Gizzeria, di Falerna e di Nocera. Sulle dimensioni assunte dal fenomeno si pensi che, solo negli ultimi dieci anni, su gran parte di questi litorali si è registrato un avanzamento del mare di oltre 50 metri. Ovviamente ad incidere sulle variazioni dei litorali possono contribuire anche fattori sfavorevoli di ordine geografico, idrodinamico meteorologico (venti), astronomico e geostrutturale. Ma siccome non è possibile intervenire per modificare le cause di carattere geografico, quali l’innalzamento del livello marino, lo spostamento delle correnti ed i fenomeni bradisismici, è evidente che una serie politica di protezione si può attuare solo attraverso una pianificazione degli interventi sul territorio che limiti l’estrazione di materiali dagli alvei, elimini l’inquinamento e, soprattutto, vieti il denudamento degli arenili. Va precisato che pur nell’assenza di un organico e adeguato quadro legislativo regionale, le norme per attuare un efficace politica di difesa delle coste non mancano. Manca invece la capacità e spesso la volontà amministrativa di attuarle. Aspetti connessi alla difesa delle alluvioni. Il problema della regolazione delle acque e la difesa dalle inondazioni non può pertanto trovare equilibrio risolutivo nell’ambito e con opere riguardanti esclusivamente i tratti meno acclivi dei corsi d’acqua, come invece viene inutilmente fatto,e con gran spreco di denaro, dal Consorzio di Bonifica. Infatti trovandoci in presenza di bacini idrografici di modesta estensione, la regolazione delle acque e la difesa del territorio in pianura è inscindibile da quello della conservazione del suolo, e del suo assetto in collina e in montagna. D’altra parte è proprio in collina e in montagna, sui medi e alti bacini, che risultano più intensi i fenomeni di erosione e di dissesto. Alle già precarie condizioni di equilibrio naturale esistente sulla collina e sulla montagna della zona si è aggiunto, in questi ultimi anni, un preoccupante accentuarsi del disordine idrogeologico a causa del completo abbandono colturale di numerosi appezzamenti di terreno, soprattutto di quelli situati sulle pendici più impervie dove in passato il precario equilibrio idrogeologico era mantenuto con la presenza e la mano dell’uomo. Lo studio di foto aeree eseguite in tempi diversi nelle zone ad elevata acclività ha rivelato infatti il rapido accentuarsi dei processi di erosione del suolo delle aree abbandonate e non più coltivate rispetto al mantenimento di equilibrio che invece si osserva nei versanti dove non è venuta a mancare la presenza dell’uomo. In proposito è da considerare che negli ultimi dieci anni, nel comprensorio, è venuta a mancare all’utilizzazione agricola una superficie di circa 12.000 ettari di terreno, la riduzione che si è avuta nel solo terreno di Lamezia è stata di 1500 ettari. Le conseguenze del disboscamento. Sull’importanza della copertura vegetale ed in particolare dei boschi nell’impedire i fenomeni di erosione accelerata dai versanti va inoltre considerato che, quando viene meno l’azione frenante delle foglie e dei rami, per ogni goccia che precipita direttamente sul suolo si apre un “carattere” largo anche più di 4 volte il diametro della stessa goccia di acqua. Si accentuano così quei frequenti fenomeni di erosione che ogni anno distruggono e portano nei fiumi tonnellate di suolo fertile dalle pendici collinari e montane. Oltre a turbare l’equilibrio idrogeologico per il venir meno della capillare e quotidiana opera di manutenzione dell’uomo il fenomeno dell’abbandono delle colline e delle montagne ha favorito l’addensarsi di abitazioni e industri nella pianura e spesso proprio in quelle aree dove il dissesto delle zone a monte, in stato di abbandono, può provocare i danni maggiori. I dati relativi alla progressiva diminuzione degli abitanti in tutti i comuni collinari e montani del comprensorio e la contemporanea crescita demografica e urbana di Lamezia, rendono ben evidenti le dimensioni o le conseguenze del fenomeno descritto. Ad arrestare questo processo non bastano certo gli strumenti attualmente a disposizione dei singoli comuni. Lo spopolamento delle zone acclivi e la congestione dei centri urbani della piana è un fenomeno che può tuttavia essere ridotto e disciplinato sia per diminuire le conseguenze dei rischi idrogeologici nelle aree di pianura che per equilibrare le sorti dell’economia della collina e della montagna. A tal fine una corretta pianificazione territoriale da parte della Regione, della Comunità Montana e anche dei comuni, singoli o associati, può contribuire molto. In particolare attraverso la redazione degli strumenti urbanistici generali i comuni possono infatti programmare ed indirizzare la distribuzione della popolazione e delle costruzioni sia per difendere dai rischi alluvionali le aree di pianura che per migliorare le condizioni sociali ed economiche delle aree collinari e montane.




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          c) d) DUECENTO ANNI DI STORIA PERSONAGGI, EVENTI NATURALI E FATTI CHE HANNO CONDIZIONATO L’EVOLUZIONE DELL’ASSETTO URBANISTICO E SOCIO-ECONOMICO DELLA QUARTA CITTÀ DELLA CALABRIA Come e perché sono sorti i palazzi, le strade ed i quartieri di Nicastro e Lamezia Terme? Quali interessi e quali personaggi hanno condizionato le scelte delle aree per costruire il tessuto urbano antico e recente di Nicastro e Lamezia Terme? Quali eventi, quali idee e quali tecnici hanno prodotto i progetti delle opere e degli strumenti urbanistici degli ultimi duecento anni? Documentate e argomentate risposte a queste domande si possono leggere nell’interessantissimo volume dal titolo “Città Paese e Realismo Urbanistico” scritto dall’architetto Giovanni Iuffrida. Con dati e documenti ufficiali provenienti dai moltissimi archivi consultati, l’architetto Iuffrida descrive com’era e come si è trasformata negli ultimi duecento anni la quarta città Calabria, e con l’evolversi del tessuto urbanistico, il variare delle condizioni economiche, sociali e politiche delle popolazioni residenti. Con grande professionalità e rigore scientifico, l’analisi delle trasformazioni e delle cause che le hanno determinate è condotta dall’architetto Giovanni Iuffrida tenendo sempre presente, tra l’altro, il contesto e i processi di trasformazione urbanistica in atto in ambito regionale e nazionale. La quantità e preziosità dei dati riportati ed illustrati nei sette capitoli del libro sono molto rilevante e utile a chiunque interessato a conoscere e,o studiare la storia e, quindi, la realtà della città di Lamezia Terme. I primi documenti analizzati dall’autore si riferiscono alla fine del secolo XVIII quando “l’Università di Nicastro che si trova all’interno del vasto feudo dei d’Aquino Pico di Castiglione e Feroleto, è caratterizzata da un’industria serica <>, in quanto non conosce bene l’arte di allevare i bachi, e da una agricoltura scarsamente produttiva. I dettagli su “La città e gli eventi naturali del 1782 e del 1789 e “Le trasformazioni territoriali ed urbane di fine secolo” sono descritte nel primo dei sette capitoli che compongono il libro, dove tra l’altro, si legge: I PROBLEMI PER L’ ELEZIONE DEL SINDACO “Alla fine del ‘700 Nicastro è ostaggio delle famiglie Statti, Corona, e Marino, che impediscono al sindaco del popolo di amministrare secondo il principio della rotazione… Il rescritto del 26 maggio 1787, del vicario generale del re, D. Francesco Pignatelli, con cui si chiarisce che l’elezione del sindaco deve avvenire da parte del <>, non allenta la resistenza del gruppo di potere, che tra l’altro ha tutto l’interesse a mantenere le redini anche per evadere <>, che non viene determinata con tempestività, né viene equamente rapportata al numero dei capi di bestiame in possesso dei singoli proprietari a danno dell’Università. Del resto il clima di terrore, per la presenza di vere e proprie band contrapposte, che agiscono a sostegno dei diversi gruppi detentori del potere economico cittadino, non consente una rapida normalizzazione dell’attività amministrativa. Tanto che, nel 1794 Domenico d’Ippolito, che rifiuta di assumere la carica di sindaco, deve essere precettato dal preside della provincia, soprattutto per garantire <>. Nello stesso anno si registrano altri gravi episodi, quale la mancata convocazione del <> per eleggere il nuovo sindaco e la significativa sparizione dall’archivio dell’Università dei <>, probabilmente per coprire quei difetti amministrativi <>. La complessa situazione amministrativa si risolve soltanto nel 1798 con dispaccio del 27 aprile, col quale si riconosce l’esistenza di due soli ceti, che eleggono 36 decurioni, i quali a loro volta nominano il sindaco, <>. LA CITTA’ POLICENTRICA E LE “RUGHE” A questa profonda divisione sociale, corrisponde una netta frantumazione urbana. Nel luglio 1972, Nicastro, che conta 6500 abitanti, non si presenta come i tradizionali “centri compatti” calabresi, ma <> . e’ un agglomerato frammentario ( in cui gli slarghi costituiscono uno dei principali elementi connotativi della forma urbana, in una composizione formale sostanzialmente casuale) intramezzato da un ampio spazio pubblico, denominato Coltura, diviso in due aree a diversa quota da un muro centrale, e quindi composito, policentrico, caratterizzato dalla presenza di due luoghi abitati, o <>, la cui denominazione denota le gerarchie sociali consolidate consolidate (rughe di Serra, di Corona, di Ippoliti, di Blasco, ecc.), le attività prevalenti (rughe de’ Bagni, della Creta, delle Forgie, ecc.), le individualità architettoniche di pregio o funzioni urbanistiche significative (rughe S.Francesco, Spedale, Vialata, S. Teodoro, S. Lucia, Monaci, S. Marco, Sanità, Piazza, Piazzetta, S. Croce, S. Giacomo, Belvedere, Torre di Brunaccio, Casalenuovo, Terraveccchia, ecc.); le caratteristiche orografiche (rughe Trempa, Timpone, Coschina, ecc.). l’esistenza, poi, di un “sistema di orti” definiti spazialmente da “muri di fabbrica” e annessi ad edifici nobiliari, o a chiesi e conventi, rende ancora più diradato il “sistema” dei “luoghi abitati”: gli orti del convento di S. Domenico, della Pietà, della sanità, di S. Giacomo, di S. Chiara, dei PP. Riformati, dei PP. Cappuccini, de’ Bagni, di S. Nicola, del conte, di Mazza, di Vecchi, e gli orti Arango, Vecchio, Crocifisso, ecc. LA PIAGA PIÙ FUNESTA DEL BRIGANTAGGIO RAPPRESENTATA DAI TORRENTI CANNE E PIAZZA “La situazione economica è così grave che se da una parte il comune è costretto a nominare un <> sistemate lungo le strade pubbliche dai borboni e ora oggetto di continui tagli clandestini, dall’altra non risultano adeguate le contromisure dell’esodo da adottare – con il favore dei <> che temono l’aumento del costo della manodopera per i vuoti del mercato del lavoro – con la legittimazione di 13 ettari circa di terreni demaniali usurpati, e con il tentativo di quotizzazione dei 93.37,67 ettari dei fondi Pastorizia e Pastoriziella, peraltro ostacolata dallo stesso comune che ne sostiene il carattere patrimoniale. In questo quadro di crisi economica, che i prefetti cercano di scongiurare promuovendo <> e in cui si inserisce il problema della <> rappresentata dai torrenti Canne e Piazza, si riscontra invece il totale abbondano delle strade interne. Mentre l’immagine della città si macchi dell’inchiesta dei trovatelli, delle disastrose condizioni della chiesa di S. Maria Maggiore e del quartiere “Croci” abitato da “gente agricola” che “alloggia in piani terreni che facilmente possono essere sotterrati dalle acque>>, modesti sono gli interventi sul tessuto urbano. Le frazioni e i quartieri antichi iniziano a essere oggetto di qualificanti interventi, quale il << compianamento del largo davanti alla chiesa del borgo di Bella>>….. IL RAPPORTO TRA ECONOMIA ED ACQUA “Il rapporto tra economia ed acqua continua in questo scorcio di secolo a essere bifronte: fonte di distruzione e supporto dell’economia contadina. Per cui, diventa esiziale per l’attività economica <> il mancato intervento dell’autorità municipale per il <>; altrettanto significativo è lo stato di difficoltà economica della città, in seguito all’alluvione del 2 novembre 1871, in cui <>, soprattutto per gli <>. Di fatto la lunga serie di alluvioni del periodo post-unitario ( che va dal 1862 al 1878) contribuisce a mettere in ginocchio l’economia locale proprio nel momento in cui l’assenza dello Stato e suffragata da una carente legislazione in materia di interventi sul territorio meridionale. Del resto, inutili si dimostrano le opere di arginazione provvisoria da parte dei facoltosi privati e del comune, che si costituiscono in consorzio, con statuto approvato il 20 maggio 1877, e che prolungano il muraglione (a cui viene addossata <> adibiti a <> macelli>> costruito sul lato sinistro del torrente dopo l’alluvione del 1879, e le palafitte dal punto denominato Vitrera al cosiddetto Crocifisso, rimanendo però insoluta la ricostruzione del ponte sul Piazza. “..tra il 1871 e il 1878 ..il torrente Piazza, in prossimità del centro abitato, ampia il proprio alveo fino a portarlo alla larghezza di 150 metri, occupando praticamente tutto la spazio libero compreso tra i macelli comunali e il quartiere Terravecchia. In seguito a questi eventi, il 26 luglio 1876, l’ingegnere Salvati redige un progetto che prevede la sistemazione montana del corso d’acqua e l’inalveazione artificiale – praticamente un nuovo alveo – del torrente nel suo cono di deiezione fino al S.ippolito. Ma per gli enormi costi relativi all’escavazione il Consiglio superiore dei lavori pubblici propone di studiare un’ipotesi di deviazione meno onerosa del torrente << per modo d’allontanare dall’abitato di Nicastro il pericolo lo minaccia>>”. L’IMPORTANZA DELL’ACQUA DEI FIUMI “Un capitolo importante per la vita e l’economia della città è rappresentato dall’acqua e dalla possibilità di utilizzarla. L’esistenza di queste enormi cavità urbane facilita la realizzazione di un acquedotto “industriale” in parte pensile, e di un sistema integrato tra residenze e strutture produttive, costituite da trappeti e mulini <> appunto dall’acqua dei torrenti, che qui determina e scandisce la vita e la morte.” Sulle trasformazioni urbane dell’inizio del XX secolo descritte nel quinto capitolo, l’architetto Giovanni Iuffrida, tra l’altro, mostra come: “I sindaci del circondario di Nicastro, insieme ai rappresentanti della provincia e dei proprietari interessati, costituitisi in “Comitato per l’esecuzione delle opere di bonifica nel territorio tra il Capo Suvero e la foce dell’Angitola” si riuniscono nel luglio del 1903, nella sala del municipio di Nicastro, per sollecitare l’intervento di bonifica da parte del governo. Il primo progetto esecutivo della zona compresa tra i torrenti La Grazia e Turrina è completato nel giugno 1903. E con i regi decreti 111 ottobre 1903, n.471, 23 ottobre 1903, n.495 e 21 aprile 1904, n.175, si determina il concreto, ma parziale inizio della bonifica. L’intervento di maggiore consistenza ed efficacia riguarda la sistemazione montana del torrente Bagni: il rimboschimento del bacino idrografico viene eseguito dall’Amministrazione forestale, mentre la sistemazione idraulica dal Genio Civile. Ma, la carenza di organicità e i difetti progettuali continuano ad essere il connotato principale degli interventi nel bacino del torrente Piazza, che, nonostante le continue ma puntiformi azioni di consolidamento, è soggetto ancora nel 1910 a movimenti franosi. E, sempre su quanto accadeva cento anni fa Iuffrida, tra l’altro, a proposito dei “Piani regolatori d’ampliamento edilizio” scrive: Mentre in generale <>, in Calabria i piani vengono dimensionati e tridimensionalmente qualificati sulla base della normativa asismica successiva al terremoto del 1905-1908. E, fatto ben più significativo, mentre altrove per l’influenza della cultura urbanistica tedesca, soprattutto attraverso le opere di Buls, Baumeister, Stùbben, <>, e soprattutto di <>, a Nicastro avviene esattamente il contrario. Si tende cioè a depauperare il consistente patrimonio di aree comunali, praticando la politica più dissennata, nonostante gli allarmi lanciati da qualche isolato rappresentante politico della città, non riuscendo in ultima analisi a imporre quel <> fondato sul senso civico e affidato all’autorità pubblica, che connota positivamente l’attività amministrativa di Ernesto Nathan…… “Nel campo della gestione del territorio, durante questo periodo si verificano dei fatti importanti. Nella primavera del 1908 su sollecitazione del prefetto viene adottato il nuovo regolamento edilizio…. ” . LA CITTA’ “MERCE” E per quanta riguarda gli ultimi decenni ed i fatti che precedono la nascita di “Lamezia Terme”, nel paragrafo dedicato alla <> l’autore scrive: “Quando è ormai conclusa la fase della ricostruzione nei centri urbani danneggiati dagli eventi bellici e si avvia la fase della prima espansione, a Nicastro nel decennio 1951-1961, a fronte di un aumento della popolazione di 900 abitanti si costruiscono 250 abitazioni, mentre a livello nazionale vengono realizzati 543.000 vani e quasi 2.000.000 nel ’61.” “...Questa convinzione, suffragata da elementi quali le tradizionali correnti migratorie interne, <> in città, e l’incremento percentuale della popolazione del 26% nel periodo del censimento del ’36 e del ’51, rispetto al 10% di Catanzaro, fa pensare alla necessità di un <> verso occidente, con assorbimento dei comuni di Sambiase e S. Eufemia Lamezia. Tra l’altro, al momento della redazione del piano regolatore generale l’accrescimento della città segue due direttrici: viale Stazione e la strada congiungente con Sambiase. Sulla base di questa tendenza spontanea si pone il problema dell’unione soprattutto con il comune di Sambiase, in riferimento alle disposizioni contenute nell’art.31 del T.U. della legge comunale e provinciale di cui al r.d. 3 marzo 1934, n.383, che prevede appunto la possibilità dell’ampliamento della circoscrizione territoriale per quei comuni i cui confini, in rapporto all’impianto, all’incremento e al miglioramento dei servizi pubblici, siano d’intralcio all’espansione degli abitati o alle esigenze dello sviluppo economico. E’ questo il clima in cui prende forma il piano regolatore generale affidato all’architetto Plinio Marconi, già redattore capo del Sindacato nazionale fascista architetti <> e urbanista della continuità tra fascismo e dopoguerra nella pratica pianificatoria. Mentre si sistema definitivamente l’area di S.Caterina e il 6 giugno 1959 il Cardinale Gonfalonieri, inaugura in Piazza Fiorentino il monumento dedicato alla SS. Vergine Maria, si demoliscono i ruderi della chiesa di S. Maria Maggiore; su progetto dell’architetto Franco Domestico, si realizza la casa canonica annessa alla cattedrale; si mette a disposizione dell’Inam l’area per la costruzione di una sezione territoriale con poliambulatorio; e si procede alla redazione del piano regolatore, anche perché il comune è compreso, in base al d.m. 24 marzo 1960, nell’elenco degli obbligati a dotarsi dello strumento urbanistico generale entro il 24 marzo 1962. l’architetto Plinio Marconi consegna dopo pochissimo tempo dell’incarico il piano, che viene adottato con deliberazione commissariale n.553 dell’11 agosto 1960.” La conoscenza e considerazione di questi e degli altri tantissimi dati riportati nel libro dell’architetto Iuffrida e, quindi, il recupero della memoria storica, è indispensabile per progettare e dare un futuro di sviluppo alla quarta città della Calabria. Purtroppo i dati e i documenti della realtà lametina contenuti nel libro sono spesso ignorati o non adeguatamente considerati anche da chi ha il dovere di promuovere la conoscenza del territorio e della sua storia come politici maturi e giovani di antichi e recenti partiti, Sindacalisti, e Associazioni e istituzioni Scolastiche E, c’è d’augurarsi che non siano trascurati da chi si occupa e deciderà in questo periodo delle modifiche delle Norme Tecniche del Piano Regolatore Generale ed anche da chi intende portare avanti la realizzazione del megaprogetto “Borgo Antico” in un’area di “depositi alluvionali recenti” a forte vocazione agricola. L’ottimismo della volontà, anche in considerazione del clima di ricerca dell’autonomia amministrativa a livello provinciale, ci fa ritenere che qualcuno troverà l’interesse per l’analisi e un futuro di sviluppo di Lamezia Terme e, quindi, raccoglierà lo stimolo lanciato col pessimismo della ragione dall’architetto Iuffrida nella premessa del suo prezioso libro dove si legge “sembra essersi perso l’interesse per l’analisi documentata dell’evoluzione di questa città-paese meridionale




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          c) d) Le specificità del disastro di Vibo Valentia e del suo contesto territoriale stimolano qualche riflessione sulla diffusione e gravità del dissesto idrogeologico e, quindi, sull’urgenza della messa in sicurezza delle popolazioni. 1) L’assetto idrogeomorfologico del territorio di Vibo Valentia è caratterizzato da diverse aree a rischio elevato. In particolare, riguardo al rischio idraulico nei 46,34 Kmq del territorio comunale, nel corso dei rilievi del PAI (Piano per l’Assetto Idrogeologico della Calabria), sono stati individuati: 388.404 metri quadrati a rischio R2; 57.748 metri quadrati a rischio R3 dove esiste la possibilità di danni anche alle persone; 173.608 metri quadrati a rischio R4, dove esiste la possibilità di perdita di vite umane o lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici ed alle infrastrutture e attività socio-economiche. Sempre aVibo Valentia sono state individuate Aree di attenzione su 900.424 metri quadrati e Zone di attenzione su 2,5 chilometri quadrati che per lo stesso PAI sono da considerare a rischio molto elevato. Le frane attive e quiescenti rilevate nelle zone d’interesse del capoluogo e delle frazioni di Vibo Marina, Bivona, Porto Salvo, Longobardi, San Pietro, Piscopio, Vene e Triparni sono riportate nelle tavole del PAI. Il totale delle superfici a rischio (R3 + R4) è di 16,29 HA. 2) Vibo Valentia è stato pioniere ed uno dei pochi comuni della regione ad iniziare, qualche decennio fa, un programma con esercitazione per la difesa dal rischio terremoto. L’evento disastroso è avvenuto di giorno e Bernardo De Bernardinis, direttore generale della Protezione Civile, lasciando Vibo Valentia ha sottolineato quanto continui ad essere a rischio la situazione sul piano dell'assetto idrogeologico in particolare a Vibo Marina e "Pennello". 3) Il territorio di Vibo V. ricade in un contesto di regione costretta, in ogni periodo dell’anno, ad un’emergenza tipo frane, incendi boschivi, alluvioni, inquinamenti, rifiuti, terremoti, siccità e così via: un flusso di emergenze vecchie e nuove, il cui intreccio costituisce la “questione ambientale”e che, oltre a problemi di sicurezza, coinvolge ogni attività sociale dall’economia alla salute e alla cultura. Questo flusso di emergenze evidenzia deficienze nel controllo e Governo del territorio ed è trattato da molti mezzi d’informazione in modo intermittente: nei giorni dei disastri occupa le prime pagine, poi è oscurato. Di rado “le questioni ambientali” acquisiscono lo status di problemi da seguire con assiduità e spesso se ne dà un’informazione incompleta ed imprecisa: solo cronaca come i delitti. Come documentato dalla rivista Calabria in più numeri, e per ultimo nel N° 214/2005 pagg.48-51), è’ certamente difficile e richiede molto tempo la soluzione del problema del risanamento del degrado idrogeologico e la messa in sicurezza di tutto il territorio calabrese. Non è difficile, e richiede tempi brevi, prevedere quali e dove sono le aree e popolazioni più esposte a rischio frana e alluvione che certamente saranno colpite da pioggia, scuotimenti e tsunami. 4) E’ possibile e doveroso prepararsi ad affrontare le prossime inevitabili emergenze. Bisogna realizzare i già previsti “Piani di protezione civile per il rischio idraulico-geologico a salvaguardia delle popolazioni.” 5) Molti Enti Locali della Calabria non hanno ancora provveduto alla redazione e attuazione di Piani coerenti alle “Direttive per l’adozione delle misure di Protezione Civile connesse al Piano Stralcio di bacino per l’Assetto idrogeologico Regionale e previste dalle Norme di Attuazione del PAI”. Direttive, dove sono elencati i dati di base che i Piani devono contenere sia riguardo le varie mappe dei rischi che gli scenari degli eventi attesi e le aree per l’emergenze. “Per scenario s’intende la descrizione sintetica ed una valutazione preventiva del danno relativo a popolazione, strutture abitative e produttive, infrastrutture, patrimonio ambientale e culturale, ecc. al verificarsi dell’evento critico di riferimento nelle aree a rischio R4 ed R3, nonché per i punti e le aree di attenzione, per i quali non sono stati definiti i livelli di rischio come previsto nelle Norme di Attuazione e Misure di Salvaguardia del PAI”. Per la valutazione dello scenario, tra l’altro, necessita: l’individuazione degli eventi idraulico-geologici di diversa gravità che possono interessare il territorio comunale; la conoscenza del numero complessivo di popolazione interessata dall’evento; la conoscenza della pericolosità e, quindi, degli eventi storici di tipo idraulico-geologico in termini di numero, frequenze e severità degli eventi; la conoscenza della vulnerabilità dei beni esposti (edifici, infrastrutture viarie,tecnologiche, produttive, ecc.); la conoscenza dell’esposizione (valutazione dei flussi pendolari, turistici che interessano l’area. Vengono inoltre indicate le strategie per la mitigazione del rischio idraulico-geologico consistenti in un ampia gamma di scelte da attuare sia in fase preventiva, sia in tempi di normalità, che in fase di emergenza idraulico-geologica. E, tra quelle più efficaci, vengono indicate: a) la conoscenza dei parametri di rischio; b) la predisposizione di piani locali di emergenza, al fine di mettere in atto, per tempo, tutte le specifiche procedure di salvaguardia e gestire gli interventi di soccorso ed assistenza alle popolazioni in caso di inondazioni e,o frane; c) l’adeguamento degli strumenti urbanistici alle Norme di Attuazione del PAI; d) l’informazione alla popolazione sulle condizioni di rischio, sulle iniziative dell’Amministrazione Comunale e sulle procedure d’emergenza; e) l’organizzazione e la promozione di periodiche attività addestrative per sperimentare ed aggiornare i Piani. In pratica e richiamando il titolo dato da Calabria sul numero sopra citato, “ci sono tutti gli strumenti per passare dalla pratica dell’emergenza alla cultura della prevenzione”




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