GEOLOGO MARIO PILEGGI

SUDIO GEOLOGIA AMBIENTALE - geopileggi@libero.it-


PER LA VALORIZZAZIONE RISORSE NATURALI (acqua, suolo, gicimenti mnerari, coste, biodiversità, ecc..) IL CHE CHE FARE PER LA MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEGLI EVENTI NATURALI, LA SALVAGUARDIA DELLE POPOLAZIONI DAI RISCHI:erosione coste, dissesto idroegologico,frane e alluvione, terremoti-TSUNAMI, ...) LA TUTELA DEI MARI e delle SPIAGGE dall'INQUINAMENTO - I DATI AGGIORNATI SULLA BALNEAZIONE




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CAMBIAMENTI CLIMATICI - Pubbl. pag. Scienze & Tecnologie ottobre 2007 -"il Quotidiano"- ............................. Studi recenti del CNR e del Comitato Intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) sul mediterraneo evidenziano che, a partire dal 1930 in Italia il clima sta diventando più caldo e più secco nel Sud mentre nel nord sta crescendo l’intensità delle precipitazioni. In particolare, in Calabria si rileva l’aumento sia di periodi di siccità idrologica sia di precipitazioni brevi e intense e, quindi, una maggiore frequenza di alluvioni e piene straordinarie. Altri dati rilevati dall’Istituto di ricerca sul mare, Icram, evidenziano l’aumento di 2 gradi della temperatura del Tirreno: in pratica la temperatura media rilevata l’inverno scorso nel Tirreno è risultata di 15 gradi contro 13 che si misurano abitualmente. Tra gli effetti di questo aumento, nel Tirreno calabrese e meridionale si è registrato un calo del 30% della “produzione primaria”, con un ritmo del 4-5% al mese fino a maggio. In pratica il plancton vegetale e, quindi l’alimentazione delle specie marine si è ridotta bruscamente di circa un terzo rispetto al passato, con conseguenze sulla quantità di pescato e sull’equilibrio ambientale dell’intero Mediterraneo. Cambiamenti preoccupanti anche nell’Adriatico, come ad esempio nel Golfo di Trieste, dove nasce una delle tre ‘correnti del Golfo’ mediterranee che condizionano la vitalità dello stesso; e dove dai 5 gradi della media invernale dell’ultimo secolo, già nel 2003 la temperatura è aumentata fino a 13 gradi. Questo riscaldamento delle acque profonde innesca seri motivi di allarme: per la diminuzione di produzione primaria e quindi di biomassa marina; per la diminuzione dell’assorbimento dell’anidride carbonica, il più importante dei gas che alterano il clima; per la scomparsa della ‘corrente del Golfo’ di Trieste che potrebbe mettere in discussione l’equilibrio ambientale e climatico dell’intero Mediterraneo. Infatti, l’aumento della temperatura in superficie, che si propaga anche in profondità, rallenta il rimescolamento delle acque nell’intero Mediterraneo: la riduzione del differenziale termico tra il livello più superficiale del mare e quello più profondo riduce il movimento e quindi rallenta il meccanismo che provoca il rimescolamento delle acque nell’intero bacino. Una delle conseguenze: la scomparsa delle microalghe che rappresentano la base della catena alimentare marina (a causa della mancata risalita di nutrienti dai fondali). Molto importanti, secondo Rubbia, sono anche le conseguenze del cambiamento climatico sulla flora, sulla fauna e sull’agricoltura. Si potrebbe verificare, infatti, una progressiva disidratazione e una forte deforestazione nel nostro Paese. Lo stesso scienziato in audizione dei mesi scorsi al Senato ha affermato “dobbiamo aspettarci in Italia una desertificazione e una deforestazione progressive, dovute allo spostamento verso Nord della linea di demarcazione che al momento separa il clima delle zone sahariane e quelle dell’Europa del Sud. Per quanto riguarda il mar Mediterraneo, inoltre, sono da temere particolarmente due effetti che si aggiungono all’analisi dell’IPCC. Il primo si riferisce alla progressiva desertificazione, e alla conseguente mancanza di acqua, dovuta allo spostamento verso Nord dell’anticiclone delle Azzorre. Lo spostamento verso Nord dell’anticiclone delle Azzorre, dunque, sostituira` le condizioni climatiche tipiche della zona africana alle condizioni climatiche tipiche del Sud del nostro Paese.” A causa dell’incremento della temperatura si prevede per i prossimi 30-40 anni un aumento del livello del mare, con valori compresi tra 50 e 290 mm. Gli effetti quantificabili sulla fascia costiera: invasione di aree molto basse e delle paludi costiere; accelerazione dell'erosione delle coste;aumento della salinità negli estuari e nei delta a causa dell'ingresso del cuneo salino; incremento delle infiltrazioni di acqua salata negli acquiferi della fascia litoranea; aumento della probabilità di straripamenti e di alluvioni nel caso di forti piene. L'impatto sulle coste potrà essere ben più grave nelle zone soggette ad un incremento della desertificazione: un maggior emungimento delle falde acquifere in ambiente costiero, porterà ad un aumento della salinizzazione degli acquiferi profondi. Fenomeni, in Calabria, già molto diffusi e preoccupanti nelle tre più importanti pianure costiere di Sibari, sant’Eufemia e Gioa Tauro. Rilevante è l’impatto sulla salute per l’incremento di malattie cardiovascolari, cerebro vascolari e respiratorie e delle morti causate dall’ondata di calore; e per i casi addizionali di vettori, alimenti e acque contaminate, malnutrizione e malattie psicosociali associate ai diversi trend climatici. Basta pensare che l’ondata di calore che ha colpito l’Europa nel 2003 con 4-5° C sopra la media del periodo, associata a livelli elevati di inquinamento atmosferico, è coincisa in Italia nei mesi luglio-settembre con un eccesso di mortalità rispetto allo stesso periodo nel 2002 di 18.257 morti pari ad un aumento del 14,5%. Le conoscenze scientifiche e gli strumenti oggi disponibili sono in grado di contrastare e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Per riuscirci la voce "adattamento ai cambiamenti climatici" deve essere scritta, come nel resto dei paesi europei, nell’agenda e nel piano di spesa del Governo già dalla Finanziaria 2008.

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DISSESTO IDROGEOLOGICO

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Pubblic. Mensile Calabria a) la difesa dai rischi geologici e dalle "calamità naturali" può e deve essere attuata nel contesto di un generale piano di recupero e di razionale utilizzo e valorizzazione del grande patrimonio di risorse naturali (acqua, suolo, coste, giacimenti minerari) del territorio calabrese. “Sfasciume pendulo sul mare” e “Terra di rapina e di disastri” sono le più note e rappresentative “immagini” del recente e remoto passato del territorio calabrese. Queste immagini, nel nuovo millennio, potrebbero rapidamente sbiadirsi ed essere gradualmente sostituite da altre più gradevoli e rassicuranti sul riequilibrio degli assetti idrogeologici e favorire il recupero della memoria storica e dello splendore della civiltà della Magna Grecia per come riferito, tra gli altri, da Plinio nella “Storia Naturale”e da A. Placanica e De Seta-Pratesi rispettivamente nei volumi dedicati alla “Calabria” e “Insediamenti e Territori” della “Storia d’Italia” dell’Enaudi. Lo sbiadire delle antiche immagini, anche se per il momento molto tenue, in verità è cominciato nei mesi scorsi con alcune attenzioni dei governi nazionale e regionale sul grave problema del rischio idrogeologico rappresentato, com’è noto, da eventi (frane e alluvioni) che producono danni misurabili a persone e cose. Sulla diffusione e dimensione dello stesso rischio idrogeologico va tenuto presente che i servizi tecnici della Presidenza del Consiglio dei Ministri hanno registrato 5.400 alluvioni e 11.000 frane in Italia negli ultimi 80 anni. Oltre alla grave e intollerabile perdita di vite umane, i danni, solo negli ultimi 20 anni sono stati di 30.000 miliardi di lire. E, com’è noto, a contribuire in modo rilevante, è stata la Calabria dove nell’archivio AVI del CNR-GNCI (gruppo nazionale catastrofi idrogeologiche) sono censiti 658 eventi di frana e 496 eventi alluvionali relativi a 230 località; dove il dissesto idrogeologico è così diffuso ed esteso da rendere necessario, secondo i dirigenti degli ex Geni Civili regionali, un programma di difesa del suolo del costo finanziario di circa 4.000 miliardi di lire. Le attenzioni, in parte contenute nel Programma Regionale di Difesa del Suolo, in attuazione della Legge 257/98 e dal D.L. 13 maggio 1999, n.132, si rilevano, ad esempio, dalle attività messe in atto e finalizzate sia alla previsione sia alla prevenzione; si rilevano anche nel modo in cui si è cominciato ad affrontare il problema e che richiama alla memoria le analisi di M. Rossi-Doria sul fascicolo dedicato alla Calabria, della rivista diretta da Calamandrei “Il Ponte”, dove si legge: “ …i grandi problemi della lotta contro l’erosione e per la regolazione delle acque si affrontano nei modi e coi mezzi di una guerra moderna, secondo piani attentamente studiati e scrupolosamente attuati, creando organi esecutori perfettamente attrezzati dotati di poteri assoluti, chiamando alla direzione i migliori tecnici di cui dispone la nazione..”. “ Se si avrà il coraggio di imboccare e percorrere decisamente questa strada, di far precedere la fase della realizzazione da una rapida ma intensissima fase critica di studio e di progettazione per la elaborazione di piani organici pluriennali, anche il problema della montagna calabrese e della difesa idrogeologica potrà essere risolto. Se questo coraggio mancherà e si continuerà col sistema dei progetti, delle esecuzioni dirette del Genio Civile e della Forestazione non attrezzati a farle, e degli appalti col sistema dei ribassi d’asta nei quali spesso vincono le imprese meno attrezzate al lavoro e più alla gara, la rovina non si arresterà e alla rovina delle risorse naturali continuerà ad aggiungersi quella psicologica ed economica della organizzazione parassitaria dei lavori pubblici.” Questo coraggio invocato da Rossi-Doria, ha cominciato a manifestarsi sia a livello nazionale che regionale. Lo dimostra il sensibile incremento di risorse finanziarie per la tutela delle popolazioni a rischio di calamità naturali e per la valorizzazione dei beni ambientali da parte del governo nazionale che, tra l’altro, ha pure prodotto adeguati strumenti legislativi (come ad es. il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 12 gennaio 1999 e il D.L. n.132 del 13 maggio 1999) per l’adozione delle misure di salvaguardia delle aree a rischio da parte delle Regioni. E lo dimostra anche il fatto che, a differenza del passato, la Regione Calabria è riuscita a non far perdere i relativi finanziamenti per decine di miliardi nonostante l’assenza del Servizio Geologico Regionale, delle altre strutture tecniche e dei vari strumenti legislativi da tempo funzionanti nelle altre e regioni d’Italia. Con la stesura e approvazione del Programma Regionale di Difesa del Suolo, la Regione è riuscita ad approvare entro il 31 ottobre 1999 nei limiti dei 40.000 milioni circa assegnati, il Piano degli interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico, con la perimetrazione delle aree a rischio idrogeologico molto elevato per l’incolumità delle persone e per la sicurezza delle infrastrutture e del patrimonio ambientale e culturale. I segnali di novità rispetto al passato sono certamente significativi e se ne comprende la rilevanza se si considera che nella relazione del Procuratore Regionale della Corte dei Conti, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 1999 in Calabria, si legge: “ Un fenomeno gravissimo di danno erariale su cui l’ufficio svolge attività istruttoria riguarda le opere pubbliche progettate e non realizzate, realizzate parzialmente, realizzate non utilizzate e di cui il filone relativo ai depuratori costituisce una fattispecie particolare.” …“Si va dalle dighe agli ospedali, ai villaggi, ricostruiti a distanza di ventisei anni dalle alluvioni che li danneggiarono gravemente, di Nardodipace, Cardinale e Centrache, relativamente ai quali l’attività istruttoria si è conclusa e l’ufficio sta valutando i risultati, al fine dell’eventuale emissione di inviti a dedurre nei confronti di ipotetici responsabili di danno erariale, mentre sono ancora in corso gli accertamenti per altri comuni danneggiati dall’alluvione del 1973.” Altra importante novità è quella della implementazione della banca dati del rischio idrogeologico con l’approntamento di adeguato software applicativo, del DB topografico IGM alla scala 1:25.000 ed 1:50.000, della carta geologica alla scala 1:25.000, del DB delle fonti storiche che annovera già 410 schede e dell’acquisizione delle ortoimmagini digitali a colori CGRA/1999 e delle strisciate delle foto aree IGM 1991/92. Con la disponibilità dei dati e della cartografia in rete, come già avviene nelle regione più avanzate d’Italia, si potrà anche in Calabria agevolare molto la conoscenza del territorio e la consapevolezza delle sue fragilità, e consentire ad un numero sempre maggiore di cittadini di diventare soggetti attivi nel campo della Protezione Civile. I segnali nuovi e le attenzioni mostrate nei mesi scorsi in materia di difesa del suolo anche se incoraggianti sono ancora troppo tenui per garantire il consolidarsi di una politica di salvaguardia delle popolazioni calabresi dai rischi idrogeologici e di sviluppo del territorio e delle sue risorse naturali. Le tentazioni ed i rischi di continuare nella vecchia e scellerata politica di saccheggio e spreco delle risorse, per come abbiamo già evidenziato negli ultimi venti anni e anche su questo quotidiano, sono fortemente presenti. Pertanto, non possono e non devono più essere ignorati, soprattutto da chi ha il dovere e il potere di decidere sul governo del territorio, i risultati delle indagini delle Commissioni Lavori pubblici, Comunicazioni e Agricoltura della VI legislatura del Senato sui “Problemi della difesa del suolo” dove in premessa si legge: “Un esame anche sommario delle aree minacciate dimostra, d’altronde, come su di esse si concentri una parte molto cospicua della popolazione, della ricchezza e del potenziale produttivo della nazione. Il fatto stesso di essere in pianura, più vicine al mare, meglio servite dalle vie di comunicazioni, sedi talvolta dei più antichi e illustri insediamenti urbani, ha facilitato in passato e facilita tuttora la concentrazione in queste aree delle attività umane e degli investimenti privati e pubblici.” “ Gli eventi alluvionali, d’altra parte, traggono origine e assumono diversa gravità in relazione allo stato di dissesto in cui si trovano gli alti e medi bacini dei corsi d’acqua. Avendo alle spalle decenni di irrazionale utilizzazione dei terreni montani e collinari e di sporadica e discontinua azione diretta a contrastare i fenomeni del loro dissesto, la minaccia a monte è venuta ognora crescendo con ritmo ancora più celere da quando l’esodo delle popolazioni montane ha indebolito e diradato la difesa, che nel proprio interesse, gli uomini opponevano in passato al dissesto stesso.Ogni anno che passa, pertanto, accrescendosi il dissesto degli alti e medi bacini dei corsi d’acqua, la minaccia alluvionale diventa più grave e rovinosa”. Non si può continuare ad ignorare che in Calabria la gran parte e, comunque, i più rilevanti insediamenti residenziali, agricoli, turistici, archeologici, industriali, (compresa la realtà del porto di Gioa Tauro), sono localizzati lungo i 780 Km di costa e nelle valli o zone di pianura; in pratica in quella parte di territorio dove per oltre due millenni e fino ad alcuni decenni fa, malaria e desolazione hanno imperversato in lungo e largo proprio a causa delle continue e rovinose alluvioni e frane innescate dal venir meno dell’accorta politica di equilibrio idrogeologico e valorizzazione delle risorse naturali che caratterizzò la civiltà della Magna Grecia. E si dovrà tenere conto anche di altre due considerazioni: una di Fausto Gullo primo ministro calabrese dell’attuale Repubblica e l’altra dal ministro attualmente in carica. La prima riportata nella citata rivista “Il Ponte” sul “Problema fondamentale della Calabria : “ Si è cioè, in uno di quei momenti in cui, come scriveva Antonio Gramsci,<

b.1)IL RISANAMENTO DEL DEGRADO IDROGEOLOGICO DEL TERRITORIO PER LO SVILUPPO DELLA CALABRIA VA POSTO ALL’ATTENZIONE DEI NUOVI GOVERNI REGIONALE E NAZIONALE --------- Aprile 2005 --------- La “questione meridionale” risuscitata dall’esito della recente tornata elettorale e la definizione, nei prossimi giorni, di un nuovo programma di governo nazionale rappresentano un’occasione da non perdere per porre l’attenzione sulla questione del degrado idrogeologico e, quindi, dello sviluppo della Calabria. Cerzeto, Filadelfia, Favazzina, San Nicola Arcella sono solo alcuni dei centri abitati interessati dalle migliaia di frane rilevate sulle colline e montagne della regione con il Piano di Bacino regionale. Inoltre rischio alluvione su molte centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee, decine di chilometri di divieti di balneazione sulle coste della Calabria danno l’idea delle dimensioni e diffusione del dissesto idrogeologico, recentemente, definito “disastroso” in tutto il Belpaese dal ministro dell’Ambiente. I problemi della sicurezza legati al degrado idrogeologico, non riguardano solo la “terra ferma” ma sono estesi anche al mare a causa del malgoverno del territorio e delle sue risorse naturali. Infatti, in Calabria, “il mare non è stato sinora considerato una risorsa ma una discarica che tutti possono utilizzare pur di risparmiare soldi pubblici e privati” per come evidenziato dalla Corte dei Conti nei mesi scorsi. Sul diffondersi del degrado idrogeologico e dei rischi connessi, un ruolo determinante è svolto dalla risorsa acqua: l’oro blù del terzo millennio, l’elemento all’origine di gran parte dei conflitti in atto sul Pianeta, e al centro della campagna internazionale “Acqua per la vita” promossa dall’UNICEF in considerazione del fatto che il 21% dei bambini dei paesi in via di sviluppo soffre la penuria di acqua. E, l’abbondanza di acqua della Calabria, perché, mediamente, piove di più che nelle altre regioni, invece di sviluppo e ricchezza, continua a provocare: movimenti franosi sui rilevi collinari e montani, alluvioni in pianura con l’allagamento ed il convogliamento anche di rifiuti e, quindi, l’inquinamento delle falde idriche e delle acque marine. Cosa si fa per eliminare o ridurre l’inquinamento e l’erosione delle coste della regione? E, quali interventi sono stati adottati per ridurre gli oltre 88 chilometri di divieti di balneazione dichiarati nel marzo scorso dalla regione Calabria? Su quali tratti e per quanti metri di costa sarà posto il divieto di balneazione alla prossima apertura della stagione balneare? Se, a queste domande, si da risposta tenendo conto dei dati ufficiali, ad oggi, resi noti e di quanto accaduto nei mesi scorsi non s’intravedono miglioramenti perché non si arresta la tendenza ad impedire ai cittadini di fare il bagno. I dati e fatti che, tra l’altro, indicano un peggioramento e, quindi,la necessità di provvedimenti anche del governo nazionale, sono: 1) Nel marzo 2004 la Giunta regionale ha dichiarato il divieto di balneazione su oltre 88 chilometri metri di costa con rilevante aumento degli stessi divieti rispetto l’anno precedente. 2) Il 30 settembre, data di chiusura della stessa stagione balneare, i divieti di balneazione sono aumentati di circa tre chilometri, arrivando complessivamente a 91,6 Km, pari al 12,8% dei 715,7 del patrimonio costiero della Calabria. In particolare, i dati pubblicati dal Ministero della Salute, evidenziano un aumento di oltre un chilometro nella Provincia di Catanzaro dove a fine stagione i divieti, complessivamente, arrivano a 8.380 metri; a marzo ne erano stati dichiarati 7.028. Nella Provincia di Cosenza da 31.959 metri, i divieti aumentano a 32 713 metri, mentre in quella Vibo Valentia da 3000 metri, aumentano a 4.485 metri. Anche nella provincia di Crotone da 10.593 i divieti aumentano a 11.274 metri. In controtendenza i dati della Provincia di Reggio Calabria dove i 35.950 metri di divieti dichiarati a marzo, a fine stagione sono stati ridotti a 34.779 metri. 3) Tra la chiusura del settembre scorso e la prossima apertura della stagione balneare 2005 si sono e verificati episodi d’inquinamento per il blocco degli impianti di depurazione provocati anche dalla mancata erogazione dell’energia elettrica; e con effetti intuibili e visibili ad occhio nudo, ma non resi noti, sullo stato di salute del mare. 4) Si continua, da parte degli Enti preposti, con le “carenze informative” sottolineate dalla Sezione Regionale di Controllo della Corte dei Conti nella “Seconda relazione sull’inquinamento delle coste e gestione degli impianti di depurazione nei comuni costieri della fascia tirrenica compresi nelle province di Vibo Valentia, Catanzaro e Cosenza”. 5) sulle cause dei divieti ed in particolare sul come “la qualità delle acque di balneazione sia strettamente in relazione con l’efficienza del sistema di depurazione” ha parlato il Commissario Arpacal alla Commissione di Tutela dell’Ambiente della regione nella seduta del 13 luglio scorso. Com’è noto non c’è periodo dell’anno che la Calabria non sia costretta ad un’emergenza tipo alluvioni, frane, terremoti, incendi boschivi, inquinamenti, rifiuti, siccità, abusivismo e così via: un flusso di emergenze vecchie e nuove, il cui intreccio costituisce la “questione ambientale” che interessa ogni attività sociale, dall’economia alla salute e alla cultura. Questo flusso di emergenze, è trattato da alcuni mezzi d’informazione in modo intermittente:nella fase acuta occupano le prime pagine, poi sono dimenticate; raramente acquisiscono lo status di problemi da seguire con assiduità e quasi mai se ne dà un’informazione completa ed attendibile; solo cronaca come i delitti. Tutto ciò non aiuta a considerare che la Calabria, con il 10% dell’intero patrimonio costiero dell’Italia, può offrire la più grande ed esclusiva varietà di spiagge formate da rocce particolari come gli scogli granitici del reggino, del tirreno vibonese, e dello Ionio catanzarese, rocce presenti solo in alcune note località isolane del Mediterraneo come “La Maddalena” in Sardegna. Spiagge con rocce di tutte le ere geologiche: si passa dalle dune di attuale formazione alle rocce metamorfiche di molte centinaia di milioni d’anni fa e tra le più antiche della Terra. Spiagge rare e preziose con mari trasparenti e molte centinaia di km di fondali senza accumuli di sostanze dannose.

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Torna all'indice ------------------------- L’uscita di Tremonti sul prolungamento delle concessioni delle spiagge, ritenuta dannosa dal punto di vista ambientale ed economico, non favorisce né il turismo e la valorizzazione degli oltre 715 Km di costa, né lil risanamento del degrado idrogeologico necessari per lo sviluppo della Calabria. Il vicepremier, in pratica ripropone, oggi solo per il Sud, il contenuto nell’art.71 della sua prima Finanziaria, un marchingegno contrastato fortemente da tutte le organizzazioni interessate alla reale valorizzazione del patrimonio ambientale del Belpaese e vanificato in parlamento nel 2002. Lo sviluppo del turismo sulle spiagge non può essere pensato separatamente dal resto del contesto territoriale retrostante. E ciò anche in considerazione del fatto che gli assetti idrogeomorfologici delle colline e delle montagne condizionano e sono condizionati dagli interventi antropici e naturali sulle coste. Cerzeto, Filadelfia, Favazzina, San Nicola Arcella sono alcuni dei centri abitati interessati dalle migliaia di frane rilevate sulle colline e montagne della regione con il Piano di Bacino regionale. Inoltre rischio alluvione su molte centinaia di ettari di pianure, decine di chilometri di divieti di balneazione danno l’idea delle dimensioni e diffusione del dissesto idrogeologico, definito “disastroso” in tutto il Belpaese dal ministro dell’Ambiente. Il degrado idrogeologico non è limitato alla “terra ferma” ma riguarda anche il mare, a causa del malgoverno del territorio e delle sue risorse naturali. Infatti, in Calabria, “il mare non è stato sinora considerato una risorsa ma una discarica che tutti possono utilizzare pur di risparmiare soldi pubblici e privati” come evidenziato nei mesi scorsi dalla Corte dei Conti. Un ruolo determinante per l’insorgenza del rischio idraulico e geologico è svolto dalle modalità d’utilizzo della risorsa acqua, dall’oro blù del terzo millennio, dall’elemento all’origine di gran parte dei conflitti in atto sul Pianeta e al centro della campagna promossa recentemente dall’ UNICEF in considerazione del fatto che il 21% dei bambini dei paesi in via di sviluppo soffre la penuria di acqua. Invece di sviluppo e ricchezza, la troppa acqua disponibile in Calabria, perché, mediamente, piove di più che nelle altre regioni, provoca: movimenti franosi sui rilevi collinari e montani, alluvioni in pianura con l’allagamento ed il convogliamento anche di rifiuti e,quindi, l’inquinamento delle falde idriche e delle acque marine. E qual’è lo stato di salute del mare? Quali interventi sono stati adottati per eliminare o ridurre l’inquinamento e l’erosione e, quindi, gli oltre 88 chilometri di divieti di balneazione dichiarati nel marzo scorso dalla regione Calabria? Se, a queste domande, si risponde tenendo conto dei dati ufficiali, ad oggi, resi noti e di quanto accaduto nei mesi scorsi emerge che si è continuato con la tendenza ad impedire ai cittadini di fare il bagno invece di risolvere i problemi dell’inquinamento e dell’erosione. Dati e fatti che, tra l’altro, indicano un peggioramento, ad esempio, sono: 1) Nel marzo 2004 la Giunta regionale dichiarava il divieto di balneazione su oltre 88 chilometri metri di costa con rilevante aumento degli stessi divieti rispetto l’anno precedente. 2) Alla data del 30 settembre, di chiusura della stessa stagione balneare, i divieti di balneazione sono aumentati di circa tre chilometri, fino ad arrivare complessivamente a 91.422 metri. In particolare, i dati pubblicati dal Ministero della Salute, evidenziano un aumento di oltre un chilometro nella Provincia di Catanzaro dove a fine stagione i divieti risultano complessivamente 8.151 metri mentre all’inizio erano 7.028 metri. Nella Provincia di Cosenza da 31.959 metri, i divieti aumentano a 32 713 metri, mentre in quella Vibo Valentia da 3000 metri, aumentano a 4.485 metri. Anche nella provincia di Crotone da 10.593 i divieti aumentano a 11.274 metri. In controtendenza, i dati della Provincia di Reggio Calabria dove i divieti dichiarati a marzo risultavano 35.950 metri mentre a fine stagione sono stati ridotti a 34.779 metri. 3)Nel periodo compreso tra la data di chiusura della stagione balneare 2004 e la data di apertura della nuova stagione si sono e verificati episodi d’inquinamento per il blocco degli impianti di depurazione provocati anche dalla mancata erogazione dell’energia elettrica;e con effetti intuibili, ma non resi noti, sullo stato di salute del mare. 4) Si è continuato, da parte degli Enti preposti, con le “carenze informative” sottolineate nella “Seconda relazione sull’inquinamento delle coste e gestione degli impianti di depurazione nei comuni costieri della fascia tirrenica compresi nelle province di Vibo Valentia, Catanzaro e Cosenza” della Sezione Regionale di Controllo della Corte dei Conti. In pratica, “nessuna puntuale informazione alla popolazione, alle imprese, alla comunità scientifica è stata fornita dalle autorità, nonostante nella stagione balneare i risultati esposti negli allegati – ben noti alle autorità sanitarie – concretino l’esposizione della popolazione ad una serie di possibili rischi derivanti dalla balneazione. Al proposito è bene segnalare che la maggior parte delle ASL (v. ad esempio, Paola, Lamezia Terme, Vibo Valentia) non ha ritenuto di adottare nessuna misura consequenziale rispetto alla gravità della situazione già illustrata nella precedente relazione.” Sul che fare per la messa in sicurezza delle popolazioni e del territorio calabrese è di estrema attualità la “ricetta”, prescritta mezzo secolo fa, da M. Rossi-Doria: “ i grandi problemi della lotta contro l’erosione e per la regolazione delle acque si affrontano nei modi e coi mezzi di una guerra moderna, secondo piani attentamente studiati e scrupolosamente attuati. Se si avrà il coraggio di imboccare e percorrere decisamente questa strada, di far precedere la fase della realizzazione da una rapida ma intensissima fase critica di studio e di progettazione per la elaborazione di piani organici pluriennali, anche il problema della montagna calabrese e della difesa idrogeologica potrà essere risolto. Se questo coraggio mancherà e si continuerà col sistema dei ribassi d’asta nei quali spesso vincono le imprese meno attrezzate al lavoro e più alla gara, la rovina non si arresterà e alla rovina delle risorse naturali continuerà ad aggiungersi quella psicologica ed economica della organizzazione parassitaria dei lavori pubblici.” In Calabria, per passare dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione occorre capacità e volontà di concertare tra i vari enti interessati al governo del territorio un progetto di intervento strategico idoneo a coordinare piani, risorse finanziarie e competenze operative per affrontare tutti gli obiettivi prioritari: dalla riqualificazione delle aree fluviali e difesa delle coste al consolidamento dei territori soggetti a frane; dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici e delle periferie degradate ed abusive, dalla tutela dei boschi rispetto agli incendi agli interventi di sviluppo nelle zone collinari e montane ed alla valorizzazione di tutte le risorse naturali disponibili. …-------- I dati sul rischio idraulico-geologico e sull’assenza e,o inadeguatezza di piani ed interventi per la salvaguardia delle popolazioni e la messa in sicurezza dei territori interessati. 1) Le aree a rischio di frana, delimitate nell’originario Piano d’Assetto Idrogeologico della Calabria, sono 5.581 delle quali 1.775 a rischio elevato R3, in pratica, dove esiste la possibilità di danni a persone, danni funzionali ad edifici ed infrastrutture che ne comportino l'inagibilità. E, addirittura, 747 aree a rischio molto elevato R4, cioè, dove esiste la possibilità di perdita di vite umane o lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici ed alle infrastrutture e attività socio-economiche. I comuni interessati da aree in frana a rischio molto elevato sono 268. Non meno grave e diffusa la situazione delle aree a rischio idraulico che risultano complessivamente estese circa 22 chilometri quadrati, dei quali, poco meno della metà, 10,8 a rischio molto elevato. Il problema dell’erosione delle coste interessa circa 278 Km di litorali ed i comuni costieri a rischio molto elevato sono 28. Una realtà che, pur in parte percepibile da ogni angolo della Terra attraverso internet, sembra essere ignorata e, comunque, non considerata dai vari Enti Pubblici preposti e responsabili del governo, gestione e controllo del territorio a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale. Di questa realtà, ed in particolare delle risorse, dei modi e dei tempi degli interventi per la rimozione dei rischi e per l’informazione e l’educazione delle popolazioni ad affrontare i pericoli ai quali sono esposti, si dovranno far carico i nuovi eletti al governo del territorio. 2) Nei comuni della Calabria, per la protezione delle popolazioni locali dal rischio idraulico-geologico, esiste l’obbligo di predisporre piani comunali di emergenza secondo precise direttive indicate con delibera di G. R. n. 877 del 2002. In pratica ogni comune deve pianificare strategie per la mitigazione del rischio sia in fase preventiva, sia in tempi di normalità, sia in fase di emergenza idraulico-geologica. E, tra le strategie più efficaci vengono, tra l’altro, indicate attività come: a) l’informazione alla popolazione sulle situazioni di rischio, sulle iniziative dell’Amministrazione comunale e sulle procedure d’emergenza, fornendo le norme corrette di comportamento durante e dopo il fenomeno idrogeologico critico; b) l’adeguamento degli strumenti urbanistici alle norme di attuazione del PAI e alla legge Urbanistica. In quanti comuni e come si è provveduto? Di certo è che, nelle Linee Guida della stessa legge Urbanistica si legge: “Non è stato ancora realizzato il primo Programma di Previsione e Prevenzione Regionale di cui all’Art. 22 della L.R. 4/97 di Protezione civile, e quelli realizzati da alcune province (Reggio Calabria, Cosenza) sono basati su quadri conoscitivi di pericolosità e rischi di prima approssimazione”. Nelle stesse Linee Guida viene evidenziato che: “Lo stato dell’arte relativo alla disponibilità di quadri conoscitivi generali di pericolosità, rischi e risorse in Calabria, denuncia livelli di elevata inadeguatezza e fortissime carenze. In atto, il quadro conoscitivo più avanzato in tema di pericolosità e rischi idrogeologici, è quello fornito dal PAI..." Ed inoltre che “L’attività dei Servizi Tecnici Nazionali e dei Centri di Ricerca nazionali e regionali, sicuramente pregevole a livello scientifico, non ha portato all’elaborazione di cartografie di pericolosità, rischi e risorse sulle quali possa basarsi una configurazione degli scenari di pericolosità e rischi, realmente rappresentativa a livello regionale e subregionale”. Tuttavia, rilevanza e diffusione del dissesto idrogeologico emergono in modo chiaro richiamando alla memoria gli innumerevoli casi di alluvionamenti come quelli di Soverato e Crotone, le frane con le ordinanze di sgombero ed i trasferimenti d’interi centri abitati degli ultimi anni, e quelli del passato meno recente con le distruzioni e i morti documentati ampiamente da pubblicazioni e cronache di ogni epoca riguardanti la Calabria Oltre che nei circa 3.000 fogli del PAI, alcune aree a rischio sono riportate anche nelle mappe della “Valutazione delle Piene in Calabria” dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica di Cosenza e del Gruppo Nazionale per la Difesa delle Catastrofi Idrogeologiche, con i dati della Commissione De Marchi del 1970 e dello studio della Tecnico del 1973. E, ancora d’interesse e di estrema attualità si rilevano i risultati delle indagini delle Commissioni Lavori pubblici, Comunicazioni e Agricoltura della VI legislatura del Senato sui “Problemi della difesa del suolo”. Risultati che, tra l’altro, mettono in evidenzia, che: “Un esame anche sommario delle aree minacciate dimostra, d’altronde, come su di esse si concentri una parte molto cospicua della popolazione, della ricchezza e del potenziale produttivo. Il fatto stesso di essere in pianura, più vicine al mare, meglio servite dalle vie di comunicazioni, sedi talvolta dei più antichi e illustri insediamenti urbani, ha facilitato in passato e facilita tuttora la concentrazione in queste aree delle attività umane e degli investimenti privati e pubblici. Ogni anno che passa, pertanto, accrescendosi la consistenza e il valore delle ricchezze situate nelle aree minacciate dalle alluvioni, cresce la potenziale entità dei danni che le alluvioni possono arrecare.” Per il rischio idraulico nel PAI Calabria sono indicati anche 1.181,14 chilometri quadrati di zone di attenzione e 626 punti di attenzione. Interventi volti alla rimozione o mitigazione del rischio previsti dalle Norme Attuazione PAI -----------------------------------------------------------Gli interventi previsti dal PAI, finalizzati alla mitigazione del rischio idrogeologico e di erosione costiera, sono attuati in tempi successivi anche per singole parti del territorio, attraverso programmi triennali d’intervento ai sensi dell’art. 21 e segg. della L. 183/89, redatti tenendo conto delle priorità e dei contenuti del PAI. La priorità degli interventi è stabilita sulla base del rischio, assumendo quale valore massimo quella connessa ai siti ove sussista la possibilità di perdita di vite umane. Una volta ultimato un intervento l'ABR procede alla riclassificazione delle aree interessate. L’Autorità di Bacino, in accordo con i comuni interessati, tenuto conto dei piani provinciali,sulla base di un’adeguata documentazione perimetra le aree da assoggettare a delocalizzazione. I programmi riguardano principalmente le seguenti categorie d’intervento: - manutenzione degli alvei, delle opere di difesa e dei versanti, rivolti alla conservazione della sicurezza attuale del territorio attraverso il mantenimento dell’officiosità delle sezioni; al rispetto delle aree di naturale espansione; alla protezione del suolo da fenomeni di erosione accelerata e instabilità; al trattenimento idrico ai fini della riduzione del deflusso superficiale e dell’aumento dei tempi di corrivazione; al mantenimento delle condizioni di equilibrio della linea di riva; alla salvaguardia delle vegetazioni riparie a tutela degli argini; alla rimozione della vegetazione in alveo onde consentire il normale deflusso delle acque e impedire la trattenuta di rifiuti; - opere di sistemazione, di difesa del suolo e di salvaguardia della costa. Si tratta degli interventi di regimazione e difesa idraulica; di quelli di sistemazione dei versanti atti a ripristinarne le condizioni di stabilità; di quelli finalizzati al contenimento dei fenomeni di erosione costiera e al ripascimento delle spiagge; - interventi di rinaturazione dei sistemi fluviali e dei versanti. - adeguamento delle opere viarie di attraversamento. Le opere di attraversamento stradale o ferroviario o comunque le infrastrutture a rete interessanti il reticolo idrografico dovranno essere verificate e/o progettate nel rispetto dei criteri e delle prescrizioni tecniche per la verifica idraulica di cui alle specifiche tecniche emanate dall’ABR.

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c)LA FRANA di CERZETO

La frana di Cerzeto, il più eclatante ma non l’unico movimento franoso evidenziato dall’accelerazione dell’inverno scorso, è un ulteriore segnale del rischio idraulico-geologico e, quindi, del problema della sicurezza in Calabria. Problema aggravato, rispetto al resto del Belpaese, dalla rilevante e progressiva diffusione sia del fenomeno mafioso che del dissesto idrogeologico; fenomeni, non sempre del tutto estranei, e ricorrenti con tragedie poste all’attenzione del grande pubblico solo in occasione del loro violento manifestarsi. Ma la frana di Cerzeto rappresenta solo un piccolo esempio di quanto può accadere in altre centinaia di comuni calabresi. E, quando l’attenzione nazionale ed i riflettori posti su Cerzeto, Favazzina, Filadelfia, San Nicola Arcella saranno spenti, bisognerà evitare di rimettere in ombra ed in silenzio il problema posto dagli ottomila movimenti franosi e dalle centinaia di punti e chilometri quadrati di attenzione per il rischio idraulico della regione. La rilevanza del problema emerge considerando i dati sul rischio idraulico-geologico e sull’assenza e,o inadeguatezza di piani ed interventi per la salvaguardia delle popolazioni e la messa in sicurezza dei territori interessati. 1) Le aree a rischio di frana, delimitate nel Piano d’Assetto Idrogeologico della Calabria, sono 5.581 delle quali 1.775 a rischio elevato R3, in pratica, dove esiste la possibilità di danni a persone, danni funzionali ad edifici ed infrastrutture che ne comportino l'inagibilità. E, addirittura, 747 aree a rischio molto elevato R4, cioè, dove esiste la possibilità di perdita di vite umane o lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici ed alle infrastrutture e attività socio-economiche. I comuni interessati da aree in frana a rischio molto elevato sono 268. Non meno grave e diffusa la situazione delle aree a rischio idraulico estese circa 22 chilometri quadrati, dei quali, poco meno della metà, 10,8 a rischio molto elevato. Il problema dell’erosione delle coste interessa circa 278 Km di litorali ed i comuni costieri a rischio molto elevato sono 28. Una realtà che, pur in parte percepibile da ogni angolo della Terra attraverso internet, sembra essere ignorata e, comunque, non considerata dai vari Enti Pubblici preposti e responsabili del governo, gestione e controllo del territorio a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale. Di questa realtà, ed in particolare delle risorse, dei modi e dei tempi degli interventi per la rimozione dei rischi e per l’informazione e l’educazione delle popolazioni ad affrontare i pericoli ai quali sono esposti, si dovranno far carico i nuovi eletti al governo del territorio. 2) Nei comuni della Calabria, per la protezione delle popolazioni locali dal rischio idraulico-geologico, esiste l’obbligo di predisporre piani comunali di emergenza secondo precise direttive indicate con delibera di G. R. n. 877 del 2002. In pratica ogni comune deve pianificare strategie per la mitigazione del rischio sia in fase preventiva, sia in tempi di normalità, sia in fase di emergenza idraulico-geologica. E, tra le strategie più efficaci vengono, tra l’altro, indicate attività come: a) l’informazione alla popolazione sulle situazioni di rischio, sulle iniziative dell’Amministrazione comunale e sulle procedure d’emergenza, fornendo le norme corrette di comportamento durante e dopo il fenomeno idrogeologico critico; b) l’adeguamento degli strumenti urbanistici alle norme di attuazione del PAI e alla legge Urbanistica. In quanti comuni e come si è provveduto? Di certo è che, nelle Linee Guida della stessa legge Urbanistica si legge: “Non è stato ancora realizzato il primo Programma di Previsione e Prevenzione Regionale di cui all’Art. 22 della L.R. 4/97 di Protezione civile, e quelli realizzati da alcune province (Reggio Calabria, Cosenza) sono basati su quadri conoscitivi di pericolosità e rischi di prima approssimazione”. Nelle stesse Linee Guida viene evidenziato che: “Lo stato dell’arte relativo alla disponibilità di quadri conoscitivi generali di pericolosità, rischi e risorse in Calabria, denuncia livelli di elevata inadeguatezza e fortissime carenze. In atto, il quadro conoscitivo più avanzato in tema di pericolosità e rischi idrogeologici, è quello fornito dal PAI..." Ed inoltre che “L’attività dei Servizi Tecnici Nazionali e dei Centri di Ricerca nazionali e regionali, sicuramente pregevole a livello scientifico, non ha portato all’elaborazione di cartografie di pericolosità, rischi e risorse sulle quali possa basarsi una configurazione degli scenari di pericolosità e rischi, realmente rappresentativa a livello regionale e subregionale”. Tuttavia, rilevanza e diffusione del dissesto idrogeologico emergono in modo chiaro richiamando alla memoria gli innumerevoli casi di alluvionamenti come quelli di Soverato e Crotone, le frane con le ordinanze di sgombero ed i trasferimenti d’interi centri abitati degli ultimi anni, e quelli del passato meno recente, con distruzioni e morti documentati ampiamente da pubblicazioni e cronache di ogni epoca riguardanti la Calabria. Oltre che nei circa 3.000 fogli del PAI, alcune aree a rischio sono riportate anche nelle mappe della “Valutazione delle Piene in Calabria” dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica di Cosenza e del Gruppo Nazionale per la Difesa delle Catastrofi Idrogeologiche, con i dati della Commissione De Marchi del 1970 e dello studio della Tecnico del 1973. E, ancora d’interesse e di estrema attualità si rilevano i risultati delle indagini delle Commissioni Lavori pubblici, Comunicazioni e Agricoltura della VI legislatura del Senato sui “Problemi della difesa del suolo”. Risultati che, tra l’altro, mettono in evidenzia, che: “Un esame anche sommario delle aree minacciate dimostra, d’altronde, come su di esse si concentri una parte molto cospicua della popolazione, della ricchezza e del potenziale produttivo. Il fatto stesso di essere in pianura, più vicine al mare, meglio servite dalle vie di comunicazioni, sedi talvolta dei più antichi e illustri insediamenti urbani, ha facilitato in passato e facilita tuttora la concentrazione in queste aree delle attività umane e degli investimenti privati e pubblici. Ogni anno che passa, pertanto, accrescendosi la consistenza e il valore delle ricchezze situate nelle aree minacciate dalle alluvioni, cresce la potenziale entità dei danni che le alluvioni possono arrecare.” Per il rischio idraulico nel PAI Calabria sono indicati anche 1.181,14 chilometri quadrati di zone di attenzione e 626 punti di attenzione. 3) Sul diffondersi del degrado idrogeologico e dei rischi connessi, un ruolo determinante è svolto dalla risorsa acqua: l’oro blù del terzo millennio, l’elemento all’origine di gran parte dei conflitti in atto sul Pianeta, e al centro della campagna internazionale “Acqua per la vita” promossa dall’UNICEF in considerazione del fatto che il 21% dei bambini dei paesi in via di sviluppo soffre la penuria di acqua. Invece di sviluppo e ricchezza, l’abbondanza d’acqua disponibile in Calabria, perché, mediamente, piove di più che nelle altre regioni, per il malgoveno del territorio, provoca: movimenti franosi sui rilevi collinari e montani, alluvioni in pianura con allagamento e convogliamento anche dei rifiuti e, quindi, l’inquinamento delle falde idriche e delle acque marine. 4) Sul che fare per la messa in sicurezza delle popolazioni e del territorio calabrese è di estrema attualità la “ricetta”, prescritta mezzo secolo fa, da M. Rossi-Doria: “ i grandi problemi della lotta contro l’erosione e per la regolazione delle acque si affrontano nei modi e coi mezzi di una guerra moderna, secondo piani attentamente studiati e scrupolosamente attuati. Se si avrà il coraggio di imboccare e percorrere decisamente questa strada, di far precedere la fase della realizzazione da una rapida ma intensissima fase critica di studio e di progettazione per la elaborazione di piani organici pluriennali, anche il problema della montagna calabrese e della difesa idrogeologica potrà essere risolto. Se questo coraggio mancherà e si continuerà col sistema dei ribassi d’asta nei quali spesso vincono le imprese meno attrezzate al lavoro e più alla gara, la rovina non si arresterà e alla rovina delle risorse naturali continuerà ad aggiungersi quella psicologica ed economica della organizzazione parassitaria dei lavori pubblici.” In conclusione, se, in chi ha il dovere e il potere di decidere sul governo del territorio, continuerà a mancare capacità e volontà di concertare tra i vari enti interessati un progetto di intervento strategico sul territorio, coordinando piani, risorse finanziarie e competenze operative per affrontare tutti gli obiettivi prioritari: dalla riqualificazione delle aree fluviali e difesa delle coste al consolidamento dei territori soggetti a frane; dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici e delle periferie degradate ed abusive, dalla tutela dei boschi rispetto agli incendi agli interventi di sviluppo nelle zone collinari e montane ed alla valorizzazione di tutte le risorse naturali disponibili, non c’è speranza che dalla pratica dell’emergenza si possa passare alla cultura della prevenzione.

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c) ALLUVIONE VIBO VALENZIA -------------------------------.................................................................

Le specificità del disastro di Vibo Valentia e del suo contesto territoriale stimolano qualche riflessione sulla diffusione e gravità del dissesto idrogeologico e, quindi, sull’urgenza della messa in sicurezza delle popolazioni. 1) L’assetto idrogeomorfologico del territorio di Vibo Valentia è caratterizzato da diverse aree a rischio elevato. In particolare, riguardo al rischio idraulico nei 46,34 Kmq del territorio comunale, nel corso dei rilievi del PAI (Piano per l’Assetto Idrogeologico della Calabria), sono stati individuati: 388.404 metri quadrati a rischio R2; 57.748 metri quadrati a rischio R3 dove esiste la possibilità di danni anche alle persone; 173.608 metri quadrati a rischio R4, dove esiste la possibilità di perdita di vite umane o lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici ed alle infrastrutture e attività socio-economiche. Sempre aVibo Valentia sono state individuate Aree di attenzione su 900.424 metri quadrati e Zone di attenzione su 2,5 chilometri quadrati che per lo stesso PAI sono da considerare a rischio molto elevato. Le frane attive e quiescenti rilevate nelle zone d’interesse del capoluogo e delle frazioni di Vibo Marina, Bivona, Porto Salvo, Longobardi, San Pietro, Piscopio, Vene e Triparni sono riportate nelle tavole del PAI. Il totale delle superfici a rischio (R3 + R4) è di 16,29 HA. 2) Vibo Valentia è stato pioniere ed uno dei pochi comuni della regione ad iniziare, qualche decennio fa, un programma con esercitazione per la difesa dal rischio terremoto. L’evento disastroso è avvenuto di giorno e Bernardo De Bernardinis, direttore generale della Protezione Civile, lasciando Vibo Valentia ha sottolineato quanto continui ad essere a rischio la situazione sul piano dell'assetto idrogeologico in particolare a Vibo Marina e "Pennello". 3) Il territorio di Vibo V. ricade in un contesto di regione costretta, in ogni periodo dell’anno, ad un’emergenza tipo frane, incendi boschivi, alluvioni, inquinamenti, rifiuti, terremoti, siccità e così via: un flusso di emergenze vecchie e nuove, il cui intreccio costituisce la “questione ambientale”e che, oltre a problemi di sicurezza, coinvolge ogni attività sociale dall’economia alla salute e alla cultura. Questo flusso di emergenze evidenzia deficienze nel controllo e Governo del territorio ed è trattato da molti mezzi d’informazione in modo intermittente: nei giorni dei disastri occupa le prime pagine, poi è oscurato. Di rado “le questioni ambientali” acquisiscono lo status di problemi da seguire con assiduità e spesso se ne dà un’informazione incompleta ed imprecisa: solo cronaca come i delitti. Come documentato dalla rivista Calabria in più numeri, e per ultimo nel N° 214/2005 pagg.48-51), è’ certamente difficile e richiede molto tempo la soluzione del problema del risanamento del degrado idrogeologico e la messa in sicurezza di tutto il territorio calabrese. Non è difficile, e richiede tempi brevi, prevedere quali e dove sono le aree e popolazioni più esposte a rischio frana e alluvione che certamente saranno colpite da pioggia, scuotimenti e tsunami. 4) E’ possibile e doveroso prepararsi ad affrontare le prossime inevitabili emergenze. Bisogna realizzare i già previsti “Piani di protezione civile per il rischio idraulico-geologico a salvaguardia delle popolazioni.” 5) Molti Enti Locali della Calabria non hanno ancora provveduto alla redazione e attuazione di Piani coerenti alle “Direttive per l’adozione delle misure di Protezione Civile connesse al Piano Stralcio di bacino per l’Assetto idrogeologico Regionale e previste dalle Norme di Attuazione del PAI”. Direttive, dove sono elencati i dati di base che i Piani devono contenere sia riguardo le varie mappe dei rischi che gli scenari degli eventi attesi e le aree per l’emergenze. “Per scenario s’intende la descrizione sintetica ed una valutazione preventiva del danno relativo a popolazione, strutture abitative e produttive, infrastrutture, patrimonio ambientale e culturale, ecc. al verificarsi dell’evento critico di riferimento nelle aree a rischio R4 ed R3, nonché per i punti e le aree di attenzione, per i quali non sono stati definiti i livelli di rischio come previsto nelle Norme di Attuazione e Misure di Salvaguardia del PAI”. Per la valutazione dello scenario, tra l’altro, necessita: l’individuazione degli eventi idraulico-geologici di diversa gravità che possono interessare il territorio comunale; la conoscenza del numero complessivo di popolazione interessata dall’evento; la conoscenza della pericolosità e, quindi, degli eventi storici di tipo idraulico-geologico in termini di numero, frequenze e severità degli eventi; la conoscenza della vulnerabilità dei beni esposti (edifici, infrastrutture viarie,tecnologiche, produttive, ecc.); la conoscenza dell’esposizione (valutazione dei flussi pendolari, turistici che interessano l’area. Vengono inoltre indicate le strategie per la mitigazione del rischio idraulico-geologico consistenti in un ampia gamma di scelte da attuare sia in fase preventiva, sia in tempi di normalità, che in fase di emergenza idraulico-geologica. E, tra quelle più efficaci, vengono indicate: a) la conoscenza dei parametri di rischio; b) la predisposizione di piani locali di emergenza, al fine di mettere in atto, per tempo, tutte le specifiche procedure di salvaguardia e gestire gli interventi di soccorso ed assistenza alle popolazioni in caso di inondazioni e,o frane; c) l’adeguamento degli strumenti urbanistici alle Norme di Attuazione del PAI; d) l’informazione alla popolazione sulle condizioni di rischio, sulle iniziative dell’Amministrazione Comunale e sulle procedure d’emergenza; e) l’organizzazione e la promozione di periodiche attività addestrative per sperimentare ed aggiornare i Piani. In pratica e richiamando il titolo dato da Calabria sul numero sopra citato, “ci sono tutti gli strumenti per passare dalla pratica dell’emergenza alla cultura della prevenzione”. ---------------------

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DISSESTO IDROGEOLOGICO

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Pubblic. Mensile Calabria f)--64 CALABRIA - A. XV - N.S. n. 26 - giugno 1987 Erosione e inquinamento degli arenili, dune e vegetazioni costiere cancellate del cemento, frane e sfruttamento irrazionale delle falde idriche, prelievo indiscriminato dai letti di fiumi e torrenti: i nemici delle coste calabresi stanno distruggendo un patrimonio che non è solo interesse dei più sensibili ambientalisti tentare di difendere. Lo sviluppo del turismo e quindi dell'intera economia della regione dipendono non poco dalla tutela e dalla valorizzazione dei suoi 780 Chilometri di coste. Si tratta di un patrimonio di immenso valore: già dieci anni fa il rendimento di dieci ettari di spiaggia veniva stimato quindici milioni. di MARIO PILEGGI(*) Allagamenti di interi abitati, case crollate, interruzioni di lunghi tratti stradali e della Ferrovia SA-RC, sono alcuni degli aspetti più appariscenti delle mareggiate che hanno investito quest'inverno le coste del Lametino e dell'intera regione. Per una valutazione di quanto accaduto non basta la sola quantizzazione dei costi per la ricostruzione delle opere danneggiate. Molto più rilevanti e non sempre riparali sono infatti i danni arrecati all'ambiente naturale ed in particolare alle spiagge della regione. Com'è noto sul litorale tirrenico sono già diverse decine di chilometri di bellissime spiagge interamente distrutte o diventati lunghi e grigi accumuli di blocchi di cemento posti «a difesa» della rete ferroviaria e stradale. La stessa fine rischiano di fare delle spiagge del litorale tirrenico calabrese da Diamante a Scilla, e parte di quello ionico, dove è in atto un accentuato fenomeno di arretramento della linea di riva. Gli oltre 50 metri di arretramento della linea di riva registratosi solamente negli ultimi dieci anni sulle spiagge del Tirreno catanzarese e consentano danno un'idea dell’entità del processo di erosione in atto. Le allarmanti dimensioni del fenomeno emergono, tra l'altro, dai risultati delle «Ricerche sulla dinamica dei litorali della Calabria» effettuate dal C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche) con il Progetto «dinamica dei litorali». E’ d’altra parte abbastanza noto ed indicativo quanto accade nei recenti agglomerati urbani e centri costieri calabresi sempre più frequentemente colpiti e danneggiati da mareggiate e crolli legati appunto al progressivo fenomeno di erosione delle coste registratosi negli ultimi anni. Per comprendere perché spiagge di millenaria formazione stanno scomparendo nel giro di pochissimi anni. bisogna considerare i fattori che determinano l'arretramento della linea di riva. Il prelievo di sabbia e ghiaia dal letto dei corsi d'acqua. accentuandone l'azione erosiva, costituisce una delle cause fondamentali. Detto prelievo infatti impedendo in parte o totalmente l'afflusso al mare del materiale solido a e ghiaia trasportato dai fiumi non consente la naturale costituzione degli arenili e quindi favorisce l’arretramento della linea di riva. Il processo ovviamente è tanto più ido ed esteso, quanto più diffuso elevato è il prelievo di inerti dagli alvei. E per rendersi conto del perché delle enormi dimensioni del fenomeno erosivo delle coste in Calabria basta pensare all'enorme proliferare di cave di inerti che, negli ultimi anni a e ni,si-è avuta lungo tutti i corsi qua della regione e quindi ai mie milioni di metri cubi di sabbia che ogni giorno, senza alcun , sono venuti e vengono tut a mancare alle spiagge per e sinvece destinati all'industria edliia. proposito va considerato che ultin,ii venti anni in Calabria si o costruite molte più case di te ne siano state realizzate nei millenni precedenti e che le ve costruzioni sono state realizprevalentemente proprio lungo rali. Cosi milioni e milioni di mei di sabbia e ghiaia, anziché re naturalmente trasportati daldei fiumi, sono arrivati e cono ad arrivare sulle spiagge i camions per realizzare COstrui che spesso. oltre a deturparne Oltre che ' preziosiso bene ambientale, le spiagge, sostiane il geologo Pileggi, sano un inesd~ge pa@onio capace dí ~~e @uppo e lavoro. l'aspetto, contribuiscono ulteriormente od alterare in peggio l'equilibrio dei litorali stessi. Infatti il fenomeno di erosione delle coste è legato anche: -al denudamento delle dune costiere anch'esse spesso utilizzate come cave; -alla distruzione massiccia della vegetazione htoranea: -alla costruzione di invasi e derivazioni dai fiumi; -all'inquinamento delle acque antistanti i litorali; -all'irrazionale ed eccessivo errungimento delle falde idriche esistenti sulla fascia costiera. Quest'ulúmo fenomeno, oltre ad una progressiva intrusione delle acque salmastre con conseguente inquinamento salino delle stesse falde idriche, determina i ben noti e preoccupanti processi di abbassamento del suolo. In pratica sui litorali della Calabria i fatti antropici anzidetti: prelievo dagli alvei, distruzione delle dune e della vegetazione costiera, inquinamento delle acque marine (l'invaso dell'Angitola in particolare per quanto riguarda il Golfo di S. Eufemia) concorrono tutti ed in maniera rilevante all'arretramento della linea di riva di centinaia di chilometri di spiagge. Ovviamente ad incidere @a dinamica deli litorali possono contribuire anche fattori sfavorevoli di ordine geografico, astronomico, idrodinamico e geostrutturale. Ma siccome non è pensabile di intervenire .scmc cause M orcane geogratiuoquali l'alzamento dei livello marino, lo spostamento delle correnti ed i fenomeni bradisismici, è evidente che una seria politica di protezione dei litorali si può ottenere solo attraverso una pianificazione degli interventi sul territorio che, tra l'altro, discip@ l'estrazione di materiali dagli alvei, elimini l'inquinamento e soprattutto vieti il denudamento degli arenili. Mentre inutili anche per la difesa dall'azione delle onde e spesso addirittura dannosi per l'equilibrio delle stesse spiagge risultano molti degli interventi (opere di sbarramento ed accumuh di massi) attuati dopo le mareggiate. Lo stesso prelievo di sabbia e ghiaia, anziché dai fiurrii e dalle spiagge, poteva e può avvenire ad esempio attraverso la razionale utilizzazione dei numerosissimi accumuli di inerti disponibili in tutta la regione e senza innescare i ben noti fenomeni di degrado an-lbientale ed economico. Molte regioni, come ad esempio la Toscana e l'Emilia, esercitando le proprie funzioni in materia di pianificazione degli interventi e dotando si di idonee leggi per la tutela e valorizzazione del territorio e delle sue risorse naturali, sono riuscite ad evitare i danni che invece si sono prodotti in questi ultimi anni in Calabria. In particolare agli o@ risultati ottenuti Toscana, dove, disciplinando l'estrazione degli inerti dagli alvei, si è riusciti ad interrompere ; diffusi processi di arretramento dei litui ah. In Calabria invece l'assenza di Piani Regionali di Sviluppo Territoriale ed il mancato varo di Leggi e Direttive in materia di Cave ef6rbiere, di tutela ed uso delle acque e di difesa del suolo, oltre a favorire il prevalere degli interessi di pochi a scapito della collettività, hanno favorito il saccheggio e lo spreco delle ingenti risorse naturali disponibili. Erosione delle coste, inquinamento delle spiagge, razionamento dell'acqua potabile soprattutto nei più grossi centri turistici e continue e diffuse interruzioni stradali provocate dalle frane, sono solo alcuni esempi dello stato di degrado e -dell'irrazionale utilizzazione del territc>rio calabrese e delle sue risorse naturali. Le bellissime spiagge della Calabria, principale richiamo turistico della Regione oltre ad essere scarsamente attrezzate e valorizzate, rischiano così di essere distrutte in modo irreparabile. Questo rischio può e deve essere evitato. --- Anche perché in una realtà come la Calabria dove i beni monumentali ed artistici risultano in gran parte distrutti e gravemente danneggiati dai terremoti e quelli più antichi restano ancora sepolti da metri di terreno alluvionale, lo sviluppo del turismo e dell'economia della regione dipendono soprattutto dalla tutela e dalla valorizzazione dei suoi 780 Km di coste. Per farsi un'idea della sola potenzialità econonúca di tale patrimonio si pensi che, secondo il C.N.R., il va!ere di un metro~quadrato di spiaggia sul medio adriatico è di tre milioni e che, circa dieci anni fa, le aziende di soggiorno del Tirreno stimavano a quindici milioni il rendimento di dieci ettari di spiaggia. Nel Programma dell'attuale Giunta Regionale una delle più rilevanti e positive novità rispetto al passato è certamente quella di aver posto in primo piano l'obbiettivo della salvaguardia e valorizzazione del territorio e delle sue risorse naturali. Queste, ed in particolare le spiagge potranno finalmente trasformarsi in fonte di ricchezza per le popolazioni calabresi se si avrà la capacità di avviare con tempestività la regione degli obbiettivi scritti in detto nuovo programma.pubblicato su mensile “CALABRIA” - A. XV - N.S. n. 26 - giugno 1987 ---

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Torna all'indice - mensile “Città” -Novembre 1987 - La salvaguardia del territorio è possibile solo con la pianificazione degli interventi. - Gravi i danni prodotti dall’uomo - I caratteri fisici ed in particolare l’ assetto idrogemorfologico del territorio di Lamezia dei quali ci siamo occupati nel precedente numero “Città”, evidenziano il diffuso ed intenso alluvionamento delle aree di pianura dello stesso territorio. Alle caratteristiche naturali già descritte si devono aggiungere le conseguenze in termini di dissesto idrogelogico prodotto dagli interventi dell’uomo. Le rilevanti trasformazioni operate dall’intervento antropico negli ultimi decenni sul territorio con la intensa e non pianificata espansione del tessuto urbano ed il contemporaneo abbandono della collina e della montagna, nell’accentuare il dissesto idrogeologico, hanno accresciuto il rischio alluvionale cui sono esposti gli stessi agglomerati urbani di Lamezia. Ad esempio le numerosissime costruzioni realizzate lungo i margini, ed in alcuni casi addirittura dentro gli alvei, oltre ad essere quelle più immediatamente e direttamente sottoposte al rischio di inondazione,hanno alterato in senso negativo gli equilibri preesistenti provocando strozzature ed irrigidimenti che possono aumentare la capacità devastante delle piene. Altrettanto gravi sono le conseguenze prodotte dall’uso dei letti dei corsi d’acqua come ricettacoli di ogni tipo di rifiuto: immondizie, carcasse d’automobili, terreni di risulta e così via. A questo proposito ed in relazione alle opere di regolazione del regime dei corsi d’acqua e di difesa dalle inondazioni è necessario mettere in evidenza che non è il valore di portata di massima piena che, di per sé, è la causa diretta delle inondazioni. Sono infatti le caratteristiche morfologiche dell’alveo a risultare determinati sia per quanto riguarda la forma dell’onda di piena e il valore massimo di portata al colmo, sia per quanto riguarda i livelli idrometrici. Le strette concessioni tra evoluzioni dei fiumi – spiagge – stabilità versanti. In sostanze ogni intervento che in qualche modo alteri la morfologia dell’alveo, si riflette sul regime del corso d’acqua e spesso in maniera gravissima sia a valle che a monte dell’intervento. Un altro elemento che incide in maniera rilevante sul deterioramento dei delicati equilibrio di erosione, trasporto e sedimentazione che caratterizzano i vari tratti del profilo longitudinale dei fiumi, è l’asportazione di inerti dagli alvei. Il notevole incremento del fabbisogno di ghiaia e sabbia, legato allo sviluppo dell’edilizia e alle costruzioni stradali e l’assenza di una legge regionale in materia di cave e torbiere, hanno portato ad un intensa e spesso irrazionale prelievo di materiale dagli alvei. Una delle conseguenze più appariscenti è che tutti i tratti terminali dei corsi d’acqua sono in fase di accentuata erosione con gravi ripercussioni sulla stabilità delle fondazioni dei ponti e delle altre opere presenti negli alvei. Percorrendo la superstrada dei due mari sono ben evidenti, soprattutto nel fiume Amato, i ponti crollati ed i danni subiti dalle briglie e dai muri d’argine a causa appunto del fenomeno dell’erosione. Meno visibili, ma non per questo meno gravi sono le condizioni di degrado delle opere idrauliche realizzate in passato nei tratti iniziali dei torrenti Canne, Piazza e Bagni. L’erosione delle spiagge. Al prelievo di materiali degli alvei sono connesse anche le conseguenze registratesi sulla stabilità delle spiagge. Detto prelievo infatti, impedendo in parte o totalmente l’afflusso al mare del materiale solido trasportato dai fiumi, non consente la naturale costituzione degli arenili e quindi favorisce la distruzione delle spiagge. Il fenomeno dell’arretramento dei litorali, molto accentuato in tutto il golfo di S.Eufemia, oltre che al prelievo dei materiali degli alvei, è legato anche: a) Alla distruzione massiccia della vegetazione litoranea (spesso per far posto ad interventi edilizi speculativi); b) All’inquinamento delle acque marine e terrestri che determina la scomparsa della vegetazione protettiva; c) Alla costruzione di invasi e derivazioni. Sui litorali del golfo di S.Eufemia i fattori anzidetti (prelievo dagli alvei, distruzione della vegetazione, inquinamento delle acque marine, l’invaso dell’Angitola) concorrono tutti, ed in maniera rilevante, all’arretramento di molti chilometri delle spiagge di Lamezia, di Pizzo, di Gizzeria, di Falerna e di Nocera. Sulle dimensioni assunte dal fenomeno si pensi che, solo negli ultimi dieci anni, su gran parte di questi litorali si è registrato un avanzamento del mare di oltre 50 metri. Ovviamente ad incidere sulle variazioni dei litorali possono contribuire anche fattori sfavorevoli di ordine geografico, idrodinamico meteorologico (venti), astronomico e geostrutturale. Ma siccome non è possibile intervenire per modificare le cause di carattere geografico, quali l’innalzamento del livello marino, lo spostamento delle correnti ed i fenomeni bradisismici, è evidente che una serie politica di protezione si può attuare solo attraverso una pianificazione degli interventi sul territorio che limiti l’estrazione di materiali dagli alvei, elimini l’inquinamento e, soprattutto, vieti il denudamento degli arenili. Va precisato che pur nell’assenza di un organico e adeguato quadro legislativo regionale, le norme per attuare un efficace politica di difesa delle coste non mancano. Manca invece la capacità e spesso la volontà amministrativa di attuarle. Aspetti connessi alla difesa delle alluvioni. Il problema della regolazione delle acque e la difesa dalle inondazioni non può pertanto trovare equilibrio risolutivo nell’ambito e con opere riguardanti esclusivamente i tratti meno acclivi dei corsi d’acqua, come invece viene inutilmente fatto,e con gran spreco di denaro, dal Consorzio di Bonifica. Infatti trovandoci in presenza di bacini idrografici di modesta estensione, la regolazione delle acque e la difesa del territorio in pianura è inscindibile da quello della conservazione del suolo, e del suo assetto in collina e in montagna. D’altra parte è proprio in collina e in montagna, sui medi e alti bacini, che risultano più intensi i fenomeni di erosione e di dissesto. Alle già precarie condizioni di equilibrio naturale esistente sulla collina e sulla montagna della zona si è aggiunto, in questi ultimi anni, un preoccupante accentuarsi del disordine idrogeologico a causa del completo abbandono colturale di numerosi appezzamenti di terreno, soprattutto di quelli situati sulle pendici più impervie dove in passato il precario equilibrio idrogeologico era mantenuto con la presenza e la mano dell’uomo. Lo studio di foto aeree eseguite in tempi diversi nelle zone ad elevata acclività ha rivelato infatti il rapido accentuarsi dei processi di erosione del suolo delle aree abbandonate e non più coltivate rispetto al mantenimento di equilibrio che invece si osserva nei versanti dove non è venuta a mancare la presenza dell’uomo. In proposito è da considerare che negli ultimi dieci anni, nel comprensorio, è venuta a mancare all’utilizzazione agricola una superficie di circa 12.000 ettari di terreno, la riduzione che si è avuta nel solo terreno di Lamezia è stata di 1500 ettari. Le conseguenze del disboscamento. Sull’importanza della copertura vegetale ed in particolare dei boschi nell’impedire i fenomeni di erosione accelerata dai versanti va inoltre considerato che, quando viene meno l’azione frenante delle foglie e dei rami, per ogni goccia che precipita direttamente sul suolo si apre un “carattere” largo anche più di 4 volte il diametro della stessa goccia di acqua. Si accentuano così quei frequenti fenomeni di erosione che ogni anno distruggono e portano nei fiumi tonnellate di suolo fertile dalle pendici collinari e montane. Oltre a turbare l’equilibrio idrogeologico per il venir meno della capillare e quotidiana opera di manutenzione dell’uomo il fenomeno dell’abbandono delle colline e delle montagne ha favorito l’addensarsi di abitazioni e industri nella pianura e spesso proprio in quelle aree dove il dissesto delle zone a monte, in stato di abbandono, può provocare i danni maggiori. I dati relativi alla progressiva diminuzione degli abitanti in tutti i comuni collinari e montani del comprensorio e la contemporanea crescita demografica e urbana di Lamezia, rendono ben evidenti le dimensioni o le conseguenze del fenomeno descritto. Ad arrestare questo processo non bastano certo gli strumenti attualmente a disposizione dei singoli comuni. Lo spopolamento delle zone acclivi e la congestione dei centri urbani della piana è un fenomeno che può tuttavia essere ridotto e disciplinato sia per diminuire le conseguenze dei rischi idrogeologici nelle aree di pianura che per equilibrare le sorti dell’economia della collina e della montagna. A tal fine una corretta pianificazione territoriale da parte della Regione, della Comunità Montana e anche dei comuni, singoli o associati, può contribuire molto. In particolare attraverso la redazione degli strumenti urbanistici generali i comuni possono infatti programmare ed indirizzare la distribuzione della popolazione e delle costruzioni sia per difendere dai rischi alluvionali le aree di pianura che per migliorare le condizioni sociali ed economiche delle aree collinari e montane.

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- - Mensile “CITTA’” - NOVEMBRE 1992 - GEOLOGIA AMBIENTE E TERRITORIO - Le immagini delle inondazioni ed i dati trasmessi dai mezzi d’informazioni nelle scorse settimane sui danni provocati dalle prime piogge della stagioni in corso in molte città del nord e del centro della penisola stimolano ad immaginare cosa potrebbe accadere nel territorio lamentino a seguito ad analoghi eventi piovosi. Farsi un’idea delle gravi conseguenze a cui si andrebbe incontro non è difficile per chi ha viva la memoria storica e conosce il regime pluviometrico e le caratteristiche idrogeomorfologiche del nostro territorio in parte descritti anche in precedenti numeri di “Città”. Un esame anche sommario delle zone minacciate indica che sulle stesse è dislocata una parte rilevante della popolazione, della ricchezza e del potenziale produttivo del comune. In proposito è il caso di ribadire come gli struzzi e, o rimuovere l’esigenza di prevedere gli effetti dannosi degli eventi naturali ( Pioggia, sismicità, ecc.) è a dir poco da irresponsabili. E per andare oltre la denuncia e per superare vecchie concezioni fatalistiche e di rassegnata passività il problema dei danni e dei rischi connessi al dissesto idrogeologico va legato a quello dello sviluppo del territorio. Sviluppo possibile attraverso le definizione di un serio progetto di recupero ambientale e produttivo del Territorio necessariamente da riferire a vari aspetti e potenzialità della realtà fisica e geoambientale dello stesso Territorio. Realtà che, nonostante la grande rilevanza economica e sociale, partiti e associazioni ancora tardano a considerare ed a introdurre anche nel dibattito sul Piano Regolatore Generale in corso di elaborazione, e sulle scelte relative all’ attuazione del “protocollo d’intesa”fra il Ministero Per I Problemi Delle Aree Urbane ed i Comuni di Catanzaro e di Lamezia, la Provincia e la Regione. L’ assenza di memoria storica ed il mancato riferimento alla specificità dei caratteri geoambientali del Territorio hanno fino ad oggi impedito la piena e razionale valorizzazione delle risorse naturali e nel contempo ritardato la realizzazione d’ interventi idonei garantire la sicurezza delle popolazioni dalle cosiddette “calamità naturali” cui è esposto il territorio. Caratterizzato da una molteplicità di aspetti fisici con disponibilità di risorse naturali che è raro trovare concentrate nell’ ambito dei confini di un solo comune: il territorio di Lamezia si estende per oltre 160 chilometri quadrati di superficie, fino a quota 1400 m e, com’ è noto , comprende 9 km di spiaggia, vaste aree di pianura, colline, montagne con suoli fertilissimi, ingenti disponibilità di risorse idriche, sorgenti terminali e giacimenti minerari in gran parte ancora da valorizzare. La natura e le forme del paesaggio così come si presenta al nostro sguardo non è da immaginare come qualcosa in eterna staticità. Lo stesso paesaggio è invece da considerare come teatro di numerose trasformazioni per opera di forze legate al calore interno della Terra ed all’ energia solare, i cui effetti si sommano e si fondono in cicli morfologici, litologici e orogenetici. Gli attuali assetti idrogeomorfoligici, in pratica sono il risultato di lunghi processi geologici ancora in atto e testimoniano come lo stesso territorio è pure caratterizzato da un’ intensa attività di sollevamento e sismica oltre che di erosione delle pendici collinari e montane: il quadro della geodinamica evolutiva mette in luce cioè anche il tipo di fenomeni naturali e, quindi, i “ rischi geologici”, ( terremoti, frane, inondazioni, ecc.), a cui il territorio è stato e continuerà ad essere sottoposto. Sul carattere dell’intensità e della frequenza della sismicità del territorio di Nicastro, sede vescovile fin dagli inizi dell’Era Cristiana, è significativo, ad esempio il dato relativo ala numero delle cattedrali crollate e al numero di vescovi ed abitanti morti a causa dei terremoti nel corso dei secoli trascorsi; sugli effetti degli eventi alluvionali basta ricordare ad esempio quelli provocati dai Torrenti Bagni, Cantagalli, Piazza e Canne nel 1827 e nel 1866 con numerose vittime e distruzioni di interi quartieri seppelliti da sei – sette metri di ghiaia per ogni piena. Sull’assenza di memoria storica anche dei più recenti processi di trasformazioni e in particolare sull’aumento di pericolosità degli inevitabili fenomeni naturali (pioggia, sismicità, mareggiate, ecc.) cui è sottoposto il territorio, è, tra l’altro, da considerare che circa 5.000 ettari dei terreni della pianura e della fascia costiera fino ad alcuni decenni fa erano acquitrini, paludi e pantani. Così come è da considerare la condizione di avanzato degrado o di completa distruzione delle utilissime opere di difesa e di sistemazione idraulico forestale realizzate sul territorio comunale dal Genio Civile con le prime leggi del 1906 e del 1908 a favore della Calabria e dalla Società Bonifiche Calabrese negli anni 30. Di tutto ciò come degli altri aspetti della realtà geoambientale non si è certo tenuto conto con la notevole e, in gran parte, non pianificata espansione urbana degli ultimi decenni intorno agli antichi centri storici di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia. Il caotico e non pianificato sviluppo edilizio e soprattutto la erronea localizzazione di molti insediamenti e della rete dei servizi realizzati dopo l’unificazione dei tre comuni evidenziano l’assenza di memoria storica dei numerosi disastri provocati da terremoti, frane e alluvioni e, quindi, l’ignoranza delle motivazioni che di volta in volta, nel corso dei secoli passati, hanno condizionato la scelta sull’aree e sui tipi di terreni da utilizzare per ricostruire gli insediamenti urbani che venivano distrutti. E’ altresì da considerare che lo stesso Programma di fabbricazione in base al quale ancora oggi si rilasciano le concessioni edilizie, non contiene i dovuti adeguamenti ai fini della prevenzione e salvaguardia dal rischio sismico previsti dalle norme attuative della Legge n.64 del 1974 come i DD.MM. del 21 gennaio 1981 e dell’11 marzo 1988 che dettano le “Norme tecniche riguardanti le indagini sui territori e sulle rocce, la stabilità dei pendii naturali e delle scarpate, i criteri generali e le prescrizioni per la progettazione, l’esecuzione ed il collaudo delle opere di sostegno delle terre e delle opere di fondazione”. A Lamezia Terme, in pratica, continua ad essere vigente uno strumento urbanistico redatto oltre 20 anni fa e senza i preliminari studi del contesto idrogeomorfologico e geosismico del territorio, delle differenti caratteristiche fisico-meccaniche dei terreni e, quindi, senza il supporto delle mappe delle aree a differente rischio sismico, delle mappe delle aree soggette a frane ed inondazioni, delle mappe delle falde idriche, ecc.. Incominciare a porre l’attenzione sugli aspetti della realtà geoambientale e, su questa realtà, fondare le scelte del Piano Regolatore Generale e del Progetto Area Integrata del Sistema Urbano Lamezia-Catanzaro, è indispensabile se si vuole evitare di perdere un’importante occasione per programmare interventi idonei ad eliminare o quanto meno a ridurre al minimo le conseguenze degli inevitabili fenomeni naturali e, nel contempo, avviare un processo di recupero ambientale e di sicuro sviluppo del territorio e di tutte le sue risorse.

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DUECENTO ANNI DI STORIA PERSONAGGI, EVENTI NATURALI E FATTI CHE HANNO CONDIZIONATO L’EVOLUZIONE DELL’ASSETTO URBANISTICO E SOCIO-ECONOMICO DELLA QUARTA CITTÀ DELLA CALABRIA Come e perché sono sorti i palazzi, le strade ed i quartieri di Nicastro e Lamezia Terme? Quali interessi e quali personaggi hanno condizionato le scelte delle aree per costruire il tessuto urbano antico e recente di Nicastro e Lamezia Terme? Quali eventi, quali idee e quali tecnici hanno prodotto i progetti delle opere e degli strumenti urbanistici degli ultimi duecento anni? Documentate e argomentate risposte a queste domande si possono leggere nell’interessantissimo volume dal titolo “Città Paese e Realismo Urbanistico” scritto dall’architetto Giovanni Iuffrida. Con dati e documenti ufficiali provenienti dai moltissimi archivi consultati, l’architetto Iuffrida descrive com’era e come si è trasformata negli ultimi duecento anni la quarta città Calabria, e con l’evolversi del tessuto urbanistico, il variare delle condizioni economiche, sociali e politiche delle popolazioni residenti. Con grande professionalità e rigore scientifico, l’analisi delle trasformazioni e delle cause che le hanno determinate è condotta dall’architetto Giovanni Iuffrida tenendo sempre presente, tra l’altro, il contesto e i processi di trasformazione urbanistica in atto in ambito regionale e nazionale. La quantità e preziosità dei dati riportati ed illustrati nei sette capitoli del libro sono molto rilevante e utile a chiunque interessato a conoscere e,o studiare la storia e, quindi, la realtà della città di Lamezia Terme. I primi documenti analizzati dall’autore si riferiscono alla fine del secolo XVIII quando “l’Università di Nicastro che si trova all’interno del vasto feudo dei d’Aquino Pico di Castiglione e Feroleto, è caratterizzata da un’industria serica <>, in quanto non conosce bene l’arte di allevare i bachi, e da una agricoltura scarsamente produttiva. I dettagli su “La città e gli eventi naturali del 1782 e del 1789 e “Le trasformazioni territoriali ed urbane di fine secolo” sono descritte nel primo dei sette capitoli che compongono il libro, dove tra l’altro, si legge: I PROBLEMI PER L’ ELEZIONE DEL SINDACO “Alla fine del ‘700 Nicastro è ostaggio delle famiglie Statti, Corona, e Marino, che impediscono al sindaco del popolo di amministrare secondo il principio della rotazione… Il rescritto del 26 maggio 1787, del vicario generale del re, D. Francesco Pignatelli, con cui si chiarisce che l’elezione del sindaco deve avvenire da parte del <>, non allenta la resistenza del gruppo di potere, che tra l’altro ha tutto l’interesse a mantenere le redini anche per evadere <>, che non viene determinata con tempestività, né viene equamente rapportata al numero dei capi di bestiame in possesso dei singoli proprietari a danno dell’Università. Del resto il clima di terrore, per la presenza di vere e proprie band contrapposte, che agiscono a sostegno dei diversi gruppi detentori del potere economico cittadino, non consente una rapida normalizzazione dell’attività amministrativa. Tanto che, nel 1794 Domenico d’Ippolito, che rifiuta di assumere la carica di sindaco, deve essere precettato dal preside della provincia, soprattutto per garantire <>. Nello stesso anno si registrano altri gravi episodi, quale la mancata convocazione del <> per eleggere il nuovo sindaco e la significativa sparizione dall’archivio dell’Università dei <>, probabilmente per coprire quei difetti amministrativi <>. La complessa situazione amministrativa si risolve soltanto nel 1798 con dispaccio del 27 aprile, col quale si riconosce l’esistenza di due soli ceti, che eleggono 36 decurioni, i quali a loro volta nominano il sindaco, <>. LA CITTA’ POLICENTRICA E LE “RUGHE” A questa profonda divisione sociale, corrisponde una netta frantumazione urbana. Nel luglio 1972, Nicastro, che conta 6500 abitanti, non si presenta come i tradizionali “centri compatti” calabresi, ma <> . e’ un agglomerato frammentario ( in cui gli slarghi costituiscono uno dei principali elementi connotativi della forma urbana, in una composizione formale sostanzialmente casuale) intramezzato da un ampio spazio pubblico, denominato Coltura, diviso in due aree a diversa quota da un muro centrale, e quindi composito, policentrico, caratterizzato dalla presenza di due luoghi abitati, o <>, la cui denominazione denota le gerarchie sociali consolidate consolidate (rughe di Serra, di Corona, di Ippoliti, di Blasco, ecc.), le attività prevalenti (rughe de’ Bagni, della Creta, delle Forgie, ecc.), le individualità architettoniche di pregio o funzioni urbanistiche significative (rughe S.Francesco, Spedale, Vialata, S. Teodoro, S. Lucia, Monaci, S. Marco, Sanità, Piazza, Piazzetta, S. Croce, S. Giacomo, Belvedere, Torre di Brunaccio, Casalenuovo, Terraveccchia, ecc.); le caratteristiche orografiche (rughe Trempa, Timpone, Coschina, ecc.). l’esistenza, poi, di un “sistema di orti” definiti spazialmente da “muri di fabbrica” e annessi ad edifici nobiliari, o a chiesi e conventi, rende ancora più diradato il “sistema” dei “luoghi abitati”: gli orti del convento di S. Domenico, della Pietà, della sanità, di S. Giacomo, di S. Chiara, dei PP. Riformati, dei PP. Cappuccini, de’ Bagni, di S. Nicola, del conte, di Mazza, di Vecchi, e gli orti Arango, Vecchio, Crocifisso, ecc. LA PIAGA PIÙ FUNESTA DEL BRIGANTAGGIO RAPPRESENTATA DAI TORRENTI CANNE E PIAZZA “La situazione economica è così grave che se da una parte il comune è costretto a nominare un <> sistemate lungo le strade pubbliche dai borboni e ora oggetto di continui tagli clandestini, dall’altra non risultano adeguate le contromisure dell’esodo da adottare – con il favore dei <> che temono l’aumento del costo della manodopera per i vuoti del mercato del lavoro – con la legittimazione di 13 ettari circa di terreni demaniali usurpati, e con il tentativo di quotizzazione dei 93.37,67 ettari dei fondi Pastorizia e Pastoriziella, peraltro ostacolata dallo stesso comune che ne sostiene il carattere patrimoniale. In questo quadro di crisi economica, che i prefetti cercano di scongiurare promuovendo <> e in cui si inserisce il problema della <> rappresentata dai torrenti Canne e Piazza, si riscontra invece il totale abbondano delle strade interne. Mentre l’immagine della città si macchi dell’inchiesta dei trovatelli, delle disastrose condizioni della chiesa di S. Maria Maggiore e del quartiere “Croci” abitato da “gente agricola” che “alloggia in piani terreni che facilmente possono essere sotterrati dalle acque>>, modesti sono gli interventi sul tessuto urbano. Le frazioni e i quartieri antichi iniziano a essere oggetto di qualificanti interventi, quale il << compianamento del largo davanti alla chiesa del borgo di Bella>>….. IL RAPPORTO TRA ECONOMIA ED ACQUA “Il rapporto tra economia ed acqua continua in questo scorcio di secolo a essere bifronte: fonte di distruzione e supporto dell’economia contadina. Per cui, diventa esiziale per l’attività economica <> il mancato intervento dell’autorità municipale per il <>; altrettanto significativo è lo stato di difficoltà economica della città, in seguito all’alluvione del 2 novembre 1871, in cui <>, soprattutto per gli <>. Di fatto la lunga serie di alluvioni del periodo post-unitario ( che va dal 1862 al 1878) contribuisce a mettere in ginocchio l’economia locale proprio nel momento in cui l’assenza dello Stato e suffragata da una carente legislazione in materia di interventi sul territorio meridionale. Del resto, inutili si dimostrano le opere di arginazione provvisoria da parte dei facoltosi privati e del comune, che si costituiscono in consorzio, con statuto approvato il 20 maggio 1877, e che prolungano il muraglione (a cui viene addossata <> adibiti a <> macelli>> costruito sul lato sinistro del torrente dopo l’alluvione del 1879, e le palafitte dal punto denominato Vitrera al cosiddetto Crocifisso, rimanendo però insoluta la ricostruzione del ponte sul Piazza. “..tra il 1871 e il 1878 ..il torrente Piazza, in prossimità del centro abitato, ampia il proprio alveo fino a portarlo alla larghezza di 150 metri, occupando praticamente tutto la spazio libero compreso tra i macelli comunali e il quartiere Terravecchia. In seguito a questi eventi, il 26 luglio 1876, l’ingegnere Salvati redige un progetto che prevede la sistemazione montana del corso d’acqua e l’inalveazione artificiale – praticamente un nuovo alveo – del torrente nel suo cono di deiezione fino al S.ippolito. Ma per gli enormi costi relativi all’escavazione il Consiglio superiore dei lavori pubblici propone di studiare un’ipotesi di deviazione meno onerosa del torrente << per modo d’allontanare dall’abitato di Nicastro il pericolo lo minaccia>>”. L’IMPORTANZA DELL’ACQUA DEI FIUMI “Un capitolo importante per la vita e l’economia della città è rappresentato dall’acqua e dalla possibilità di utilizzarla. L’esistenza di queste enormi cavità urbane facilita la realizzazione di un acquedotto “industriale” in parte pensile, e di un sistema integrato tra residenze e strutture produttive, costituite da trappeti e mulini <> appunto dall’acqua dei torrenti, che qui determina e scandisce la vita e la morte.” Sulle trasformazioni urbane dell’inizio del XX secolo descritte nel quinto capitolo, l’architetto Giovanni Iuffrida, tra l’altro, mostra come: “I sindaci del circondario di Nicastro, insieme ai rappresentanti della provincia e dei proprietari interessati, costituitisi in “Comitato per l’esecuzione delle opere di bonifica nel territorio tra il Capo Suvero e la foce dell’Angitola” si riuniscono nel luglio del 1903, nella sala del municipio di Nicastro, per sollecitare l’intervento di bonifica da parte del governo. Il primo progetto esecutivo della zona compresa tra i torrenti La Grazia e Turrina è completato nel giugno 1903. E con i regi decreti 111 ottobre 1903, n.471, 23 ottobre 1903, n.495 e 21 aprile 1904, n.175, si determina il concreto, ma parziale inizio della bonifica. L’intervento di maggiore consistenza ed efficacia riguarda la sistemazione montana del torrente Bagni: il rimboschimento del bacino idrografico viene eseguito dall’Amministrazione forestale, mentre la sistemazione idraulica dal Genio Civile. Ma, la carenza di organicità e i difetti progettuali continuano ad essere il connotato principale degli interventi nel bacino del torrente Piazza, che, nonostante le continue ma puntiformi azioni di consolidamento, è soggetto ancora nel 1910 a movimenti franosi. E, sempre su quanto accadeva cento anni fa Iuffrida, tra l’altro, a proposito dei “Piani regolatori d’ampliamento edilizio” scrive: Mentre in generale <>, in Calabria i piani vengono dimensionati e tridimensionalmente qualificati sulla base della normativa asismica successiva al terremoto del 1905-1908. E, fatto ben più significativo, mentre altrove per l’influenza della cultura urbanistica tedesca, soprattutto attraverso le opere di Buls, Baumeister, Stùbben, <>, e soprattutto di <>, a Nicastro avviene esattamente il contrario. Si tende cioè a depauperare il consistente patrimonio di aree comunali, praticando la politica più dissennata, nonostante gli allarmi lanciati da qualche isolato rappresentante politico della città, non riuscendo in ultima analisi a imporre quel <> fondato sul senso civico e affidato all’autorità pubblica, che connota positivamente l’attività amministrativa di Ernesto Nathan…… “Nel campo della gestione del territorio, durante questo periodo si verificano dei fatti importanti. Nella primavera del 1908 su sollecitazione del prefetto viene adottato il nuovo regolamento edilizio…. ” . LA CITTA’ “MERCE” E per quanta riguarda gli ultimi decenni ed i fatti che precedono la nascita di “Lamezia Terme”, nel paragrafo dedicato alla <> l’autore scrive: “Quando è ormai conclusa la fase della ricostruzione nei centri urbani danneggiati dagli eventi bellici e si avvia la fase della prima espansione, a Nicastro nel decennio 1951-1961, a fronte di un aumento della popolazione di 900 abitanti si costruiscono 250 abitazioni, mentre a livello nazionale vengono realizzati 543.000 vani e quasi 2.000.000 nel ’61.” “...Questa convinzione, suffragata da elementi quali le tradizionali correnti migratorie interne, <> in città, e l’incremento percentuale della popolazione del 26% nel periodo del censimento del ’36 e del ’51, rispetto al 10% di Catanzaro, fa pensare alla necessità di un <> verso occidente, con assorbimento dei comuni di Sambiase e S. Eufemia Lamezia. Tra l’altro, al momento della redazione del piano regolatore generale l’accrescimento della città segue due direttrici: viale Stazione e la strada congiungente con Sambiase. Sulla base di questa tendenza spontanea si pone il problema dell’unione soprattutto con il comune di Sambiase, in riferimento alle disposizioni contenute nell’art.31 del T.U. della legge comunale e provinciale di cui al r.d. 3 marzo 1934, n.383, che prevede appunto la possibilità dell’ampliamento della circoscrizione territoriale per quei comuni i cui confini, in rapporto all’impianto, all’incremento e al miglioramento dei servizi pubblici, siano d’intralcio all’espansione degli abitati o alle esigenze dello sviluppo economico. E’ questo il clima in cui prende forma il piano regolatore generale affidato all’architetto Plinio Marconi, già redattore capo del Sindacato nazionale fascista architetti <> e urbanista della continuità tra fascismo e dopoguerra nella pratica pianificatoria. Mentre si sistema definitivamente l’area di S.Caterina e il 6 giugno 1959 il Cardinale Gonfalonieri, inaugura in Piazza Fiorentino il monumento dedicato alla SS. Vergine Maria, si demoliscono i ruderi della chiesa di S. Maria Maggiore; su progetto dell’architetto Franco Domestico, si realizza la casa canonica annessa alla cattedrale; si mette a disposizione dell’Inam l’area per la costruzione di una sezione territoriale con poliambulatorio; e si procede alla redazione del piano regolatore, anche perché il comune è compreso, in base al d.m. 24 marzo 1960, nell’elenco degli obbligati a dotarsi dello strumento urbanistico generale entro il 24 marzo 1962. l’architetto Plinio Marconi consegna dopo pochissimo tempo dell’incarico il piano, che viene adottato con deliberazione commissariale n.553 dell’11 agosto 1960.” La conoscenza e considerazione di questi e degli altri tantissimi dati riportati nel libro dell’architetto Iuffrida e, quindi, il recupero della memoria storica, è indispensabile per progettare e dare un futuro di sviluppo alla quarta città della Calabria. Purtroppo i dati e i documenti della realtà lametina contenuti nel libro sono spesso ignorati o non adeguatamente considerati anche da chi ha il dovere di promuovere la conoscenza del territorio e della sua storia come politici maturi e giovani di antichi e recenti partiti, Sindacalisti, e Associazioni e istituzioni Scolastiche E, c’è d’augurarsi che non siano trascurati da chi si occupa e deciderà in questo periodo delle modifiche delle Norme Tecniche del Piano Regolatore Generale ed anche da chi intende portare avanti la realizzazione del megaprogetto “Borgo Antico” in un’area di “depositi alluvionali recenti” a forte vocazione agricola. L’ottimismo della volontà, anche in considerazione del clima di ricerca dell’autonomia amministrativa a livello provinciale, ci fa ritenere che qualcuno troverà l’interesse per l’analisi e un futuro di sviluppo di Lamezia Terme e, quindi, raccoglierà lo stimolo lanciato col pessimismo della ragione dall’architetto Iuffrida nella premessa del suo prezioso libro dove si legge “sembra essersi perso l’interesse per l’analisi documentata dell’evoluzione di questa città-paese meridionale”.

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P) - Pubblicata sul mensile del 2 n. ---------La frana di Via dei Normanni, non lontana dal ben noto dissesto di “Calia” e dall’area a rischio prossima al Castello, con le conseguenze delle piogge dei giorni scorsi evidenziano ancora una volta come nel lametino e nella regione, il problema della sicurezza non è limitato al fenomeno mafioso ma riguarda anche quello del diffuso e grave degrado idrogeologico del territorio. Fenomeni in parte connessi e ricorrenti con tragedie sempre poste all’attenzione dell’opinione pubblica, al momento del loro manifestarsi, ma non ancora considerati dall’insieme della classe dirigente con la continuità e le energie adeguate per contrastarli. Una classe dirigente che trascura le potenzialità di sviluppo ed i rischi della realtà geoambientale di Lamezia Terme con un territorio esteso 160 chilometri quadrati, in pratica, come la somma dei tre comuni di Catanzaro (111 Kmq), Cosenza (37 Kmq) e Villa san Giovanni (12 Kmq). In particolare, va considerato che il cedimento che limita la viabilità sulla Strada Statale 109, Via dei Normanni, ricade nel contesto di una più vasta superficie da anni delimitata a rischio frana R2, colore verde, nel Piano di Assetto Idrogeologico della Calabria Lo stesso Piano ha individuato nel territorio comunale aree appartenenti sia alle classi R1 e R2 rischio medio e moderato sia alle classi R3 ed R4 a rischio elevato e molto elevato. In particolare sono stati delimitati: 2.100 metri quadrati di aree a rischio elevato R3, in pratica, dove esiste la possibilità di danni a persone, danni funzionali ad edifici ed infrastrutture che ne comportino l'inagibilità; e 9.800 mq di aree a rischio molto elevato R4, cioè, dove esiste la possibilità di perdita di vite umane o lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici ed alle infrastrutture e attività socio-economiche. Come non va trascurato che nel PAI sono delimitate moltissime aree in frana sui rilievi collinari e montani prossimi a tutti i nuclei urbani di Nicastro, Sambiase, Bella, Zangarona, Fronti Gabella, Acquafredda della stessa Lamezia Terme. Nelle aree di pianura, molto estese e diffuse sono aree a rischio idraulico individuate dal PAI. In proposito va considerato quanto sottolineato nello studio per il Piano della costa dove si legge: “la Piana deve il suo attuale ordine fluviale certamente alle opere di della Bonifica degli anni venti e trenta del secolo scorso;un ordine razionale raggiunto per mezzo di ingenti investimenti di risorse economiche e umane il quale, per mantenere nel tempo la sua efficienza impone un’opera costante e attenta di controllo e di manutenzione dei letti, degli argini, delle foci come condizione essenziale per il mantenimento del nuovo equilibrio e la salvaguardia della ricchezza produttiva”. “Ma qualsiasi, anche modesto decadimento delle opere idrauliche, con il malfunzionamento delle reti di drenaggio, l’intasamento degli alvei, la perdita delle pendenze, ineluttabilmente rileva l’inclinazione latente dell’insieme territoriale, se non continuamente presidiato, a riprodurre le condizioni naturali originarie scivolando in una sequenza crescente di allagamenti, esondazioni minori o maggiori, impaludamenti”. Va tenuto conto che i lavori della bonifica e le opere idrauliche sopra richiamate non sono stati limitati alla pianura ma hanno riguardato la gran parte dei tratti collinari dei corsi d’acqua e che le stesse opere idrauliche attualmente presentano rilevanti e diffusi fenomeni di degrado. Così come va ribadito che sul diffondersi del degrado idrogeologico e dei rischi connessi, un ruolo determinante è svolto dalla risorsa acqua: l’oro blu del terzo millennio, l’elemento all’origine di gran parte dei conflitti in atto sul Pianeta, e al centro della campagna internazionale “Acqua per la vita” promossa dall’UNICEF. Paradossalmente, l’abbondanza d’acqua a Lamezia Terme come in Calabria, invece di sviluppo e ricchezza, provoca movimenti franosi sui rilevi collinari e montani, inondazioni in pianura con l’allagamento ed il convogliamento anche di rifiuti e, quindi, l’inquinamento delle falde idriche e delle acque marine. Va detto che alcuni interventi utili per la messa in sicurezza del territorio sono stati programmati dall’Amministrazione comunale. Come utili risultano alcune scelte precedenti come ad esempio realizzare i parchi fluviali. Interventi che vanno nella direzione giusta ma che non bastano. Per una seria politica di difesa del suolo e la soluzione del problema del risanamento del degrado idrogeologico e la messa in sicurezza di tutto il territorio (anche per la sua rilevante estensione sopra evidenziata) occorre molto di più ed azioni coordinate a medio e lungo periodo tra enti locali comuni, comunità montane, province, regione e Governo nazionale. Non è complesso, e richiede tempi brevi, prevedere quali e dove sono le aree e popolazioni più esposte a rischio frana e alluvione che certamente saranno colpite da inevitabili piogge, scuotimenti e tsunami. E’ possibile e doveroso prepararsi ad affrontare le prossime inevitabili emergenze con la redazione e attuazione dei “Piani di protezione civile per il rischio idraulico-geologico a salvaguardia delle popolazioni” coerentemente alle “Direttive per l’adozione delle misure di Protezione Civile connesse al Piano Stralcio di bacino per l’Assetto idrogeologico Regionale e previste dalle Norme di Attuazione del PAI”. Direttive, dove sono elencati i dati che i Piani devono contenere sia riguardo le varie mappe dei rischi che gli scenari degli eventi attesi e le aree per l’emergenze. “Per scenario s’intende la descrizione sintetica ed una valutazione preventiva del danno relativo a popolazione, strutture abitative e produttive, infrastrutture, patrimonio ambientale e culturale, ecc. al verificarsi dell’evento critico di riferimento nelle aree a rischio R4 e R3, nonché per i punti e le aree di attenzione, per i quali non sono stati definiti i livelli di rischio come previsto nelle Norme di Attuazione e Misure di Salvaguardia del PAI”. Per la valutazione dello scenario, tra l’altro, necessita: l’individuazione degli eventi idraulico-geologici di diversa gravità che possono interessare il territorio comunale; la conoscenza del numero complessivo di popolazione interessata dall’evento; la conoscenza della pericolosità e, quindi, degli eventi storici di tipo idraulico-geologico in termini di numero, frequenze e severità degli eventi; la conoscenza della vulnerabilità dei beni esposti (edifici, infrastrutture viarie,tecnologiche, produttive, ecc.); la conoscenza dell’esposizione (valutazione dei flussi pendolari, turistici che interessano l’area). Sono inoltre indicate le strategie per la mitigazione del rischio idraulico-geologico consistenti in un ampia gamma di scelte da attuare sia in fase preventiva, sia in tempi di normalità, che in fase di emergenza idraulico-geologica. E, tra quelle più efficaci, sono indicate: a) la conoscenza dei parametri di rischio; b) la predisposizione di piani locali di emergenza, al fine di mettere in atto, per tempo, tutte le specifiche procedure di salvaguardia e gestire gli interventi di soccorso ed assistenza alle popolazioni in caso di inondazioni e,o frane; c) l’adeguamento degli strumenti urbanistici alle Norme di Attuazione del PAI; d) l’informazione alla popolazione sulle condizioni di rischio, sulle iniziative dell’Amministrazione Comunale e sulle procedure d’emergenza; e) l’organizzazione e la promozione di periodiche attività addestrative per sperimentare ed aggiornare i Piani. In pratica esistono tutti gli strumenti e conoscenze per passare dalla pratica dell’emergenza alla cultura della prevenzione.

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Q)LE IDENTICHE MINIERE DI RAME ALLE DUE ESTREMITÀ NORD E SUD DELLA PENISOLA LA GRANDE DISPONIBILITÀ DI GIACIMENTI, ANCHE DI ORO, E LE ANTICHE MINIERE PER LA CRESCITA DEL TURISMO E DELL’OCCUPAZIONE IN CALABRIA --------- di Mario Pileggi (*) Il prezioso patrimonio di rocce e minerali della Calabria, poco noto nella regione ma da millenni sfruttato soprattutto dai colonizzatori di ogni epoca, si ripropone all’attenzione con i risultati della seconda fase del Censimento dei Siti Minerari Abbandonati dal 1870 al 2004. Resi noti nei mesi scorsi dal Ministero dell’Ambiente, i dati del censimento riportano 29 miniere a cielo aperto e 31 in sotterraneo. I minerali estratti nei 60 siti rilevati sono: Zolfo 17, Feldspati 16, Caolino 7, Mica 7, Marna da cemento 6, Minerali del Manganese 5, Salgemma 3, Lignite 3, Lignite xiloide 2, Pirite 2, Silicati idrati alluminio 1, Barite (Baritina) 1, Fosforite 1, Limonite 1, Quarzo 1, Molibdenite 1, Grafite 1, Arsenopirite 1, Cinabro 1. Questi sono solo pochi esempi della grande varietà dei giacimenti minerari sfruttati e disponibili nella regione. Varietà documentata storicamente e anche con ricerche recenti. D’altra parte, è significativo il Decreto del Ministero del Ministero delle Attività Produttive del 13 luglio scorso, che ha integrato l’elenco delle aree indiziate per la ricerca mineraria operativa inserendo sia la provincia di Cosenza per i minerali di oro, piombo, zinco e rame sia i comuni di Bivongi e Pazzano della provincia di Reggio Calabria per i minerali di molibdeno. Altri due dati di grande interesse e utili per il recupero della memoria storica sulle risorse minerarie e per individuare le potenzialità della più complessiva specificità geoambientale della Calabria. I due dati, rilevati e documentati dal Responsabile del Corpo Reale delle miniere d’Italia, si riferiscono: 1) alla provenienza della preziosa materia prima delle note porcellane Ginori per come a parte documentato; 2) alle identiche caratteristiche delle miniere di rame localizzate a Sud di Reggio Calabria e nella zona della Vetta d’Italia nel comune di Predoi della regione Trentino Alto Adige. Sulla eccezionale identità delle miniere di rame, (primo metallo estratto e sfruttato dall’uomo primitivo ), esistente alla due estremità Nord e Sud della penisola, la massima autorità dell’epoca in campo minerario, centoventi anni fa, scriveva: “trovate poco a Sud di Reggio, le vestigia di una fonderia di rame; …furono scoperte delle gallerie strettissime, capaci di dar passaggio ad un suolo uomo, scavate a scalpello. In esse si trova del carbonato di rame verde, depositato da acque che vengono dal di sotto dei sovrastanti terrazzi dell’Aspromonte..; il deposito e le gallerie sono identici a quelli trovati a Caserme (Kasern) nella Valle Aurina dell’Alto Adice, che scende dalla Vetta d’Italia, e le gallerie sono, certo, della stessa epoca.” In pratica le due estremità Nord e Sud della penisola sono fatte dalla stessa materia ben diversa per natura ed epoca di formazione delle rocce che formano la Catena appenninica. La grande varietà di minerali della calabria è connessa ai vari ambienti che caratterizzano l’intero Arco Calabro dove, tra l’altro, esistono: mineralizzazioni prealpine con metamorfici a solfuri (pirite, calcopirite, galena blenda, arsenopirite, pirrotina), magnetite ed a grafite; mineralizzazioni alpine (barite, cinabro, galena, calcopirite, torio, manganese zolfo, salgemma, lignite) che interessano le Unità Ofiolitiche, di S. Donato ed i sedimenti dei depositi miocenici. In pratica, i giacimenti minerari più interessanti risultano distribuiti proprio all’interno di particolari tipi di rocce ed assetti geostrutturali come sono quelli che costituiscono l’Arco Calabro-peloritano caratterizzato anche dalla ben nota attività sismica. Meno noti invece e spesso colpevolmente trascurati sono i numerosi ed importanti giacimenti minerari che, come i terremoti, sono connessi alle condizioni geostrutturali ed ai processi geodinamici che caratterizzano il territorio della regione. Alla gran varietà di litotipi esistenti (in Calabria sono stati individuati oltre 200 tipi di rocce) ed ai fenomeni di sollevamento tettonico cui è sottopostala regione, sono, infatti, associati importanti «ambienti geodinamici» che presiedono alla formazione degli accumuli di minerali utili. La Calabria, quindi, oltre ad essere la regione a più alta sismicità, è anche una delle zone d'Italia più ricche di depositi minerari metallici e litoidi. D'altra parte sulla disponibilità ed utilizzazione di giacimenti minerari nella regione, come per gli eventi sismici, non mancano i dati che ne documentano l'attività nel passato remoto e recente della storia calabrese. Basta ricordare, ad esempio, l’intenso e diffuso sfruttamento minerario che seguì alla colonizzazione greca e, partire dal Medio Evo, le secolari attività di sfruttamento delle miniere d’argento di Longobucco e S. Donato nella provincia di Cosenza. L’intesa attività mineraria nella regione ed in particolare nelle ultime due località citate è, tra l’altro, documentata da Vincenzo Padula che scrive: “Al 1701 alcuni ottennero in feudo le miniere di S. Donato, di scavare fino alla circonferenza di 20 miglia. Se ne prese possesso a maggio del 1705. Saggi felici. Da 3 cantaia e 3 rotoli si ottennero 67 libbre e1/2 di rame perfettissimo. L’anno appresso si scopersero 2 grotte, e nel dicembre si aprì la fonderia. Per più anni vi lavorarono 100 forzati sotto la sorveglianza d’Austriaci. Era direttore uno Jusquall. Si ottennero oro, argento, mercurio, rame, cinabro. Si lavorò fino al 1736; e si cessò per rivolgimenti politici, l’infedeltà degli impiegati e l’ingordigia del duca di S. Donato”. E poi “Carlo VI ne tentò le marine e vi trovò argento, piombo, cinabro oltre marino in terra di Umbria. Carlo VI mandò da Boemia il chimico Khez, e si fanno monete col motto: “Ex visceribus meis”, d’argento. Il primo 5 grana di argento fu fatto con quello di Longobucco>”. “Nell’editto di re Roberto del 1333 concernente la Sila è detto che la regia corte riserbava si il diritto su una miniera di ferro, che era aperta.” Nel passato recente, gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale rappresentano un periodo di discreta attività estrattiva dei minerali presenti nella regione: oltre due milioni di tonnellate è la produzione di minerali non metallici (grafite, baritina, feldestati, etc.); ancor più significativa è la quantità (50 mila tonnellate) di minerali metallici, come ad esempio ferro, rame, manganese, estratti in soli dieci anni; e la produzione d’idrocarburi, nel solo periodo compreso tra il 1950 ed il 1969, è stata calcolata intorno al milione di metri cubi. Questi dati dimostrano dunque come quello attuale rappresenti uno dei periodi di minore utilizzazione delle risorse minerarie disponibili. Il salgemma del Crotonese, il quarzo di Serra S. Bruno ed i feldespati del Vibonese, costituiscono i pochi e più significativi esempi di giacimenti minerari attualmente utilizzati, e neanche pienamente, nella regione. Mentre si registra il minimo dell'attività estrattiva, paradossalmente, i risultati di ricerche eseguite nel biennio '80-'81 con moderne tecniche d'indagine dalla RIMIM dell'ENI, oltre a confermare l'esistenza dei giacimenti già noti, hanno permesso l'individuazione di nuove aree di grande interesse geominerario su tutto il territorio della regione. Nel settore settentrionale, ad esempio, zone di grande interesse sono risultate quelle di Normanno-Verbicaro-Sangineto per una superficie di 352 km2, dove è stata rilevata la presenza di piombo, bario, rame, tungsteno ed altri minerali utili. Nel settore centrale è stata individuata un’area di 50 km2 (zona Catanzaro-Nocera-Amantea) con accumulo di vari minerali tra cui mercurio, stagno berillio, molibdeno. E, nel settore meridionale sia sull’Aspromonte che nella zona Stilo-Bivongi-Mammola, oltre ai minerali sopracitati per la zona centrale, le ricerche hanno accertato la presenza di altri minerali quali tormalina, ferro arsenico, uranio. Se si considera che quelli sopra citati sono solo alcuni degli accumuli di minerari metallici d'interesse economico ed industriale di individuati e che molto più lungo è l'elenco dei cospicui giacimenti non metallici presenti nella regione, si ha l'idea del grande patrimonio di risorse minerarie disponibili in Calabria. L'utilizzazione e la valorizzazione di questo grande patrimonio, e di tutte le altre georisorse (litominerarie agricole, idriche, energetiche, e geositi), sono stati finora impediti dall'incapacità dei governi nazionali e regionali di attuare una politica di organico approvvigionamento e di razionale utilizzazione delle materie prime minerarie. Incapacità e responsabilità che si è tentato di nascondere attribuendo la grave crisi della Calabria all’assenza di risorse naturali. Alla consapevolezza di come non sia la natura, in particolare quella geologica, ad essere sfavorevole e causa dei mali della Calabria, deve accompagnarsi la capacità di porre il territorio e le sue risorse come pietre miliari della politica di sviluppo della società calabrese e, in particolare, del “percorso per uno sviluppo strutturale sostenibile e autopropulsivo”. A tal fine servono programmi e ed interventi anche di nessun costo economico come, ad esempio,:il varo di una legge regionale che disciplini ed incentivi l’attività di ricerca e coltivazione sostenibile delle Cave e Torbiere, per come già da decenni è stato fatto nelle altre regioni d’Italia; la definizione da parte del Governo nazionale di idonei indirizzi della politica nazionale nel settore minerario per come previsto dalla legge 752/1982 (Norme di attuazione della politica Mineraria) .Interventi che non possono ancora essere rinviati anche perché, invece di essere costretti ad andare a scavare nelle miniere del nordeuropa e delle Americhe, i giovani disoccupati calabresi vogliono e devono trovare lavoro nella propria regione non meno ricca di minerali di quei paesi nei quali le passate generazioni sono state costrette ad emigrare. (*) geologo - geopileggi@libero.it DALLA CALABRIA LA PREZIOSA MATERIA PRIMA DEI SERVIZI REALI DI PORCELLANA OGGI AL QUIRINALE ---------- di Mario Pileggi (*) Negli ultimi decenni del XIX secolo, l’ing. Emilio Cortese, capo del Corpo Reale delle miniere d’Italia, nel documentare le ricche georisorse della Calabria, tra l’altro, scrive: “Nei dintorni di Parghelia, in provincia di Catanzaro, si sviluppano dei grossi filoni di pegmatite, che furono e sono oggetto di una grande industria. La località fu visitata dallo scrivente fin dal 1882, la prima volta, e successivamente egli se ne occupò perché gli pareva assai interessante il materiale nelle sue applicazioni per l’arte vetraria e per la ceramica. Ma pare che questa preziosa materia sia destinata a cader sempre sotto la mano di gente che, o per ignavia, o per cattiva fortuna, non sa trarne tutto il profitto che può dare.” Sul modalità di trasporto e destinazione viene precisato che: “La materia pura è portata a Tropea ed imbarcata su grosse barche a vela. Viene acquistata quasi tutta dal Ginori di Firenze, dopo accurata macinazione. Questa si eseguisce in Toscana per conto di un intercettatore. Ne vidi, con grande meraviglia, macinare ad un mulino di Val Castello sopra Pietrasanta! Sono filoni entro la grande massa granitica di Monte Poro, e si chiamano pegmatiti per antonomasia, perché realmente si dovrebbero chiamare silici o filoni quarzosi, essendo che di essi ben pochi contengono feldespato.” D’interesse risulta anche la variazione dei costi della materia prima nei vari passaggi dal momento dell’estrazione nelle cave fino all’arrivo allo stabilimento dei Ginori. Scrive in proposito l’ing. Cortese:” La materia prima si vende a Troppa al prezzo minimo di 2 lire, al massimo di tre lire al quintale, ma costa al conduttore delle cave da 0,70 a 4 lire al quintale. Il trasporto e la macinazione fanno aumentare il prezzo a 6 lire (?) il quintale; è così, mi si disse, che viene a costare allo stabilimento Ginori, o Doccia presso Firenze.” Riguardo la specificità e potenzialità economica del giacimento, l’ing. Cortese evidenzia :È materia straordinariamente pura, specialmente perché scevra di ferro, ed adattissima per le vernici dure di cui la manifattura Ginori fa una sua pregevole specialità. Scrive sempre l’ing. Cortese: “Riporto dal mio opuscolo, le analisi di alcuni esemplari, eseguite da me (1859 e dal Dott. G. Giorgis..” E sottolinea :“Se questi giacimenti fossero ben coltivati e i materiali ben preparati sarebbe possibile farne oggetto di una industria fiorente” Nella descrizione del capo del Corpo Reale delle miniere d’Italia non mancano i riferimenti ai fallimenti delle iniziative d’insediamento industriale, ben noti e diffusi nella regione negli ultimi decenni,. Infatti l’ing. Cortese annota: “nel 1891, la Società mineraria per il quarzi e silici d’Italia pareva potesse dare qui, come in altre parti della penisola, largo sviluppo alla produzione e utilizzazione di questi materiali. Travolta anch’essa ai primi del 1893, da una catastrofe bancaria che ha trascinato con sé molte altre cose, i suoi lavori, poco ben piantati, sono rimasti senza frutto” Nel stesso periodo in cui la Calabria forniva la migliore qualità della materia prima, nello stabilimento della Ginori, venivano realizzati ”diversi servizi su ordinazione, di non facile reperibilità oggi sul mercato antiquario, abbastanza simili a quello prodotto su richiesta del re Umberto I nel 1880. Si tratta di una realizzazione di grande raffinatezza, decorata pâte sûr pâte illustrante tralci di piante con fiori e frutta in oro, platino e colori. Questo servizio da dessert per il Re è oggi conservato a Roma nel Palazzo del Quirinale.” (*) geologo

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S)SPer garantire la salute dei bagnanti, in tutte le regioni d’Italia, nei prossimi giorni saranno resi noti i tratti di spiaggia interessati dalle ordinanze comunali di divieto di balneazione. In molte regioni si è già provveduto e, prima dell’apertura della stagione balneare prevista tra aprile ed il primo maggio 2007, i cittadini interessati e da ogni parte della Terra, leggeranno i risultati delle analisi delle acque di balneazione pubblicati ed aggiornati in tempo reale sui rispettivi portali web delle Arpa (Agenzie regionali protezione ambiente). E in Calabria, qual è lo stato di salute del mare? Quali interventi sono stati adottati e cosa si sta facendo per eliminare o ridurre inquinamento ed erosione sui 715,7 chilometri di coste della regione? Su quanti e quali tratti saranno posti i divieti di balneazione? Se a queste domande si risponde sulla base dei dati più recenti e di quanto accaduto nei mesi scorsi c’è da preoccuparsi, e non poco; invece di eliminare o ridurre l’inquinamento e l’erosione si riducono le spiagge idonee alla balneazione. Qualche dato: 1) Il più recente e significativo dato sui divieti di balneazione è la lunghezza di 97.029 metri che rappresenta il massimo storico ed il 13,5 % della costa disponibile. Questo dato è il risultato della somma dei 155 tratti di divieto della stagione 2006 attualmente pubblicati dal Ministero della Salute. Lo stesso dato, indica un peggioramento anche rispetto alla stagione 2005 sottolineata dalle ben note scuse agli italiani da parte del presidente della giunta, e conferma la tendenza al peggioramento caratterizzata negli ultimi cinque anni, dal 2001 al 2006, da un aumento di oltre 20 Km dei divieti di balneazione. In pratica, i dati del Ministero della salute, non confermano la rassicurante situazione, in controtendenza e con soli 40 km di divieti, delineata dai responsabili regionali nel giugno scorso dopo oltre due mesi dell’apertura della stagione balneare. I dati ufficiali, ancora una volta, smentiscono decisamente le rituali ed irresponsabili dichiarazioni rilasciate ai mezzi d’informazione dall’incaricato o rappresentante di turno ad ogni inizio e nel corso delle stagioni balneari. 2) Aumentano le aree a rischio erosione costiera che interessano 116 comuni e centinaia di chilometri di coste della Calabria. La diffusione e dimensioni del fenomeno, aggiornato al 2001, è visibile sulle mappe del Piano per l’Assetto Idrogeologico della Calabria dove sono riportati i dati dei 71 comuni a rischio R2 ed i 45 comuni a rischio R3. 3) Il Commissario per l’emergenza ambientale della regionale Calabria precisa che: “.. pur avendo dismesso ogni attività inerente la gestione delle acque reflue, è intervenuto nella stagione estiva 2006 in tutte le province sui depuratori per scongiurare il pericolo di inquinamento delle acque marine ed in conseguente nocumento alle attività turistico-ricettive della regione.” E, nella Relazione Conclusiva del 24 gennaio scorso scrive: “Non si intravedono ad oggi elementi di novità rispetto alla trascorsa stagione, né segnali di maggiore efficienza nel campo della depurazione da parte dei soggetti ad essa deputati, né l’attribuzione di risorse economiche aggiuntive da parte degli enti sovra-ordinati (Regione e Province) che soccorrano a garanzia della piena efficienza del sistema depurativo calabrese.” Inoltre, sulla “Questione Ambientale” lo stesso Commissario evidenzia: “Lo sviluppo di questo territorio calabrese non può essere ostacolato da un esercizio di potere interdittivo da parte di amministratori e burocrati capaci di suggerire prudenza antimodernista e di dar lezione di una ecologia d’accatto, senza mai prendere posizioni costruttive e responsabilità individuali.” Invece di assicurare il massimo di trasparenza all’acqua ed ai dati, in Calabria, sui problemi del mare si confermano inefficienze ed inadempienze evidenziate nelle due relazioni della Corte dei Conti come: a) “nessuna puntuale informazione alla popolazione, alle imprese, alla comunità scientifica è stata fornita dalle autorità..”. b) “...il mare non è stato sinora considerato una risorsa ma una discarica che tutti possono utilizzare pur di risparmiare soldi pubblici e privati.” c) “..che la protezione dell’ambiente e della salute collettiva impongono alle amministrazioni pubbliche di ridurre l’inquinamento delle acque di balneazione e di preservare queste ultime da un deterioramento ulteriore: attraverso una serie di politiche pubbliche finalizzate al raggiungimento di obiettivi immediati quali il miglioramento della qualità misurato attraverso prelievi, ma anche attraverso obiettivi di programmazione e di interventi infrastrutturali più articolati e complessi (costruzione di reti fognarie ed impianti di depurazione, programmazione della gestione dei rifiuti e del ciclo delle acque, previsione di divieti e prescrizioni amministrative).” La rilevanza, anche a livello nazionale, delle questioni poste dai dati sopra accennati, appare ancora più evidente se si considerano l’entità e la specificità del patrimonio costiero a rischio. Entità e specificità ignorate spesso da chi istituzionalmente preposto alla tutela e valorizzazione dello stesso patrimonio costiero. Pertanto, e ad ogni livello di responsabilità, occorrono segnali forti di cambiamento rispetto al passato con interventi di risanamento e fatti immediati. Gli attesi segnali di novità o il perpetuarsi delle inadempienze emergeranno comunque nei prossimi mesi quando i calabresi verificheranno sia le condizioni dei mari che l’operato: - del governo nazionale sia nell’impiego delle risorse, come ad esempio, dei 10 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 per l’attuazione di programmi annuali di interventi per la difesa del mare (Convenzione di Barcellona del 1976), sia nella tempestiva e regolare pubblicazione dei Rapporti annuali sullo stato di salute dei mari; - del governo e del consiglio regionale nel dotare la Calabria di adeguati mezzi economici e legislativi per il risanamento dei mari e coerenti alle decisioni della CRPM (Conferenza delle regioni periferiche marittime d’Europa) alla quale la Giunta, nei giorni scorsi, ha deliberato l’adesione per il 2007, (si pensi ad esempio alle norme salva coste come già fatto dalla regione Sardegna ed all’Assessorato al Mediterraneo istituito dalla regione Puglia); - del Parlamento italiano per l’applicazione sia delle direttive della Comunità Europea sia delle decisioni della 26° Commissione CRPM per “ottimizzare la qualità della vita nelle regioni costiere” in considerazione del fatto che le “regioni costiere esercitano una crescente attrattiva sulla popolazione” e, quindi, “è necessario pianificare gli interventi in tali aree, tenendo conto, tra l’altro, dei rischi legati alla sicurezza, quali catastrofi naturali o minacce di origine umana”. 1) BOX : ENTITÀ E SPECIFICITÀ DEI 715, 7 Km PATRIMONIO COSTIERO CALABRESE. Sull’entità di spiagge disponibili va considerato che la Calabria, senza la parte vietata (circa 100 Km), attualmente offre più del 20 % dell’intera disponibilità di spiagge balenabili dell’intera Penisola italiana. La lunghezza delle spiagge balenabili della Calabria è superiore a quella complessiva delle sette regioni Friuli, Veneto Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, bagnate dell’Adriatico e Jonio In pratica, la sola provincia di Cosenza dispone di una quantità di Km di spiagge balneabili superiore a quella che possono offrire insieme tre regioni come il Veneto, la Basilicata e le Marche. E così la provincia di Reggio Calabria da sola dispone di una quantità di spiagge di molto superiore a quella che dispongono insieme la regione Emilia Romagna ed il Friuli Venezia Giulia. Ma c’è di più. La specificità ed i dati esistenti sulle rocce bagnate dai mari calabresi rendono il patrimonio costiero della regione unico in tutto il Mediterraneo. Caratterizzato dagli antichissimi ammassi metamorfici del reggino e del Tirreno cosentino, dalla grande diffusione del granito del Tirreno vibonese e dello Jonio catanzarese, il patrimonio costiero calabrese è costituito da rocce di tutte le ere geologiche:si passa dalle dune di attuale e più recente formazione alle rocce delle ere geologiche più antiche, di moltissime centinaia di milioni d’anni fa, ed indisponibili nelle altre regioni della penisola. Oltre ad una grande varietà di preziosi aspetti naturalistici ed ambientali, sulle rocce che formano le coste calabresi si possono leggere le ampie e remote testimonianze della nascita e della storia sia del paesaggio terrestre del Mediterraneo sia degli insediamenti umani; testimonianze di grandissimo interesse scientifico e sempre più oggetto di visite, ricerche e studi dai maggiori centri di ricerca e università del Pianeta. Spiagge rare e preziose, con mari trasparenti, fondali in gran parte privi dai fenomeni di accumulo di sostanze nocive per la salute e, quindi, ideali per immersioni e visite anche “sul luogo del relitto”. geologo Mario Pileggi presidente Amici della Terra Lamezia T. 2) BOX : La distribuzione dei divieti nelle 5 province Dall’esame dei più recenti dati sulla balneazione pubblicati dal Ministero della Salute e relativi alle ultime analisi della acque della stagione 2006, emerge un quadro eterogeneo e mutevole, in alcune province, nella tipologia dei divieti rispetto al passato. Se, ad esempio, si aggregano tutti i divieti la classifica per provincia vede in testa Reggio Calabria con 33.774 metri di divieti, il 16,64 % dei 202.900 metri di costa disponibile. Segue Cosenza con 32.655 metri di divieti, il 14,32 % dei 227.900 metri di sviluppo costiero. Al terzo posto la provincia di Crotone, con 11.274 metri di divieti, il 9,89 % dei 113.900 metri dell’intera costa; segue quella di Catanzaro dove si registrano 9.858 metri di divieti, il 9,6 %, dei 102.600 metri dell’intera disponibilità. Nella provincia di Vibo Valenzia i 9.468 metri di divieti pur rappresentando il minimo delle lunghezze, se rapportati ai 68.400 metri di costa disponibili portano al 13,84 % e, quindi, collocano al terzo posto la stessa provincia. La classifica che tiene conto solo dei divieti per inquinamento, vede al primo posto, con 25.109 metri, la provincia di Cosenza; al secondo posto con 15.137 metri la provincia di Reggio Calabria, al terzo posto quella di Catanzaro con 9.403 metri, al quarto la provincia di Vibo Valenzia con 8.127 metri ed in coda quella di Crotone con 1.848 metri. In base ai divieti di balneazione per motivi diversi dall’inquinamento (presenza di porti, scogliere e zone industriali) il primo posto con 18.637 metri spetta alla provincia di Reggio Calabria, il secondo con 9.436 metri a quella di Crotone, il terzo a Cosenza con 7.546 metri, il quarto a Vibo Valenzia con 61.341metri ed in coda la provincia di Catanzaro con 455 metri. In particolare i 15.065 metri di divieto permanenti per la presenza dei Porti sono ripartiti per: - 6835 metri nella provincia di Reggio Calabria per i porti di Gioia Tauro, Villa San Giovanni, Roccella Ionica e Reggio Calabria; - 4.108 metri nella provincia di Cosenza per i porti sul Tirreno di Diamante , Cetraro e San Lucido, di Corigliano Calabro e Cariati sullo Jonio; - 2.426 metri per i porti di Crotone, Cirò Marina ed Isola Capo Rizzato; - 1.341 metri per il porto Vibo valentia; - 355 metri per il porto di Catanzaro Lido; La classifica in base al numero dei tratti e dei comuni interessati dai divieti: - 83 tratti in 27 comuni nella provincia di CS; - 28 tratti in 13 comuni nella provincia di RC; - 21 tratti in 10 comuni nella provincia di CZ; - 15 tratti in 5 comuni nella provincia di VV; - 8 tratti in 5 comuni nella provincia di KR. Nella classifica dei comuni il primato, paradossalmente, spetta ancora alla città con il più bel lungomare d’Italia: Reggio Calabria con 9.416 metri di divieti. Segue Crotone con 8.800 metri; al terzo e quarto posto Bagnara Calabra e Lamezia Terme rispettivamente con 5.997 metri e 4.506 metri; al quinto posto Rossano con 3.587 metri divieti.

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PAGINA IN FASE DI SISTEMAZIONE E AGGIORNAMENTO DEI DATI su BALNEAZIONE STAGIONE IN CORSO.... (aprile - inizio stagione balneare - 2008)

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